Panoramica:

lunedì 31 gennaio 2011

Arriva METI: un nuovo protocollo per comunicare con gli alieni

Come far capire agli extraterrestri, se esistono, che da qualche parte, su un puntino colorato dell'universo ci siamo anche noi? A porsi il problema, di recente, è stato un gruppo di tre astrofisici, provenienti dagli Stati Uniti e dalla Francia, che sta tentando di mettere a punto un protocollo di comunicazione 'leggibile' da eventuali forme di vita presenti nel cosmo

Si chiama METI (messaging to extraterrestrial intelligence) e la sua particolarità risiede nel fatto che ogni comunicato inviato nello spazio viene in qualche modo 'tradotto' in una forma recepibile e comprensibile.

Tale protocollo considera diversi elementi significativi, tra cui la codifica del segnale, la lunghezza del messaggio e il suo contenuto. Per questo gli studiosi hanno ipotizzato l'utilizzo di due lunghezze d'onda specifiche per la trasmissione: 1,42 GHz o 4,46 GHz, comunemente osservabili in natura e relativamente facili da acquisire, nel caso in cui gli alieni non siano quelle 'forme di vita intelligente', di cui spesso si ipotizza l'esistenza.

Ma come in tutti gli altri casi in cui si è tentato di mettersi in contatto con gli alieni, la critica più comune riguarda il fatto che i nostri messaggi sono stati e forse continuano ad essere troppo antropocentrici. Come leggere le immagini se non si conoscono i referenti?

"Dato che sappiamo molto poco sulla natura della civiltà extraterrestri, se esistono, possiamo aumentare le probabilità di successo di comunicazione se usiamo un messaggio che il destinatario è in grado di capire", hanno spiegato gli autori del progetto.

L'idea è vincente, ma la cosa difficile sarà realizzarla. Cosa dire? E come? Cosa mostrare per lasciar capire a chi abita altri mondi chi è l'uomo e come vive?

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Si può morire di sudore?

Non siamo tutti uguali, ogni corpo umano agisce e reagisce in modo differente, specialmente sotto sforzo. Ma esiste una soglia oltre la quale, per esempio, la sudorazione può causare la nostra morte?

Molti studiosi cercano di rispondere a questa domanda. Sembra in effetti che il corpo umano sia in grado di disperdere una enorme quantità di liquidi senza necessariamente collassare, benchè molto dipenda dalla costituzione fisica, lo stato di salute o il livello di idratazione di ciascuno.

La nostra superficie cutanea è cosparsa di milioni di ghiandole sudoripare; la loro funzione è essenziale per qualsiasi attività motoria, poiché bilancia la temperatura del nostro corpo permettendo al calore di fuoriscirne sotto forma, appunto, di sudore. Quando siamo sottoposti ad un rilevante sforzo fisico, attraverso queste ghiandole espelliamo mediamente tra i 0,7 e 1,5 litri di sudore, in linea di massima con una costante integrazione di liquidi (acqua e/o sali minerali) potremmo restare in moto molto a lungo e senza preoccupazioni.

Eppure alcuni specialisti non la pensano allo stesso modo. Secondo Lawrence Spriet, un fisiologo dell’esercizio dell’Università di Guelf in Ontario, un limite esiste: se sudando perdiamo dal 3 al 5 per cento del nostro peso corporeo, il processo di sudorazione comincia a rallentare fino alla disidratazione.

Non è quanto sostiene invece Lawrence Armstrong, fisiologo dell’ambiente e dell’esercizio presso l’Università del Connecticut: fino a che l’ipotalamo continua ad inviare impulsi nervosi alle ghiandole sudoripare, il processo di sudorazione non può arrestarsi, neppure se il corpo è particolarmente disidratato.

La tesi di Armostrong è che nessun corpo può in alcun modo espellere tutti i liquidi presenti al suo interno, perciò non esiste la possibilità che si prosciughi se non esclusivamente in caso di morte.

Forse la tanto dibattuta questione sulla soglia limite non è ancora risolta; a noi basta avere l’accortezza, sotto sforzo, di integrare via via i liquidi persi assumendone degli altri, acqua o sali minerali sotto forma di bevande-integratori. In questo modo la temperatura interna scende gradualmente e l’equilibrio è ristabilito.

Sudare non è solo un bene in termini di salute, ma anche di benessere: pulisce la pelle, liberando i pori, brucia calorie e soprattutto ci fa sentire bene. E’ un processo di vitale importanza, e se possiamo facilitarlo così facilmente, non c’è ragione di non farlo.

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Nasce in Cina la supercittà: è 26 volte più grande di Londra

Chi dice che le metropoli possono svilupparsi solo per espansione? In Cina sembrano aver scoperto una via alternativa: l’aggregazione. Nell’area a sud, lì dove scorre il Pearl River Delta, nascerà un gigante nucleo urbano dalla fusione, appunto, delle nove città dislocate in zona: da Guangzhou a Shenzhen passando per Foshan, Dongguan, Zhongshan, Zhuhai, Jiangmen, Huizhou and Zhaoqing. In pratica, restano fuori soltanto Macao e Hong Kong.

La scelta di aggregare più nuclei in un unico scenario urbano sprofonda le sue radici nella necessità di un migliore stile di vita per tutti: la fusione semplificherà notevolmente gli aspetti che disciplinano le attività dei cittadini offrendo linee guida comuni, e dal punto di vista strettamente economico garantirà benessere e opportunità agli abitanti.

In base al progetto, denominato ‘Turn the Pearl River Delta into One’, l’unione delle nove piccole città, il cui costo si aggira intorno ai 190 bilioni di dollari, creerà una megatropoli di 16mila metri quadrati, vale a dire circa ventisei volte Londra e oltre 70 volte la capitale italiana.

Una superficie incredibile, ma anche piena di risorse, visto che le nove aree sommate rappresentano un decimo dell’intera economia cinese: nei prossimi anni quindi lo scopo primario è dar loro un’identità comune tramite il rafforzamento delle infrastrutture (circa 29mila miglia di nuove tracce) che collegano i vari nuclei, finalmente soggetti ad un’unica tariffa, o la possibilità di ricevere assistenza sanitaria dappertutto, e più in generale l’accesso facile a una serie di servizi lungo l’intera area in via di aggregazione.

Scuole, ospedali, politica e infrastrutture unificate: e unificata sarà anche l’azione in merito tutto ciò che ne conseguirà (inquinamento ed effetti dell’industrializzazione compresi).

Al momento la super-città non ha nome, né finirà per ereditarne uno già esistente fra le aree da cui nasce: questo dettaglio è in effetti ancora tutto da chiarire.

Viene da chiedersi intanto se tutto questo sarà sufficiente per creare davvero una città, non tanto nell’aspetto economico-logistico, quanto in riferimento al senso di appartenenza degli abitanti: che ne sarà in effetti del loro passato comunitario fatto di piccoli nuclei?

Semplice: è molto probabile che l’aspetto comunitario continui ad arbitrare le vite dei nove paesi a dispetto del nuovo status di super-cittadini. E’ anche probabile però che con gli anni e il susseguirsi naturale di generazioni le cose cambino: come per tutte le cose quello che non si può forzare è il tempo.

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venerdì 28 gennaio 2011

Hubble: una luce lontanissima nell'Universo. E' la galassia più vecchia mai osservata

È stata trovata dal telescopio spaziale Hubble la galassia più lontana scoperta fino ad ora. Dopo la scoperta dell'oggetto celeste più distante, un gruppo di astronomi ha annunciato di aver individuato quella che, potenzialmente, potrebbe essere la più lontana galassia mai vista prima.

Agli occhi degli studiosi appare come una macchia di luce molto piccola, che esisteva quando l'universo aveva solo 480 milioni di anni. Antichissima, dunque. La sua luce è giunta sino a noi dopo un cammino pari a 13,2 miliardi di anni luce, diventando così il campione di lunga distanza per misurare l'espansione dell'universo.

Se l'ipotesi degli studiosi venisse confermata, la scoperta comporterebbe enormi conseguenze e sulla datazione dell'universo e sulla velocità di crescita di stelle e galassie. Una cosa è certa: le prime stelle si formarono circa 200 milioni o 300 milioni di anni dopo il Big Bang. Successivamente, il tasso di fecondità dell'universo è cresciuto sempre di più, fino a raggiungere il picco 2,5 miliardi di anni dopo.

"Questo è chiaramente il periodo in cui le galassie si stavano evolvendo rapidamente", hanno spiegato gli astronomi J. Rychard Bouwens e Garth Illingworth dell'University of California (Santa Cruz).

C'è ancora tanto da scoprire. Secondo Bouwens, infatti, quello che grazie ad Hubble è stato scoperto non è che la punta di un iceberg. Si attende il lancio del nuovo e più potente telescopio Webb, che dovrebbe volare nello spazio entro i prossimi dieci anni.

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mercoledì 26 gennaio 2011

Come portare una foresta in un deserto

Mai sentito parlare del Sahara Forest Project? Se la risposta è no, sarà bene raccogliere qualche informazione, poiché Norvegia e Giordania hanno recentemente firmato un accordo per trasformare lo spazio arido del deserto sahariano in un’oasi verde.

Il progetto, sviluppato grazie alla collaborazione di alcune società londinesi (Max Fordham Consulting Engineers, Seawater Greenhouse, Exploration Architecture) e della norvegese Belona Foundation, mira infatti alla costruzione di una serra pilota ad Aqaba, in Giordania, poco distante dal Mar Rosso. Duecentomila metri quadrati di verde a partire dal 2012: ma come?

Sfruttando tutto quello che c’è per natura: le inesauribili fonti del sole, l’acqua di mare, l’aria e le biomasse. In cambio, cibo, acqua e nuova energia, pulita.

Sole e acqua. Il progetto prevede l’utilizzo di tecnologie CSP (Concentrated solar power), un innovativo sistema di lenti e specchi che, disposti su un’ampia superficie come quella in questione, sono in grado di canalizzare le grandi quantità di energia termica prodotta dalla luce solare verso un’area precisa e mirata. In questo caso, l’area è ‘occupata’ da una serie di tubi d’acqua; grazie al calore l’acqua si trasforma in una massiva quantità di vapore e quel vapore è poi spinto verso una turbina, a sua volta connessa ad un tradizionale generatore elettrico.

Acqua e aria. Anche l’aria calda del deserto, che notoriamente si presta poco al ‘giardinaggio’, viene aspirata attraverso i filtri insieme all’acqua di mare. E all’interno dei tubi il tutto, depurato da polveri, insetti e impurità, subisce una serie di sbalzi di temperatura (parliamo degli stessi tubi che ricevono il calore solare) che ne garantiscono la condensazione e la desalinizzazione fino alla definitiva trasformazione in acqua dolce e utilizzabile per le colture.

Biomasse. Sembra che le alghe siano il composto ideale per produrre energia con le biomasse: ben trenta volte superiori alle risorse tradizionalmente usate come legno, spazzatura o combutibili a base di alcol. Il Sahara Forest Project conta perciò di coltivarne in quantità all’interno di specifiche vasche di acqua marina (fotobioreattori): con l’aumentare del fabbisogno energetico, quelle alghe saranno un combustibile prezioso per ovviare alla dipendenza da carbone, petrolio o metano.

Il risultato. L’entusiasmo degli sviluppatori del progetto è giustificato: se tutto procedesse come sperato, il Sahara avrebbe presto una serra di immense proporzioni, totalmente autosufficiente e in perfetta armonia con l’ambiente. E ‘scusate se è poco’, in un arido angolo del deserto più grande del mondo.

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Vuoi diventare un astronauta? La Nasa lancia 'Mission X'

E’ partito questa settimana 'Mission X: Train like an Astronaut', un ottimo progetto formativo rivolto a piccoli futuri astronauti lanciato dalla Nasa.

Quale bambino non ha mai sognato di volare tra le stelle ed osservare la Terra da una distanza inimmaginabile? Probabilmente tutti lo abbiamo fatto, ma non abbiamo tenuto in considerazione l’addestramento duro e faticoso che si trova alle spalle degli uomini che fluttuano nell’universo.

L'agenzia spaziale americana, in collaborazione con altre quattordici agenzie spaziali mondiali, da quindi la possibilità di partecipare ad un addestramento tipico di un astronauta, anche se "non ci sono voli spaziali previsti nel breve periodo".

All'iniziativa potranno partecipare ragazzi dagli otto ai dodici anni di età, i quali verranno organizzati in squadre per affrontare una competizione che durerà per sei settimane. Lo scopo dell’addestramento è quello di insegnare agli studenti i principi di alimentazione sana e l’esercizio fisico corretto.

I maestri cercheranno di imporre ai ragazzi la forza, la resistenza, la coordinazione, l’equilibrio fisico e mentale, la consapevolezza spaziale, il ragionamento scientifico e il modo giusto per lavorare in un team. In un comunicato stampa la Nasa ha annunciato che "l’addestramento a cui sono sottoposti i ragazzi è lo stesso con cui vengono preparati i veri astronauti".

Per quanto riguarda la giusta alimentazione da adottare nello spazio, una brave classifica mostra qual è il cibo più richiesto. Al primo posto troviamo la verdura e la frutta secca, considerata l’impossibilità di portare quella fresca. In seconda posizione i cioccolatini seguiti da un’inaspettata salsa piccante e dai gamberetti. All’interno della navicella sono presenti alimenti provenienti da tutto il mondo come ad esempio le tortillas, i principali piatti giapponesi e le polpette svedesi. Tra i cibi più tradizionali troviamo lo yogurt e il brodo di pollo.

Al progetto stanno partecipando molti Stati tra cui ovviamente gli Usa oltre a Paesi Bassi, Italia, Germania, Francia, Austria, Colombia, Spagna e Regno Unito.

Un dato rilevante sta nel fatto che circa ottocento quarte elementari provengono dal Texas e precisamente dal College Station Independent School District, tutte facenti parte della squadra degli Stati Uniti.

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domenica 23 gennaio 2011

Filmata una bambina volante in un bosco della Russia?

Questo video, ripreso in un bosco della Russia, mostrerebbe una bambina in completo stato di levitazione. Realtà o finzione?






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Arriva TankBot: il robot-giocattolo che si guida con l'iPhone

Quando l'iPhone, l'iPad e l'iPod Touch ti fanno guidare un carrarmato. L'Apple entra in guerra: quella dei robot giocattolo però. Arriva infatti TankBot, un mini robot, realizzato dalla Desk Pets, che può essere telecomandato da qualsiasi dispositivo iOS.
Basta inserire un trasmettitore all'interno dell'uscita cuffie dei tre dispositivi firmati Cupertino e saliamo alla guida del mini-carro, sfruttando l'accelerometro del device.


Disponibile in quattro colori a partire dal mese di giugno, il TankBot costerà solo 20 dollari, ovvero circa 15 euro. A ogni colore, inoltre, "corrisponde una frequenza di funzionamento diversa per rendere possibili battaglie o azioni congiunte tra più TankBot".
La serie dei robot-giocattoli adattati ad Apple, dunque, fa un ulteriore passo verso l'universo videoludico. Dal più noto Parrot AR.Drone all'interessante Sphero provata al CES di Las Vegas e in arrivo entro fine anno, sembra proprio che il colosso informatico capitanato da Steve Jobs sia pronto ad accaparrarsi un'altra fetta di mercato. Tra realtà aumentata e robotica, gli orizzonti della Mela appaiono ormai privi di confini commerciali.
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Quando la migrazione scongiura il contagio

Nelle lunghe migrazioni che intraprendono per raggiungere luoghi più ospitali, gli animali non fuggono solo dal freddo, dalla scarsità di cibo o dai predatori, ma anche dai parassiti. Lo sostengono Sonia Altizer e la sua équipe di ricerca dell’Università della Georgia (Usa). In uno studio pubblicato su Science, i ricercatori spiegano che, sebbene spesso i parassiti approfittino del viaggio dei loro ospiti per diffondersi su scala mondiale, in alcuni casi, le migrazioni arrestano le epidemie e contribuiscono a eliminare i ceppi virali più resistenti.

Gli scienziati statunitensi hanno analizzato le dinamiche di interazione tra alcune specie animali, tra cui renne, cigni e falene, e i parassiti che le infettano. Tra i casi riportati, quello delle farfalle monarca (Danaus plexippus) è esemplare. Studiando il modo in cui le rotte migratorie di questi insetti influenzano la diffusione dei loro parassiti, si è scoperto che le farfalle impegnate nei viaggi più lunghi sono le meno contagiate. Inoltre, dall’analisi dei ceppi virali è emerso che i patogeni più resistenti colpiscono le farfalle più “sedentarie”. Per sostenere una lunga migrazione, infatti, è necessario essere in forma: le farfalle contagiate, soprattutto se dai ceppi più virulenti, hanno maggiori probabilità di morire durante il viaggio e, con loro, i parassiti che trasportano.

Attualmente, però, le migrazioni degli animali sono sempre più minacciate dall’intervento umano. Deforestazione, urbanizzazione, agricoltura intensiva e barriere artificiali interferiscono con gli spostamenti di molte specie. Sconvolgendo i piani migratori degli animali, l’essere umano sta quindi aumentando il rischio di venir contagiato da nuovi virus.

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martedì 18 gennaio 2011

Clonazione: il Giappone pronto a 'resuscitare' il mammut

Trovarsi faccia a faccia con un animale preistorico (non in formato fossile!) è un'impresa impossibile. Almeno fino ad oggi. Un gruppo di studiosi dell'Università di Kyoto, infatti, ha in mente di 'resuscitare', entro i prossimi 5 anni, i mammut attraverso la clonazione.

Il team di ricercatori nipponici avrebbe creato una tecnica per estrarre il Dna da cellule congelate, in precedenza un ostacolo per i tentativi di clonazione a causa dei danni subiti dalle cellule stesse nel processo di congelamento.

Così, attraverso il reperimento di alcuni tessuti ricavati dalla carcassa di un mammut, conservati in un laboratorio di ricerca russo, gli studiosi di Kyoto cercheranno di far rivivere le specie già da questa estate, chiaramente sotto forma di embrione.

Alcuni resti di mammut, infatti, conservano ancora campioni di tessuto utilizzabile, che permetterà di recuperare le cellule per la clonazione, a differenza dei dinosauri, scomparsi circa 65 milioni di anni fa e i cui resti esistono solo come fossili.

L'embrione verrà inserito nell'utero di un elefante con la speranza che l'animale possa dare alla luce un cucciolo di mammut. La scelta è ricaduta sull'elefante proprio perché pare sia il parente più prossimo del mammut, un grosso mammifero coperto di lana scomparso con l'ultima glaciazione.

"I preparativi per realizzare questo obiettivo sono stati conclusi", ha spiegato Akira Iritani, leader del team e professore emerito dell'Università di Kyoto. Ma se entro i prossimi 5 anni l'embrione di mammut trapiantato nell'utero di un elefante riuscisse a venire alla luce, quali saranno le conseguenze? Cosa comporterà inserire una specie già estinta all'interno del ciclo della vita?

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giovedì 13 gennaio 2011

Politica: dimmi che sguardo hai e ti dirò chi voti

Gli occhi sono lo specchio delle idee politiche: lo dice una ricerca guidata da Michael Dodd, psicologo dell’Università di Nebraska (Lincoln, Usa). I risultati dello studio, pubblicati sulla rivista 'Attention, Perception & Psychophysics', mostrano come i liberali siano più attenti ai movimenti degli occhi delle persone di quanto non lo siano i conservatori. Questo è il più recente lavoro nell’ambito di una ricerca più ampia condotta sulle differenze naturali tra i due principali fronti della politica.
L’esperimento ha coinvolto 72 studenti universitari ai quali è stato dato il compito di premere la barra spaziatrice di un pc alla vista di un’immagine target. Sullo schermo però, oltre a questa figura, compariva anche un volto, all’inizio senza pupille. Agli studenti era stato detto di tenere gli occhi puntati sul volto, ma di non tenerne conto perché la cosa importante era l’immagine target. Subito dopo l’inizio dell’esperimento sullo schermo apparivano pupille in movimento che occasionalmente si rivolgevano al target.

Complessivamente si è dimostrato che, quando gli occhi del volto puntavano il target, i volontari premevano la barra spaziatrice 10-15 millisecondi prima del caso contrario. Ma la cosa sorprendente non è stata questa, considerata un dato normale e già osservato in letteratura, bensì che gli studenti che avevano dichiarato di essere di idee politiche liberali mostravano una risposta ancora più veloce dei conservatori di circa 20 millisecondi.
Diverse spiegazioni sono state ipotizzate da Dodd, tra cui quelle ritenute più probabili riguardano l’intrinseca personalità degli esseri umani, che influenza le loro idee politiche: i conservatori infatti sono spesso più rigidi al rispetto delle regole (ai volontari era stato detto di non tenere conto del volto, ma solo del target) e non di rado più autonomi nelle loro scelte, che li porta a considerare di meno gli altri.
“Entrambe le possibilità sono plausibili - sostiene Dodd - Io personalmente ritengo che le predilezioni di base, insiste nella nostra mente, influenzino come noi ci approcciamo alla vita e che queste in qualche modo determinino le nostre idee politiche”. D’altronde i risultati della ricerca non possono dimostrare né se le idee politiche influenzino il comportamento né se avviene l’inverso.
Il gruppo di ricerca sta analizzando in questo periodo i risultati di un lavoro analogo condotto su un campione diverso di volontari. Poiché lo stato di Nebraska è fondamentalmente conservatore, "è importante verificare - precisa Dodd - se i dati si mantengono inalterati per un’area geografica liberale".

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lunedì 10 gennaio 2011

Kinect, le migliori Hack disponibili!

Posted by GUARDIAMO A 370° 16:17, under ,,, | No comments

Ancora Kinect. Spopola il nuovo aggiornamento della Xbox 360, e insieme si diffondono sempre di più le hack. Dopo l'applicazione che rende invisibili, il potenziale di Kinect è stato messo alla prova con successo soprattutto dagli utenti, nonostante Kotaku abbia annunciato che i piani di Microsoft per Kinect puntano in alto, attraverso l'integrazione di altri dispositivi come computer, tablet e smartphone.

Ma per gli utenti che non hanno la pazienza di attendere, sono già a disposizione 6 hack. Scopriamole.

1. The Hacking

Adafruit che si occupa di elettronica aziendale fai da te ha indetto una sorta di 'gara' per la prima persona in grado di violare la barra sensore di Kinect. Detto fatto. Nel giro di qualche giorno l'hack vincente è riuscita a fornire il codice open source per la profondità della fotocamera e il sensore RGB.


2. The KinectBot

Il KinectBot potrebbe essere la creazione più pratica di Kinect grazie all'utilizzo dei sensori 3D della barra Kinect. Realizzato da Philipp Robbel imsieme al Personal Rootic Group del MIT, crea con dettagli impressionanti mappe 3D dell'ambiente in cui ci si trova, inviandole in modalità wireless ad un computer. Grazie alla miriade di sensori del Kinect, la KinectBot è inoltre in grado di rilevare gli esseri umani e rispondere ai comandi.

3. Minority Report

Controllare i gesti in tempo reale è il risultato di questa hack, che supera il limite di Kinect, che non è sensibile al punto da rilevare le singole dita. Si pensa che Microsoft implementerà questo tipo di controllo in Windows 7.




4. Video 3D olografico

Quest'applicazione consente una mappatura 3D olografica che sfrutta il sensore di profondità integrandolo con una macchina fotografica. Il risultato, secondo Oliver Kreylos, suo inventore, è stato quello di fornire una visione 3D della camera in cui ci si trova.

5. Creare una superficie multitouch

Come si è visto, i sensori di Kinect permettono di trasformare qualsiasi superficie piana in una superficie pluridimensionale. Proiettndo un video su tutte le superfici attraverso Kinect, è possibile spostare le immagini digitali con un solo gesto e inserire anche oggetti del mondo reale.

6. Shadow Puppets

La combinazione di un Kinect hacked e un proiettore hanno dato vita all'ultima trovata: le ombre cinesi Kinect. L'artefice è Theo Watson, che ha creato un programma in grado di riconoscere il gomito, l'avambraccio, il polso, le dita e il pollice che riproducono la classica forma dell''uccello'. L'hack interpreta infatti la posizione del braccio e i movimenti della mano.
Le idee non mancano. Microsoft dovrà darsi da fare per trovare qualcosa ancora più originale.


Diventare insibivili con le nuove hack

Dopo meno di un mese dall'uscita di Kinect in Italia, si moltiplicano le hack che permettono di utilizzare il nuovo controller di Xbox 360 nelle maniere più strambe. Il nuovo dispositivo pare infatti aver scatenato la fantasia degli utenti, che in ogni parte del mondo, elaborano varianti più o meno complesse.
Desiderate diventare invisibili? Se ancora non disponete di un mantello in stile Harry Potter, poco male, basta utilizzare il sistema di camuffamento ottico, realizzato per Kinect attraverso OpenFrameworks.

Anche se rimane un mistero il suo funzionamento, si può ipotizzare che si tratti di una semplice filtro in grado di 'rimuovere' il corpo sostituendolo con l'immagine retrostante, presa in precedenza. Fatto in tempo reale suscita un certo effetto. Consideriamola una forma tecnologicamente avanzata di illusionismo.
Ma non è tutto. Un'altra hack realizzata da Yankeyan combinando la Toolkit Kinect con un emulatore di Nintendo, ha permesso di giocare col classico SuperMario simulando i movimenti dle personaggio: al nostro salto, salta anche Mario, se corriamo sul posto lo fa anche Mario, e così via.
E siamo ancora all'inizio, chissà cosa troveremo nei prossimi mesi. Inoltre, vi siete chiesti cosa ne penserà il Mago Silvan, vedendosi rubare la piazza (e i trucchi!) da una semplice console?

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Le lacrime delle donne inibiscono la sessualità maschile

Gli occhi sono lo sguardo dell'anima, si dice, e le lacrime lo dimostrano, poichè nascondono un messaggio codificato chimicamente: annusare il pianto del proprio partner, infatti, riduce l'attivazione sessuale negli uomini, "anche quando la donna che le ha prodotte non è presente". E' quanto emerge da una ricerca condotta da un team di studiosi presso il dipartimento di Neurobiologia del Weizmann, pubblicata sulle pagine di Science Express.
Partendo dai resoconti di numerosi studi recenti, nei quali già era stato provato come le sostanze presenti nel sudore potessero innescare un "sorprendente spettro di segnali in chi li percepisce con l'olfatto", i ricercatori hanno appurato che le lacrime non hanno odore, ma contengono un'ampia gamma di composti chimici in grado di veicolare sottili messaggi al prossimo.

Lo studio. Gli studiosi del Weizmann, guidati dal professor Shani Gelstein, hanno coinvolto un gruppo di volontari maschi ai quali hanno chiesto di annusare lacrime o una soluzione salina, secondo la modalità in doppio cieco, "mentre scorrevano su uno schermo immagini di visi femminili". Dalle risposte fornite dagli uomini, è dunque risultato che annusare le lacrime non sviluppa alcuna empatia, anzi, sorprendentemente "influenza negativamente il giudizio sul sex appeal attribuito ai visi".
A controprova dell'esperimento, inoltre, gli esperti hanno elaborato un secondo test, che ha però confermato il responso del primo. Anche in questo caso, infatti, le risposte emotive dei soggetti alle lacrime hanno ridotto la loro attivazione sessuale.

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sabato 8 gennaio 2011

La nebulosa del Granchio "sussulta"

Una radiazione inattesa, fatta di raggi gamma estremamente variabili, che molto potrebbe rivelare sulla natura e sul moto delle particelle elementari. È il “messaggio” lasciato nello spazio dalla Nebulosa del Granchio (Crab in inglese), captato lo scorso settembre da un satellite dell’Agenzia Spaziale Italiana - AGILE (Astrorivelatore Gamma a Immagini ultra Leggero) - e da uno della Nasa. Alla scoperta Science dedica due studi e una perspective. Galileo ha chiesto a Marco Tavani dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), responsabile scientifico del telescopio italiano e primo autore di uno dei due studi pubblicati, di spiegare l'origine e il significato di quello che è stato ribattezzato come “Il sussulto del Granchio”.

Professor Tavani, che cos’è la Nebulosa di Crab?
“La Nebulosa di Crab è uno dei pochissimi oggetti celesti di cui conosciamo la storia. Quello che noi oggi vediamo è, infatti, ciò che resta dell'esplosione di una supernova osservata dagli astronomi cinesi nel 1054 d.C. Al centro della nebulosa oggi rimane il nocciolo della supernova: una stella a neutroni o, più comunemente, pulsar”.

Perché le radiazioni captate dal satellite italiano sono insolite?
“La nebulosa del Granchio emette vari tipi di radiazione, tra cui i raggi X e gamma. Fino ad oggi, le radiazioni emesse erano per lo più stabili, così regolari da usare la nebulosa di Crab come un’eccellente sorgente di riferimento per identificare radiazioni provenienti da altri oggetti celesti. Lo scorso settembre, però, il satellite dell'Agenzia Spaziale Italiana ha registrato strani comportamenti nei raggi gamma della nebulosa: AGILE ha infatti memorizzato un “sussulto”, un’intensa ondata di raggi gamma estremamente variabile; un fenomeno copia di un altro registrato dallo stesso satellite nel 2007. L’evento di settembre è stato osservato anche da un altro gruppo di astronomi statunitensi, grazie al telescopio spaziale Fermi della NASA”.

Qual è l’origine di questo sussulto?
“È da escludere che a originare queste ondate di raggi gamma sia stata la pulsar al centro della nebulosa, perché nel suo comportamento non è stato evidenziato nessun sostanziale cambiamento. Questo suggerisce che a generare le emissioni sia stato qualcos'altro all’interno della nebulosa: noi ipotizziamo che siano state particelle ad alta energia”.

Quali sono queste particelle e in che modo emettono radiazioni?
“La pulsar ruota su se stessa molto rapidamente, generando un campo magnetico potentissimo. Ruotando, la stella a neutroni emette radiazioni elettromagnetiche e un vento di particelle, tra cui elettroni, positroni e forse, ma non ne siamo certi, protoni. A loro volta, le particelle urtano contro i gas della nebulosa, subendo continuamente variazioni nel moto e nelle accelerazioni, emettendo vari tipi di radiazione, tra cui quelle gamma”.

Qual è il significato della scoperta?
“Di solito questo tipo di radiazioni si perdono, si diluiscono nell’insieme delle emissioni della nebulosa. Stavolta, invece, è come se avessimo potuto fare uno zoom sulla nebulosa e osservare ciò che accade da vicino a queste particelle. Vedere questi sussulti ci permette di studiare l’accelerazione delle particelle con una precisione estrema, mai raggiunta prima. In questo senso, la nebulosa di Crab è un laboratorio eccezionale per la fisica delle particelle, più potente di qualsiasi acceleratore tradizionale. Inoltre, non si tratta di una scoperta solo teorica. Capire il comportamento di queste particelle infatti ci permette di comprendere meglio la fisica dei plasmi e ci aiuta a migliorare tecnologie come quelle applicate alla fusione nucleare, con implicazioni importanti anche sul fronte energetico”.


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Celle solari stampate su carta (anche igienica)

Per dimostrare un nuovo metodo di fabbricazione di celle solari, in grado di stamparle su materiali estremamente sottili e flessibili, i ricercatori dell' MIT hanno ricoperto di celle fotovoltaiche dei fogli di carta igienica. Di certo, il substrato scelto non è il massimo per la creazione di celle solari performanti, ma mostra la versatilità del nuovo metodo di stampa, in grado di contenere i costi i produzione e di espandere la gamma di applicazioni per il fotovoltaico.

Karen Gleason, professoressa di ingegneria chimica all' MIT, ha mostrato come si possano stampare celle solari su una varietà di materiali delicati e flessibili, come carta di riso, plastica, o fogli estremamente sottili di carta tradizionale.

La nuova tecnica non richiede l'utilizzo di solventi, e lascia intatto il substrato su cui vengono applicate le celle solari. Il metodo è stato definito oCVD (oxidative chemical vapor deposition), e comporta la deposizione di vapori di un monomero in aggiunta ad un agente ossidante, che assieme vanno a creare una plastica conduttiva, definita PEDOT, la cui capacità di conduzione viene aumentata di circa 1000 volte grazie all'aggiunta di particelle d'argento.

Le celle solari così stampate possono essere piegate e allungate senza che le loro proprietà vengano compromesse. Nei test di laboratorio, i ricercatori hanno piegato un substrato stampato di plastica per più di 1000 volte, dimostrando come l'efficienza sia rimasta pressochè intatta (99%) dopo quello stress.

Per dimostrare ulteriormente la robustezza del nuovo metodo, i ricercatori hanno stampato le celle solari su un foglio di carta, che hanno poi piegato per realizzare un aeroplanino. Nonostante le pieghe, il foglio ha continuato a generare corrente elettrica.
Per dimostrare un nuovo metodo di fabbricazione di celle solari, in grado di stamparle su materiali estremamente sottili e flessibili, i ricercatori dell' MIT hanno ricoperto di celle fotovoltaiche dei fogli di carta igienica. Di certo, il substrato scelto non è il massimo per la creazione di celle solari performanti, ma mostra la versatilità del nuovo metodo di stampa, in grado di contenere i costi i produzione e di espandere la gamma di applicazioni per il fotovoltaico.

Karen Gleason, professoressa di ingegneria chimica all' MIT, ha mostrato come si possano stampare celle solari su una varietà di materiali delicati e flessibili, come carta di riso, plastica, o fogli estremamente sottili di carta tradizionale.

La nuova tecnica non richiede l'utilizzo di solventi, e lascia intatto il substrato su cui vengono applicate le celle solari. Il metodo è stato definito oCVD (oxidative chemical vapor deposition), e comporta la deposizione di vapori di un monomero in aggiunta ad un agente ossidante, che assieme vanno a creare una plastica conduttiva, definita PEDOT, la cui capacità di conduzione viene aumentata di circa 1000 volte grazie all'aggiunta di particelle d'argento.

Le celle solari così stampate possono essere piegate e allungate senza che le loro proprietà vengano compromesse. Nei test di laboratorio, i ricercatori hanno piegato un substrato stampato di plastica per più di 1000 volte, dimostrando come l'efficienza sia rimasta pressochè intatta (99%) dopo quello stress.

Per dimostrare ulteriormente la robustezza del nuovo metodo, i ricercatori hanno stampato le celle solari su un foglio di carta, che hanno poi piegato per realizzare un aeroplanino. Nonostante le pieghe, il foglio ha continuato a generare corrente elettrica.
Per dimostrare un nuovo metodo di fabbricazione di celle solari, in grado di stamparle su materiali estremamente sottili e flessibili, i ricercatori dell' MIT hanno ricoperto di celle fotovoltaiche dei fogli di carta igienica. Di certo, il substrato scelto non è il massimo per la creazione di celle solari performanti, ma mostra la versatilità del nuovo metodo di stampa, in grado di contenere i costi i produzione e di espandere la gamma di applicazioni per il fotovoltaico.

Karen Gleason, professoressa di ingegneria chimica all' MIT, ha mostrato come si possano stampare celle solari su una varietà di materiali delicati e flessibili, come carta di riso, plastica, o fogli estremamente sottili di carta tradizionale.

La nuova tecnica non richiede l'utilizzo di solventi, e lascia intatto il substrato su cui vengono applicate le celle solari. Il metodo è stato definito oCVD (oxidative chemical vapor deposition), e comporta la deposizione di vapori di un monomero in aggiunta ad un agente ossidante, che assieme vanno a creare una plastica conduttiva, definita PEDOT, la cui capacità di conduzione viene aumentata di circa 1000 volte grazie all'aggiunta di particelle d'argento.

Le celle solari così stampate possono essere piegate e allungate senza che le loro proprietà vengano compromesse. Nei test di laboratorio, i ricercatori hanno piegato un substrato stampato di plastica per più di 1000 volte, dimostrando come l'efficienza sia rimasta pressochè intatta (99%) dopo quello stress.

Per dimostrare ulteriormente la robustezza del nuovo metodo, i ricercatori hanno stampato le celle solari su un foglio di carta, che hanno poi piegato per realizzare un aeroplanino. Nonostante le pieghe, il foglio ha continuato a generare corrente elettrica.


Questo nuovo metodo non è soltanto applicabile alla stampa di celle solari, ma si può sfruttare per la realizzazione di elettronica flessibile, come tessuti hi-tech e display flessibili.

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Svelato il mistero della corona solare

Non troppo distante da noi c'è un inferno di gas a temperature di milioni di gradi. È la corona solare, la porzione più esterna dell'atmosfera della nostra stella, che possiamo vedere durante le eclissi totali. Un studio apparso su Science propone un nuovo meccanismo per spiegare questo riscaldamento, uno degli aspetti meno chiari e più controversi che riguardano il Sole. Bart Depontieu, del Lockheed Martin Solar and Astrophysics Laboratory, in California, ha infatti coordinato un team di ricercatori americani e norvegesi che hanno analizzato in dettaglio nuove osservazioni da satellite. Secondo questo studio, la corona verrebbe riscaldata da violenti getti di plasma, un risultato che mette in crisi molte teorie sulla struttura della stella.

La corona solare è una regione estremamente turbolenta, formata principalmente da idrogeno a temperature altissime, alle quali la materia si trova allo stato di plasma, ovvero gli elettroni sono liberi dagli atomi. La corona solare è un ottimo laboratorio naturale per tutti gli studiosi della fisica del plasma, ed i meccanismi capaci di riscaldarla a temperature così alte sono da sempre al centro di complesse teorie, molte delle quali basate su effetti di convezione e di magnetoidrodinamica.
Per studiare in dettaglio la struttura del Sole, sono stati messi in orbita diversi satelliti; la Nasa, per esempio, ha lanciato lo scorso febbraio il Solar Dinamic Observatory (SDO) ed il satellite Hinode, frutto di una collaborazione con l'agenzia spaziale giapponese (Jaxa) e quella europea (Esa).
I satelliti hanno rivelato la presenza di getti di plasma, dette spicole, che si innalzano dalla cromosfera trasportando energia nella corona solare Le spicole sono un fenomeno ben noto, ma queste nuove osservazioni ne hanno mostrato un nuovo tipo, chiamate “spicole di Tipo II”, che durano meno e sono più veloci delle classiche, in quanto possono raggiungere da 50 a 100 chilometri al secondo. “Il riscaldamento delle spicole fino a milioni di gradi non era mai stato osservato direttamente, così il loro ruolo nel riscaldamento coronale era stato scartato in quanto non verosimile”, ha commentato De Pontieu. Ora, invece, il nuovo studio suggerisce che queste spicole possono riscaldare la corona solare a temperature comprese fra i 20 e i 100 mila gradi Kelvin, e che, in alcuni casi, siano così energetiche da superare il milione di gradi. La nuova scoperta suggerisce quindi la presenza di un complesso interscambio fra la superficie e le parti più esterne della corona solare, mostrandoci ancora una volta che il nostro caro vecchio Sole è ancora ricco di segreti. 
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venerdì 7 gennaio 2011

Soho: il più grande cacciatore di comete

Con 2000 comete in 15 anni di attività si è aggiudicato il titolo di miglior cacciatore di comete di sempre. È il telescopio orbitante SOHO (SOlar Heliospheric Observatory), lanciato dalle agenzie spaziali statunitense (Nasa) ed europea (Esa) nel dicembre del 1995 e costantemente puntato verso il Sole.

Per individuare le prime mille comete il telescopio ha impiegato 10 anni, per le seconde mille esattamente la metà: la duemillesima l'ha adocchiata il 26 dicembre 2010. Il trucco è proprio nel suo orientamento verso la stella. L'attrazione gravitazionale esercitata dal Sole, infatti, attira un gran numero di comete che, come mostrato nel video, spesso finiscono con l'essere inglobate da esso o con l'andarci molto vicino, sotto lo sguardo attento di Soho. La cometa mostrata nel filmato è stata ripresa dal telescopio orbitante appena il 1 gennaio 2011 e non è ancora chiaro se sia stata il suo primo pasto dell'anno o se sia scampata alla cattura.
A permettere a Soho di trovare le comete è lo strumento che porta a bordo: Lasco (Large Angle and Spectrometric Coronagraph), il cui scopo primario è tenere sotto controllo la parte più brillante del Sole per visualizzare le emissioni dello strato più esterno dell'atmosfera solare, la corona. Questo strumento ha come “effetto collaterale” quello di oscurare il Sole all'occhio di Soho, consentendogli di vedere tutto quello che ce intorno alla stella, comete in arrivo comprese.
Secondo quanto riportato dalla Nasa, circa l'85 per cento delle comete scoperte grazie all'aiuto di Lasco provengono dallo stesso gruppo chiamato famiglia Kreutz, probabilmente quello che resta di una sola enorme cometa che si è frantumata centinaia di anni fa. Le comete di questa famiglia arrivano hanno delle orbite molte vicine al Sole, tanto vicine che qualcuna spesso si vaporizza poche ore dopo la sua scoperta. Altre però sfuggono a questo destino e si ripresentano regolarmente davanti al telescopio. Una delle visitatrici più frequenti è la cometa 96P Machholz che orbita vicino al sole circa ogni sei anni.

giovedì 6 gennaio 2011

Scoperta una nuova molecola per razzi green

Razzi spaziali ecofriendly potrebbero presto comparire sulle rampe di lancio, grazie a una nuova molecola, chiamata trinitramide, scoperta dai ricercatori del Royal Institute of Technology (KTH), in Svezia. È composta esclusivamente da ossigeno e azoto, ha la forma di un'elica e potrebbe rendere il combustibile per razzi più efficiente del 20-30 per cento.
“La regola empirica dice che, per ogni aumento del dieci per cento di efficienza del combustibile, il carico del razzo può raddoppiare”, ha spiegato Tore Brinck, docente di chimica-fisica alla KTH, coautore dello studio.
Solo altri otto sono i composti fatti esclusivamente di ossigeno e azoto, e la maggior parte è stata scoperta nel XVIII secolo. La trinitramide è il più grande di questi ossidi di azoto; la sua formula chimica è N(NO2)3. Grazie alla sua stabilità e alla sua particolare composizione, renderebbe il combustibile per razzi non solo più efficiente, ma anche ecologico, diversamente da quelli usati al momento. Per ogni lancio di un navicella spaziale, infatti, vengono rilasciate nell'aria emissioni equivalenti a 550 tonnellate di acido cloridrico concentrato”, ha proseguito Brink.
Il ricercatore stava proprio lavorando con il suo team all'individuazione di un combustibile più efficiente e meno inquinante quando, studiando la scomposizione di un altro composto attraverso calcoli di chimica quantistica, ha scoperto di trovarsi davanti alla nuova molecola.

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mercoledì 5 gennaio 2011

Quelle antenne che ci rendono invisibili

Sta arrivando il mantello dell’invisibilità a banda larga, che ci permetterà un giorno di scomparire alla vista di chi ci circonda. Il principio è l’utilizzo di speciali materiali, detti ‘metamateriali’, in grado di riflettere e deviare la luce, già noti nel passato, ma con l’aiuto di antenne frattali, che incrementano di 3 volte il range di colori che possono essere resi invisibili. L’annuncio arriva dai ricercatori del Fractal Antenna Systems, un’azienda con sede a Waltham (Massachusetts, Usa), specializzata nella progettazione e produzione di antenne.
I metamateriali, scoperti nel 2000 dal fisico John Pendry dell’Imperial College di Londra, interagiscono con la luce perché la loro struttura atomica è capace di deviare i fotoni, le particelle più piccole che la compongono. Così già nel 2006 lo stesso Pendry pubblicava su Science la ‘ricetta dell’invisibilità’, che si basava essenzialmente sull’utilizzo di questi materiali per impedire alla luce di attraversarli, rendendo di fatto invisibile tutto quello che si trovava dietro di loro.
Il limite di questa scoperta era il range di colori della luce che riuscivano ad essere bloccati. Infatti le interazioni tra i fotoni e la struttura atomica del metamateriale sono molto specifiche e pochissime erano efficaci a bloccare il passaggio della luce. L’utilizzo delle antenne frattali ha migliorato sensibilmente il problema.
Le antenne sono dei sistemi che ricevono e trasmettono onde elettromagnetiche, come la luce. Un frattale invece è un oggetto matematico fatto con una speciale geometria per la quale uno stesso motivo viene ripetuto all’infinito su scala sempre ridotta. Un esempio in natura sono i polmoni, nei quali la trachea si divide in bronchi, che a loro volta si dividono in bronchioli che confluiscono negli alveoli.
Stessa struttura geometrica ma dimensioni sempre più piccole, in perfetta scala. Le antenne frattali sono dunque antenne con questa geometria, che ne incrementa il perimetro a parità di area, aumentandone l’efficienza. Utilizzando questo accorgimento il metamateriale è in grado di ricevere un range di luce molto più ampio e di rendere dunque l’invisibilità un fenomeno più realistico.
“Nel 2008 alcuni ricercatori cinesi dissero che era impossibile creare un mantello dell’invisibilità a banda larga - riferisce il capo ricerca e amministratore delegato della ditta Nathan Cohen - Noi non solo l’abbiamo fatto, ma abbiamo anche ridotto gli strati di mantello necessari. Tutto questo è il 'Santo Graal' della progettazione dei mantelli, e spinge fortemente verso un brillante futuro per la scienza dell’invisibilità”.
Questo mantello frattale lavora per ora nel range delle microonde, quello usato dai telefoni cellulari e dagli apparecchi wireless. Ma la tecnologia potrebbe essere applicata alla luce visibile, grazie ai progressi delle nanotecnologie. Cohen è molto cauto a riguardo, ma anche ottimista, sostenendo che ci vorranno ancora molti anni prima che il mantello dell’invisibilità sia perfetto, ma ribadendo che questo avverrà.
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Le più belle immagini dell'eclissi parziale di sole

Qui di seguito alcune tra le immagini più belle dell’eclisse parziale di Sole, la prima del 2011.



Si ringrazia Sabrina e Gruppolocale per le immagini

Super B, l'acceleratore italiano

Un acceleratore di particelle a base italiana: è il Super B, un progetto dell'Infn (Istituto nazionale di fisica nucleare) portato avanti in collaborazione con istituti appartenenti ad altre dieci nazioni. E ora sembra più vicino. Pochi giorni fa, infatti, il Ministero dell'istruzione, dell'Università e della Ricerca (Miur) ha annunciato di aver messo a disposizione 20 milioni di euro per la realizzazione della macchina e di un laboratorio internazionale di ricerca.
Il nuovo acceleratore non avrà le dimensioni gigantesche del famoso LHC e lavorerà ad energie molto più basse. L'obiettivo del progetto è far scontrare fasci di particelle estremamente compatti, piccoli e corti, estremamente densi. Secondo l'Infn, il SuperB (il nome deriva dai mesoni B, alcune delle particelle che l'acceleratore dovrebbe produrre) permetterà di aumentare di 100 volte, rispetto al limite attuale, il numero di reazioni prodotte in un dato tempo in laboratorio; inoltre, offrirà l'opportunità di studiare processi rari di decadimento di particelle che potrebbero evidenziare effetti non previsti dalle teorie oggi più accreditate.
SuperB nasce dalle idee sviluppate e sperimentate in Italia nei Laboratori nazionali Infn di Frascati, con l’acceleratore Dafne. Gli esperimenti e le simulazioni svolti finora suggeriscono che la macchina potrà produrre coppie di particelle (1.000 di mesoni B, altrettante di leptoni τ e diverse migliaia di mesoni D) per ogni secondo di operazione a pieno regime.
In totale, per costruire l'acceleratore a partire da una macchina dimessa dal 2008, il PEP II di Stanford in California (Usa), serviranno 400 milioni di euro: una cifra ben più importante rispetto ai 20 milioni messi a disposizione finora dal governo italiano. Tuttavia Roberto Petronzio, presidente dell'Infn, sembra convinto del fatto che il Miur sia pronto ad investire altri 250 milioni di euro nei prossimi cinque anni.
l'Infn spera che il Ministero approvi un piano di costruzione che preveda l'inizio dei lavori già il prossimo anno e l'entrata in funzione dell'acceleratore intorno al 2016. Si aspetta, però, anche che Stati Uniti mettano ufficialmente a disposizione quel che resta del PEP II: materiali dal valore di 100 milioni di dollari; David MacFarlane, direttore del dipartimento di fisica delle particelle e astrofisica degli Slac National Accelerate Laboratory (e dell'acceleratore in disuso), sarebbe pronto a cedere a patto di una futura collaborazione.
Le possibili ricadute pratiche? I campi sono moltissimi. C’è già chi immagina radiografie superveloci, litografie avanzate (per esempio per creare minuscoli despenser da applicare sotto pelle per la somministrazione dei medicinali) e studi di dettaglio del comportamento delle singole molecole nei processi chimici.
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In Cina il primo ristorante robot

Immaginate di entrare in un ristorante, chiedere per un tavolo libero e trovarvi davanti una squadra di robot pronta a servirvi. Immaginatelo, e fatevene una ragione, perchè in Cina è stato realizzato il Dalu Robot Restaurant: il primo ristorante con camerieri robotici.
Su una superficie di cinquecento metri quadri, il locale si trova a Jiang, la capitale della provincia dello Shandong. E' fornito di sei camerieri-robot, due dei quali donne, programmate per accogliere i clienti all’ingresso, altri due che servono le bevande e ancora due che, ovviamente, si occupano del cibo. Tuttavia, l'eccezione, come di norma, non manca: i fornelli sono infatti stati lasciati ad uno chef in carne ed ossa, così come la gestione della cassa.
Al momento il Dalu Robot Restaurant dispone di ventuno tavoli e riesce ad ospitare fino a cento persone. "Vogliamo ampliare la dimensione del locale e il numero dei camerieri-robot", fanno sapere le due società a capo del progetto, che precisano anche di voler arrivare ad "assumere almeno 40 macchine".
Un vero e proprio ristorante di robot dunque. L'idea ci riporta quasi ai film di fantascienza, specialmente se i cordiali automi, così come progettati al 'Dalu', servono la clientela su particolari carrelli-triciclo che si muovono su una rotaia fissa e circolare che attraversa l’intero locale. E ad ogni oggetto o persona: Alt, un sensore gli dice di fermarsi.
Il costo di ogni macchinario si aggira intorno ai "6 mila dollari americani" e nel caso vada in tilt, può essere rimesso in funzione manualmente.
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martedì 4 gennaio 2011

L'amore sconfigge il mal di testa

Alcune volte le cefalee sono causate da reali problemi fisici; altre, invece, sono attribuite allo stress quotidiano, alla vita frenetica che caratterizza la nostra società. Una recente ricerca ha infatti rivelato che di cefalea cronica soffrono oltre sei milioni di americani e quasi otto milioni di italiani.
Tuttavia, pare che un particolare ormone riesca a diminuire, o addirittura eliminare, la patologia in questione. Si tratta dell’ossitocina, ormone peptidico di nove aminoacidi prodotto dai nuclei ipotalamici, che secondo una recente ricerca, condotta dal professor Yeomans David presso la Stanford University School of Medicine, allevierebbe il dolore provocato dall'emicrania.
L'ossitocina, più comunemente ormone dell'amore (considerando la sua influenza sui comportamenti umani come la fiducia, la generosità ed il legame sociale), sarebbe dunque l'antidoto al fastidioso mal di testa, diluito in uno spray nasale pratico ed efficace.
Stando alle indagini scientifiche portate avanti dall'equipe di studiosi, "i risultati sono stati piuttosto positivi. Per il 50 per cento dei pazienti - ha dichiarato Yeomans David - il mal di testa si è ridotto della metà". Mentre "il 27 per cento dei casi, invece, non ha riscontrato più alcun dolore dopo quattro ore dall’inalazione".
Intanto i ricercatori sono all'opera per stabilire tutti i possibili effetti dell’ossitocina: se di lunga o breve durata, e se questa cura può essere adatta anche per altre tipologie di mal di testa.
E gli effetti collaterali? Influenzando i comportamenti sociali dell’individuo, "l’ormone porta anche ad accrescere dei sentimenti negativi, come ad esempio l’invidia".
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L'universo è piatto e dominato dall'energia oscura

Sono anni che gli astronomi si interrogano su cosa sia l'energia oscura che, di conseguenza, potrebbe aiutare a definire cosa sia la materia oscuraAlla fine degli anni '90, alcuni esperti stupirono la comunità scientifica con la scoperta che l'universo non aveva affatto terminato la propria espansione, ma era anzi coadiuvato nel suo processo di crescita da un acceleratore cosmico. Ed è proprio tale sviluppo ad essere noto oggi come 'energia oscura' e di cui ancora poco si sa. 
Ma l'energia oscura é lì, da qualche parte nello spazio. Nettamente verificabile grazie alle sue misurazioni, rilevate in anni di studio assiduo. E la materia oscura, entità misteriosa altrettanto ignota, é invisibile ma ben identificabile attraverso la sua spinta gravitazionale. 

Un gruppo di scienziati dell'Università della Provenza ha confermato la presenza di questa energia grazie ad un test attraverso il quale si é potuto verificare l'impatto dei parametri cosmici su due distinte galassie
É nota la difficoltà di astronomi e cosmologi a determinare distanze e forme nell'universo, dovuto proprio alla mancanza di parametri di riferimento. Ma questo team di scienziati si é servito di alcune conoscenze stabilite sulla ipotetica curvatura del cosmo, attraverso la quale si é stati in grado di posizionare i corpi celesti nello spazio. Si parte dunque dall'assunto che l'universo possieda delle curvature; solo uno spazio piatto, infatti, potrebbe obbedire agli standard geometrici di cui si é a conoscenza.  
In passato, i ricercatori ipotizzarono che osservando la distribuzione degli oggetti sferici nello spazio, non si poteva esercitare alcuna distorsione su quelle sfere per determinare la geometria dell'universo. La teoria fu proposta da Charles Alcock nel 1979, oggi astrofisico per l'Harvard Smithsonian Center, e successivamente, nel 2007, da un professore di Princeton, tale Bohdan Paczynski.  
Entrambi gli scienziati affermarono che "se si sta guardando la distribuzione delle galassia senza considerare la giusta cosmologia, si finisce per avere una sua visione distorta". 
Tali teorie, in seguito, sono state ereditate dal cosmologo francese Christian Marinoni e dalla sua assistente Adeline Buzzi. Il loro nuovo approccio alla dottrina si concentra sull'allineamento individuale di centinaia di galassie binarie. L'orientamento di queste coppie di galassie é del tutto casuale, se viste dall'interno del nostro sistema solare. La geometria e la grandezza del cosmo potrebbero distorcere gli apparenti orientamenti galattici.  
Modificando leggermente la geometria dell'universo, Marinoni e Buzzi hanno confermato il modello secondo il quale il cosmo é piatto ed è dominato dalla energia oscura. Questa, infatti, ne occupa circa i due terzi. Il fenomeno è esclusivamente proprio dell'energia oscura ed occorrono ancora molti rilevamenti per rendere certa l'analisi.  
Michael Strauss, astrofisico della Princeton University, afferma che da una semplice immagine dell'universo sono stati effettuati molti esperimenti. "Tutti combaciano. Ma più test si fanno, più sicuri si sarà". 


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Sapiens di 400.000 anni fa?

È presto per dire qualsiasi cosa. Ma quegli otto denti ritrovati in Israele e datati fino a 400.000 anni fa sembrano proprio appartenere a ominidi della nostra specie, Homo sapiens. Se questo dato verrà confermato, la scoperta sarebbe una pietra miliare. Primo, perché anticiperebbe la comparsa dell’Uomo anatomicamente moderno di ben 200.000 anni; secondo, perché sposterebbe il luogo di origine dall’Africa al Vicino Oriente.

A dare la sensazionale notizia dalle pagine dell’American Journal of Physical Anthropology sono gli archeologi Avi Gopher e Ran Barkai dell’Università di Tel Aviv, e l’antropologo Israel Hershkowitz della Sackler School of Medicine. I denti, che potrebbero quindi essere i più antichi fossili di Homo sapiens nel mondo (tra i 400.000 e i 200.000 anni fa), sono stati ritrovati nella cava di Qesem, a una dozzina di chilometri a est di Tel-Aviv.

I ricercatori hanno eseguito analisi morfologiche attraverso tomografie e raggi X. I risultati mostrano che la forma dei denti (un tratto distintivo specie-specifico) è molto simile a quella degli esseri umani moderni; inoltre, vi è una forte somiglianza anche con altri reperti, trovati sempre in Israele (nella cava di Skhul a Carmel e nella cava di Qafzeh, vicino Nazareth), datati intorno ai 100.000 anni fa e attribuiti a H. sapiens.

Nella cava di Qesem sono state anche rinvenute le prove della produzione sistematica di selce lavorata, dell’uso del fuoco, di caccia e di lavorazione degli animali. Ciò rinforza l’ipotesi che questi comportamenti siano comparsi con l’uomo moderno. Anche l’ipotesi di un’origine nel Vicino Oriente o in Europa, anziché in Africa, diviene più forte. Gli scavi intanto proseguono: serviranno infatti altre prove per confermare il valore della scoperta.

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lunedì 3 gennaio 2011

Le straordinarie formiche da miele

Oggi vi mostro brevemente un tipo di formiche particolarmente curioso: le formiche "vaso di miele". Non si tratta di una determinata specie di formiche, ma di operaie di alcune particolari specie, che si sono evolute specializzandosi, all'interno della colonia di appartenenza, nell'immagazzinamento del cibo all'interno del loro addome.

Questo tipo di formiche sono sostanzialmente dei contenitori del cibo raccolto dalle operaie. Immagazzinano il cibo nel loro addome, tanto che questo si dilata a dismisura fino a raggiungere le dimensioni di un chicco d'uva, e immobilizza la formica all'interno della colonia.

formiche mieleLe formiche del miele non svolgono la sola funzione di magazzino di cibo ambulante: sono anche dei contenitori di qualunque liquido corporeo e acqua prelevati dalle prede della colonia, utili per la sopravvivenza quotidiana della comunità o per il supporto alimentare in situazioni particolarmente avverse.

formiche mieleLe colonie che comprendono formiche del miele sono spesso soggette a raid di altre specie animali, o di altre colonie di formiche. Una risorsa alimentare così preziosa fa gola a tutti, uomo compreso: in alcune località del mondo, queste formiche vengono raccolte e mangiate come dei veri e propri bonbon. Gli aborigeni australiani, per esempio, raccolgono le formiche della specie Camponotus inflatus per mangiarle come prelibatezza locale.

Ci sono poi le formiche della specie Myrmecocystus mexicanus, che vive ad ovest del Nord America, la cui struttura sociale è estremamente efficiente: una regina, e migliaia di femmine operaie sterili suddivise in "badanti" per le larve e le formiche del miele, operaie di media grandezza per lo scavo del nido e la raccolta del cibo, e le operaie più grosse, che diventeranno contenitori di cibo.

formiche miele
La necessità di formiche-contenitore è nata probabilmente per il fatto che le specie che contengono formiche del miele vivono in regioni aride, in cui acqua e cibo, se accumulati semplicemente all'interno del nido, verrebbero velocemente compromesse dal clima ostile.

Le regioni di diffusione di queste formiche sono tuttavia particolarmente ricche di risorse durante la stagone umida, momento in cui tutti il surplus alimentare prodotto dalla colonia viene immagazzinato all'interno delle formiche del miele. Quando le operaie avranno bisogno di cibo, non dovranno far altro che nutrirsi del cibo rigurgitato dai loro contenitori viventi.

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Eclissi parziale di sole inaugura il 2011, domani tutti con gli occhi al cielo

L'anno nuovo si apre con un magnifico evento astronomico, ovvero un eclisse parziale di sole.

Il 4 gennaio 2011 infatti in tutta l'Europa si potrà vedere il sole che da poco sorto verrà coperto dalla luna che passerà tra la stella e il nostro pianeta (percorso dell'eclissi).
La luna coprirà solo una parte del disco solare (come detto infatti sarà un'eclissi parziale) quindi non ci sarà buio totale.
Ricordiamo di osservare il fenomeno con filtri solari apposta per la protezione degli occhi.

Il fenomeno avrà inizio intorno alle 8, verso le 9 ci sarà il momento di massima copertura e verso le 10.30 il fenomeno terminerà.

Per vedere la prossima eclissi parziale in Italia dovremmo aspettare fino al 20 Marzo 2015 mentre per vederne una totale fino al 3 Settembre 2081... quindi mi raccomando non perdetevi questo evento!

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sabato 1 gennaio 2011

Cybersesso: il lato porno di Kinect



(La visione del video è consigliata ad un pubblico maggiore di 18 anni)

"Kinect offre una nuova tecnologia che permette agli utenti di provare il cybersex in un modo mai visto prima d'ora", continua il dirigente, che intanto poco si preoccupa di come reagirà Microsoft. "Ormai il sasso è stato lanciato", dice con entusiasmo.

La dimostrazione è stata realizzata usando il Kinect interfacciato a un pc con Windows 7. Per il momento proseguono dunque gli esperimenti con la nuova periferica di Microsoft che, stando alla concorrenza, sembra proprio non avere rivali.

Augusto Rubei

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