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martedì 30 novembre 2010

Alaa Shaheen: ufo dentro le piramidi. Ma è una bufala

Posted by GUARDIAMO A 370° 20:33, under ,,,,,, | No comments

Bufala in rete. Vi segnaliamo una dichiarazione shock, il capo del Dipartimento di Archeologia dell'Università del Cairo, il dottor Alaa Shaheen, che avrebbe ha detto in pubblico che gli alieni hanno aiutato gli antichi egizi a costruire la più antica delle piramidi, ovvero le Piramidi di Giza. Dopo essere stato ulteriormente interrogato dal signor Marek Novak, un delegato dalla Polonia, alla domanda se la piramide potrebbe ancora contenere tecnologia aliena o anche un UFO nella sua struttura, il dottor Shaheen, a risposto vagamente e ha dichiarato:"Non posso confermare o smentire tutto questo, ma c'è qualcosa all'interno della piramide che "non è di questo mondo". Esiste anche un sito del sedicente esperto.

Non esistono prove di questa conferenza ma una cosa è certa: il dottor Shaheen non è certo il capo del dipartimento di archeologia della capitale egiziana.
Naturalmente qui non è in discussione la teoria di un'interazione nel passato tra civiltà aliene e egiziani, ipotesi già ampiamente dibattute, ma la veridicità di questa informazione.
Le piramidi d'Egitto, i monumenti più misteriosi della Terra, vennero edificate (almeno secondo la maggior parte degli storici, perché come al solito, esistono teorie contrastanti) in un lasso di tempo relativamente breve, cioè dal 2800 al 2500 a.C. Delle trentacinque piramidi principali disseminate in Egitto la maggioranza si trova ai margini del deserto, a ovest del Nilo. Sorgono generalmente a gruppi; il più famoso è quello di Gizah, non lontano dal Cairo, costituito dalle tre immense costruzioni geometriche osservate dall'altrettanto enigmatica Sfinge.

La loro imponenza e bellezza (ciò è valido soprattutto per quelle della piana egizia di Giza) rendono questi antichi monumenti uno dei luoghi più insoliti di tutto il pianeta. Alcuni dati relativi alla grande piramide di Cheope avvalorano quest'affermazione. Essa era costituita in origine da quasi due milioni e mezzo di blocchi di pietra. Il peso medio di ogni blocco è di circa due tonnellate e mezzo. I suoi lati sono perfettamente allineati in direzione nord-sud e est-ovest (l'errore dell'allineamento è di solo 3' e 6"). Il piano di appoggio è perfettamente orizzontale: l'angolo sud orientale è appena dodici millimetri più alto di quello nord occidentale. Se a questi dati si unisce il fatto che essa fu costruita verso il 2500 a.C. non si può che rimanere pieni di meraviglia.

Alcuni studiosi sono stati vittime di questa meraviglia che li ha indotti a formulare fantasiose teorie. Uno di essi, l'astronomo scozzese dell'Ottocento Charles Piazzi Smyth effettuò accurate misure sulla grande piramide e credette di aver trovato incredibili correlazioni numeriche tra le sue dimensioni. Egli arrivò alla conclusione che la piramide racchiudeva in sé una conoscenza superiore dell'universo. Dalle sue misure e dai suoi calcoli, egli dedusse che dall'architettura della piramide si potevano ricavare importanti grandezze astronomiche e addirittura alcune date significative per la storia dell'umanità, quali quella dell'esodo degli ebrei e quella della nascita di Cristo. In realtà il metodo adottato da Smyth consentirebbe di ottenere risultati analoghi anche se applicato a un qualsiasi edificio. In pratica, elaborando opportunamente le misure di un qualsiasi oggetto si può ottenere quel che si vuole. Ciò nonostante molti altri studiosi hanno seguito le orme di Smyth, commettendo errori analoghi.
Alcuni autori si è anche sbizzarriti per cercare di spiegare in che modo le piramidi furono costruite. Per molti di essi sarebbe assolutamente impossibile che gli egizi abbiano compiuto una simile opera. Alcuni hanno ipotizzato quindi l'esistenza di una civiltà superiore, poi estintasi, identificata talvolta con la leggendaria civiltà di Atlantide. Di qui si arriva fino agli alieni e alla teroia di Shaheen, che però non ha mai pronunciato quelle parole.

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Scoperta una molecola riporta indietro il tempo, ringiovanendo alcuni topolini!

Uno dei sogni dell'essere umano è l'immortalità. Che si tratti di un corpo che non invecchia mai, o di una sorta di "inversione dell'invecchiamento" poco importa. L'importante è riuscire a diventare insensibili al passare del tempo.

Oggi possiamo, con metodi più o meno efficaci, rallentare l'invecchiamento del corpo umano. Sarebbe meglio dire che possiamo rallentare gli effetti dell'invecchiamento, dato che le vostre rughe (ammesso che ne abbiate) potete nasconderle, trattarle col botox, rendere la pelle più tonica, ma il vostro corpo continuerà a decadere senza possibilità che accada altrimenti.

L'aspettativa di vita di oggi è più elevata rispetto al passato non perchè siamo stati in grado di allungare le nostre vite, ma soprattutto perchè abbiamo eliminato i fattori che ne riducevano la durata, e possiamo esprimere tutto il nostro potenziale di specie arrivando a 80, 90, o oltre 100 anni in rari casi. Di certo cibo e abitudini sane, e una buona dose di attività sportiva, contribuiscono a rendere il nostro corpo più resistente al passare del tempo: ma il nostro organismo, ripeto, continuerà a decadere.

Il sogno dell'immortalità rimarrà tale ancora per molto tempo. Non voglio deludervi e smontare le vostre aspettative, ma a tutto c'è fine, e pensare che non sia lo stesso anche per l'essere umano è da presuntuosi. Ma una ricerca del Dana-Farber Cancer Institute pone le basi per futuri progressi in campo medico, specialmente nel trattamento di malattie rare che comportano l'invecchiamento precoce.

Al Dana-Farber Cancer Institute hanno parzialmente invertito la degenerazione cellulare dovuta all'età, con la conseguenza di aver ottenuto nuovamente una crescita del cervello e dei testicoli, un aumento della fertilità, e il ritorno delle facoltà cognitive perdute col passare del tempo.

L'enzima telomerasi mantiene integri i cromosomi e, assieme ad altri fattori, contribuisce a rallentare la degenerazione cellulare e funzionale negli anziani.
Le cavie sono state modificate geneticamente con una sorta di "interruttore" in grado di disattivare l'enzima e ottenere topi invecchiati prematuramente. Lo scopo era quello di verificare se, una volta riattivato l'enzima, la telomerasi sarebbe riuscita a far regredire gli effetti dell'invecchiamento.
"Volevamo sapere questo: se si potesse accendere l'interruttore dell'enzima e ripristinare i telomeri negli animali con disturbi dovuti all'invecchiamento, cosa accadrebbe?" dice Ronald A. DePinho, professore di genetica della Harvard Medical School.

Le cavie sono state geneticamente modificate per sviluppare danni gravi genetici e ai tessuti come risultato dell'invecchiamento prematuro: danni alla milza e agli intestini, riduzione della massa del cervello e impossibilità di rigenerare il tessuto cerebrale.
Il risultato dell'azione dell'enzima telomerasi è stato notevole: inversione del processo di invecchiamento, regressione di disordini cerebrali, e aumento della fertilità. Invito a leggere l'articolo originale per tutti i dettagli.

"Se avrà impatto sull'invecchiamento tradizionale è una questione più complicata" spiega DePinho. "Ma è notevole che la perdita di telomeri sia associata a disordini dovuti all' invecchiamento, e che il ripristino dei telomeri possa alleviare questo declino".

Gli animali non hanno sviluppato alcuna forma di cancro. Cosa importante, visto che alcune forme di cancro cercano di attivare l'enzima telomerasi per rendersi virtualmente immortali.
Ancora più importante, DePinho sostiene che questi risultati potranno fornire nuove strade per la medicina rigenerativa, dato che suggeriscono che le cellule staminali adulte quiescenti di tessuti danneggiati possano essere riattivate per riparare i danni.

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Pando,l'essere vivente più pesante (e forse più vecchio) del mondo

L'essere vivente più pesante non è una sequoia, una balena o una colonia di insetti, ma è Pando, un enorme colonia di pioppo che, di fatto, è un vero e proprio super-organismo.

Pando è una colonia di oltre 47.000 steli di pioppo della specie Populus tremuloides. Ogni albero cresce fino ad circa 25 metri, con un diametro del tronco che va dai 20 agli 80 centimetri.
Non si tratta tuttavia di una semplice foresta, in cui ogni albero o cespuglio ha un particolare profilo genetico, differente dagli altri individui della propria specie: gli alberi, nel caso di Pando, sono tutti cloni dell'albero originale, e connessi attraverso una rete di radici condivisa, e in qualche modo intelligente.

Pando si trova nella Fishlake National Forest, sulle Wasatch Mountains nello Utah, ed è l'essere vivente più pesante mai scoperto dalla scienza. Si estende per circa 43 ettari, e l'insieme dei suoi alberi pesa un totale di circa 6.600 tonnellate, rendendolo 15 volte più pesante dell'essere vivente più esteso del mondo (un fungo), e più della sequoia più grande del mondo, il Generale Sherman, che pesa circa 6.100 tonnellate.

Questa colonia di pioppi è stata scoperta da Burton V. Barnes dell'Università del Michigan, il primo a descrivere la crescita dei cloni di questa pianta e l'intricata rete di radici che governa questo super-organismo.

Pando ha potuto battere molti record grazie alla riproduzione vegetativa, un sistema di riproduzione che prevede l'estenzione orizzontale delle radici, per poi dare alla vita un nuovo "nodo vegetale" della pianta. Non è un meccanismo insolito per il regno vegetale: accade con le fragole, con l'erba comune, e con molte altre specie di piante.

In natura, la riproduzione vegetativa si manifesta spesso in vaste aree, ed è proprio il caso di Pando. L'albero che ha dato origine a Pando è un maschio, e tutti i cloni nati successivamente sono maschi, condividendo lo stesso patrimonio genetico. Sebbene quindi le specie di pioppo note siano dotati di riproduzione sessuata, la colonia di Pando si riproduce quasi esclusivamente attraverso l'estensione delle radici dai nodi della colonia. Ne consegue che ogni albero di Pando, che si trovi a nord o a sud della colonia, ha un profilo genetico identico agli altri, salvo rare mutazioni.

Il sistema di radici di Pando ha circa 80.000 anni, anche se i suoi nodi (alberi) raggiungono un'età media di 130 anni, con un'età massima di 200. Come questo sia possibile, è facile intuirlo: il primo Pando, nato circa 80.000 anni fa, ha continuato a clonarsi in continuazione, dando origine ad altri alberi identici dal punto di vista del profilo genetico.

E' come se questo pioppo avesse raggiunto l'immortalità creando copie di se stesso, e riuscendo a tramandare il proprio patrimonio genetico nel corso dei millenni. Prima della morte di un nodo di Pando, l'albero ha già generato diversi nodi-figlio, lasciando il vecchio "involucro" per trasferirsi in nuovi germogli.

Ci sono inoltre altri meccanismi che contribuiscono alla sopravvivenza di Pando, come il suo incredibile sistema di radici. Il network di vasi che distribuiscono i nutrienti è in qualche modo intelligente: se la rete nota che in un'area c'è più acqua mentre un'altra risulta essere più arida, è in grado di inviare più nutrienti verso la regione del network di radici in cui l'acqua scarseggia.

C'è poi un meccanismo ormonale molto complesso in gioco. Quando un clone è in riproduzione, crea degli steli, che diventeranno a loro volta cloni con il passare del tempo. Questi steli inviano in continuazione segnali ormonali alla rete di radici, segnalando l'inutilità di produrre nuovi individui.
Ma quando uno di questi steli muore, il clone che lo ha generato non riceve più il segnale ormonale. Se l'assenza di segnale è forte, significa quindi che molti steli sono morti: parte quindi una reazione che innesca un'enorme produzione di nuovi steli a crescita veloce, fino al numero record di 400.000 steli di pioppo per acro.

Questo meccanismo di resistenza è un'arma a doppio taglio: da una parte, consente a questo pioppo di ripopolare velocemente un'area colpita da qualche agente distruttore, come valanghe, inondazioni o fuoco; dall'altro, ne rallenta la diffusione e la crescita in caso di periodi poco turbolenti per la foresta.
Se non intervengono agenti distruttivi, infatti, conifere ed altre piante invadono lo spazio vitale degli steli di pioppo, che trovano parecchie difficoltà a sopravvivere con bassi livelli di luminosità.

Pando sembra quindi essere sopravvissuto per così tanto tempo anche grazie ad una serie regolare di incendi, che ha consentito al meccanismo di difesa del network di Pando di generare una quantità impressionante di cloni.

Rimangono ancora dubbi sull'età di Pando e sul suo diritto a detenere il primato di essere vivente più pesante del mondo. secondo alcuni ricercatori, ci sarebbe un network di pioppi, poco noto nello Utah, dall'età di circa un milione di anni, e che si estenderebbe per 80 ettari.

L'età di Pando è stata determinata da una serie di fattori, come la storia dell'ecosistema locale nel corso dei millenni, il tasso di crescita dipendentemente dal clima, le sue dimensioni e l'analisi genetica delle mutazioni intervenute nel corso degli anni. L'età di 80.000 anni è una stima prudente: alcuni ritengono che la colonia abbia un'età vicina al milione di anni.

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venerdì 26 novembre 2010

Sarah Scazzi rapita dagli ufo: la vergogna di "Chi l'ha Visto"

Ci giunge una segnalazione sdegnata di un lettore a cui volentieri diamo seguito. A quanto pare nei giorni concitati della scomparsa della piccola Sarah Scazzi, una signora di Taranto aveva chiamato i centralini del programma Chi l’ha Visto per segnalare che il Salento era invaso dai dischi volanti nei giorni del rapimento di Sarah, dando anche assicurazione di avere delle foto. La cosa assurda non è tanto la segnalazione, ma il fatto che la redazione della trasmissione abbia dato spazio alla storia.



Sarah e la sensitiva.

"Non avrei potuto salvare Sarah ma se mi avessero creduta almeno non sarebbe rimasta così tanto tempo li... sono INDIGNATA! ..non ho mai chiesto nessun compenso ne mai lo farò per questi casi e tantomeno pubblicità non ne ho bisogno ..me la sono sempre pagata; io e Francesca Palazzotti, appena mi apparve il flash che era stato lo zio ..abbiamo chiesto aiuto a molti che potevano fare qualcosa e non ci hanno aiutate".

Esordisce con queste parole dal suo profilo Facebook la sensitiva Rosemary Laboragine, che aveva in tempi non sospetti espresso le sue sensazioni negative riguardo il caso di Sarah. Nelle interviste rilasciate ai media infatti, la donna aveva più volte dichiarato che la quindicenne ragazza pugliese non si era allontanata volontariamente da casa, ma era stata vittima di una violenza, secondo le sue visioni.

Le era infatti apparso il volto di Sarah con gli occhi chiusi in un ambiente ostile, circondato da acqua (poteva trattarsi del mare oppure di un fiume secondo la sua ricostruzione). Cosa che in effetti si è concretizzata in quanto il corpo senza vita di Sarah è stato ritrovatoproprio in un canale sotterraneo, completamente immerso dalle acque.

Non è però tutto: nei giorni scorsi come afferma la stessa Rosemary, durante una normalissima cena in un ristorante, soffermandosi a guardare un quadro, scorse in esso il viso dello Zio della ragazza e spaventata, confessò il tutto a chi di dovere, senza essere però presa in considerazione.
Meglio non aggiungere altro.


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Ecodrive Bicycle: la bicicletta che puoi guidare con l'iPhone

Di tutte le applicazioni smartphone che ogni giorno fioriscono e invadono il mercato per il piacere degli appassionati, soltanto alcune risultano utili e stupefacenti nello stesso tempo: Ecodrive Bicycle ne ha senza dubbio tirata fuori una.

E non stiamo parlando di apps nel senso più contemporaneo del termine; ci riferiamo invece all’applicazione fisica di uno smartphone su un mezzo di locomozione che torna alla ribalta con idee sempre nuove: la bicicletta.

Questa, in particolare, rappresenta un modello intelligente di vivere la strada senza rischi, combinando vecchio e nuovo in perfetta armonia: dispone di luci e segnalatori di direzione integrati che è possibile comandare dal manubrio stesso e propone uno spazio ad hoc per inserire il proprio smartphone, con tutti i vantaggi che questo comporta.

Ecodrive Bicycle permette così di usufruire dei servizi dell’iPhone, tanto per fare un esempio calzante, primo fra tutti il navigatore GPS; ma senza troppe distrazioni e senza mai togliere le mani dal volante: il posto riservato allo smartphone è infatti al di sotto del manubrio, a portata di mano e di sguardo. Oltretutto il telaio, totalmente in alluminio e dal design piuttosto singolare, potrebbe ospitare una batteria per la ricarica del dispositivo lungo il percorso.

Il modello, nell’aspetto vagamente futuristico, è stato progettato dal designer Juil Kim e presentato ufficialmente al Seoul Design Falr 2010 nelle due versioni di colore bianco o nero. L’idea trova radici nelle tre grandi verità urbane del nostro tempo: traffico sempre in aumento, ambiente a rischio e scarsa sicurezza.

Per tutta risposta Ecodrive garantisce agilità di movimento, impatto ed emissioni pari a zero, totale visibilità su strada senza che il conducente sia costretto a rimuovere le mani dal manubrio per segnalare i propri spostamenti, un gesto che comporta il rischio non raro di perdere l’equilibrio.

Nessun dubbio che il primo smartphone fra i potenziali candidati sia il gioiellino della Apple; non si escludono comunque altri modelli, incastonati a mestiere come fossero parte integrante del telaio stesso.

E sorge spontaneo domandarsi se, una volta commercializzata e diffusa la Ecodrive Bicycle, non nasceranno vere applicazioni specifiche per i ciclisti su strada: ma visto il mercato di cui stiamo parlando, di sicuro qualcuno ci sta già pensando o addirittura lavorando su.


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Ossigeno e CO2 su Rea, la luna ghiacciata di Saturno

Rea, una delle lune di Saturno, è circondata da un’atmosfera fatta di ossigeno e anidride carbonica. A riportarlo su Science Express sono i ricercatori del Southwest Research Institute (Texas, Stati Uniti) che per il loro studio si sono basati su dati forniti dalla sonda Cassini. La sonda fa parte della missione Cassini-Huygens, condotta dalla Nasa, dall'Esa e dall'Agenzia Spaziale Italiana per studiare il sistema di Saturno, comprese le sue lune e i suoi anelli.

Lo scorso 2 marzo, Cassini è passata a soli 97 chilometri di distanza da Rea, riuscendo così ad effettuare misurazioni precise della composizione atmosferica di questa luna ghiacciata. In particolare, il gruppo di ricerca, guidato da Ben Teolis, ha utilizzato i dati di uno spettrometro di massa ionica e neutra per rilevare la presenza di gas neutri. Dall'analisi dei dati è emerso che la luna contiene molecole di ossigeno e anidride carbonica, mostrando un’elevata disomogeneità atmosferica e una diversa concentrazione tra zone diurne e notturne.

Questa scoperta è in linea con quanto recentemente osservato per le lune ghiacciate di Giove: Callisto, infatti, contiene CO2, mentre Europa e Ganimede sono ricoperte di ossigeno, generato attraverso reazioni di chimica radioattiva. Per comprendere l’origine dell’ossigeno su Rea, i ricercatori hanno testato diversi modelli con dati di spettrometria plasmica. L'ipotesi principale è che questa molecola venga prodotta principalmente nell’emisfero posteriore dal bombardamento di gruppi ionici d'acqua sul plasma co-rotante di Saturno, ma che la maggior parte rimanga poi bloccata all’interno del ghiaccio.

Più oscura è invece l’origine dell’anidride carbonica: secondo il gruppo di Teolis, potrebbe essere il frutto di un’emissione primordiale, oppure di reazioni di radiolisi intercorse tra molecole superficiali di acqua e minerali carbonacei, forse depositati da micro-meteoriti che in passato hanno bombardato la luna.

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Sensazionale! La Santa sindone in un crop circle

Lo scorso 30 luglio sono apparsi a Wickham Green (Regno Unito) due cerchi nel grano in due lati della strada, di un diametro di circa 300 metri, uno opposto all'altro.
Questi due cerchi contenevano al altri cerchi senza un'apparente significato, messi in maniera casuale. Analizzando i cerchi dall'alto sembra che un cerchio completi l'altro e se si sovrappongono le immagini sembra che si formi l'immagine della Sindone di Torino.

la mattina seguente all'apparizione un cerchio è stato misteriosamente cancellato, non si sa cosa sia successo.
Non è mai successo che un agricoltore abbia cancellato così presto le tracce di un cross sul proprio campo.
Quindi tutto ciò ha portato le indagini ad essere ancora più misteriose

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giovedì 25 novembre 2010

L'universo prima del Big Bang

Chiedersi che cosa sia avvenuto prima del Big Bang può sembrare poco scientifico, visto che il tempo stesso non sarebbe dovuto esistere se non dopo quell'evento di circa 13,7 miliardi di ani fa.
Tuttavia, come spiegano in un articolo postato sul sito arXiv, Roger Penrose, dell'Università di Oxford e Vahe Gurzadyan dell'Università statale di Yerevan, in Armenia, hanno identificato nel fondo cosmico a microonde (CMB) un effetto che sembrerebbe permettere di "guardare oltre" il Big Bang, per osservare che cosa c'era prima. E se ci trovassimo in un universo ciclico, in cui alla fine di ogni "eone" un nuovo Big Bang desse il via a un nuovo universo?

La radiazione cosmica di fondo che pervade l'universo si ritiene che sia un residuo di quando l'universo era neonato. Negli anni novanta si scoprì che questa radiazione è anisotropa, ossia che la sua temperatura subisce fluttuazioni di circa una parte su 100.000, che rappresentano uno dei principali dati osservativi a favore della teoria del Big Bang. Queste fluttuazioni dovrebbero essere casuali, e risalenti al periodo di "inflazione" dell'universo che si ritiene ci sia stato qualche frazione dei secondo dopo il Big Bang.

Penrose e Gurzadyan hanno però ora scoperto la presenza di una serie di cerchi concentrici all'interno della CMB, all'interno dei quali la variazione di temperatura è molto inferiore all'atteso, un fatto che mostra come l'anisotropia non sia del tutto casuale. I due scienziati ritengono che questi cerchi derivino da collisioni fra buchi neri supermassicci che avrebbero rilasciato enormi "lampi di energia". L'aspetto più singolare di questi cerchi è che, secondo i calcoli dei ricercatori, alcuni dei cerchi più grandi dovrebbero essersi formati prima del Big Bang.

La scoperta, osservano Penrose e Gurzadyan, non implica che non ci sia stato un Big Bang, piuttosto fornisce un indizio della possibilità di trovarci in una sorta di universo ciclico, nel quale alla fine di un "eone" o di un universo, si innescherebbe un nuovo Big Bang che segna l'inizio di un nuovo universo, in un processo si ripeterebbe indefinitamente. Secondo Penrose e Gurzadyan lo scontro dei due buchi neri che ha determinato i cerchi, sarebbe avvenuto proprio al termine dell'eone precedente a quello del nostro universo.

Penrose aveva già in precedenza studiato possibili modelli cosmologici ciclici in relazione a un altro problema della teoria inflazionaria dell'universo, ossia che essa non è in grado di spiegare perché ci fosse una così bassa entropia all'inizio dell'universo. Lo stato di bassa entropia, ossia di ordine elevato, era essenziale per la formazione della materia complessa. L'idea sottostante alla cosmologia ciclica è che quando un universo si è espanso quanto più possibile, i buchi neri "evaporano" perdendo tutta l'informazione che contengono, rimuovendo così l'entropia. A questo punto potrebbe iniziare un nuovo eone con uno stato di bassa entropia.

Data l'importanza che possono assumere questi cerchi, sottolineano i ricercatori, è necessario comunque un ulteriore cospicuo lavoro, sia per confermarne l'esistenza, sia per sondare la possibilità che esistano altri modelli in grado di spiegarli meglio. Per rilevare i cerchi ed eliminare il rischio di una loro eventuale causa strumentale, Penrose e Gurzadyan hanno finora utilizzato i dati rilevati da due esperimenti, WMAP e BOOMERanG98.


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La spettacolare 'Italia di luce' fotografata dalla Cupola della ISS, la Stazione Spaziale Internazionale

E' luminosa, seducente e splende con tutte le sue luci l'Italia fotografata dallo spazio.


Gli astronauti della Stazione spaziale internazionale (Iss) sono infatti riusciti a scattare una serie di immagini notturne spettacolari dalla Cupola, la grande finestra panoramica della stazione orbitale, tra cui una dello stivale italico, in mezzo al Mediterraneo, a 350 km sopra la Terra.

La foto guarda verso nord sulla Sicilia e lo stivale, circondato dal Mediterraneo e la Tunisia parzialmente visibile a sinistra.
Dalla Cupola e' possibile osservare molte cose, come le fuoriuscite di petrolio, la desertificazione, lo scioglimento di iceberg e ghiacciai, le tempeste di sabbia, gli uragani e l' inquinamento atmosferico.

E anche se la Terra puo' essere studiata da molti satelliti con molti sensori, le osservazioni fatte dalla Iss sono importanti perche' il punto di osservazione e' umano.
Gli astronauti infatti non solo si possono adattare al cambiamento delle situazioni, ma scattano foto spontaneamente, quando accade qualcosa di interessante. La Cupola, posta sul retro della stazione e installata nel febbraio scorso, e' usata per controllare i bracci robotici quando lavorano al suo esterno.


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lunedì 22 novembre 2010

Così le vespe producono energia solare

Un gruppo di scienziati di Tel Aviv ha scoperto che una particolare specie di vespe presenta un apparato simile alle celle solari per la produzione di energia. La vespa in questione è un imenottero della famiglia delle Vespidae, simile al calabrone, che può raggiungere le dimensioni di circa tre centimetri, precisamente identificata con il nome di ‘vespa orientalis’ (Vespa orientalis Linnaeus).

E’ diffusa soprattutto nel sud est dell’Europa e nel Medio Oriente; in Italia è presente nelle regioni meridionali e in Sicilia e nidifica solitamente all’interno di cavità ricavate nei muri e negli alberi, oppure direttamente nel terreno. Osservandone l’attività giornaliera, che consiste soprattutto nel lavoro presso la propria tana, gli scienziati hanno appurato che questo tipo di vespe lavora molto anche durante l’inverno, e che la loro attività è molto più frenetica durante le ore centrali della giornata.
Pare che il numero di vespe che entrano ed escono dalla tana, infatti, sia doppio quando il sole è alto, esattamente al contrario di ciò che succede con altri insetti simili. Ipotizzando una correlazione tra la maggiore insolazione e la maggiore attività, le osservazioni e gli esperimenti si sono indirizzati nello studio dei processi metabolici.

I ricercatori israeliani non sono nuovi a questo tipo di scoperte che riguardano le vespe: alcuni importanti studi sia sul comportamento sociale che sulla biologia di questi insetti, sono stati pubblicati dal 2004 al 2007 e costituiscono la logica premessa a quanto reso noto solo pochi giorni fa da Jacob Ishay, professore alla Facoltà di Medicina dell’università di Tel Aviv, durante un’intervista alla ‘BBC’.

Le vespe, come se fossero dei veri pannelli solari, utilizzano due zone corporee che si trovano sull’esoscheletro, (detto anche cuticola, che altro non è che un rivestimento esterno che protegge l’animale) una di colore marrone e l’altra gialla. Per molto tempo si è pensato che questa doppia colorazione avesse fondamentalmente una funzione difensiva rispetto agli altri animali. In realtà, secondo Ishay, l’esoscheletro ha delle proprietà molto più interessanti: la parte marrone contiene melanina e la parte gialla contiene xantopterina, che è il pigmento giallo presente in molti animali, specialmente nelle farfalle e nelle vespe, ma presente anche nell’urina dei mammiferi.

Ebbene, le due superfici corporee diversamente pigmentate e presenti sul corpo della vespa orientalis, sono capaci di catturare il 99 per cento dell’energia solare da cui sono colpite. Le radiazioni sono assorbite dalla cuticola attraverso i pigmenti e trasformate in energia.

E’ da molti anni che siamo a conoscenza del fatto che le piante utilizzano l’energia del sole, ma “è’ la prima volta che si scopre che una creatura utilizza il sole come forma diretta di energia”, ha detto Ishay, il quale ha aggiunto che dalle applicazioni dello studio di questo animale “potremmo imparare a costruire celle solari molto efficienti”.

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2000 feti umani scoperti in tempio buddista in Thailandia

Inizialmente si credeva che fossero 300 i feti umani trovati nascosti in un tempio buddista nella capitale tailandese, Bangkok. Era il 16 novembre 2010: 3 giorni dopo, i feti umani erano oltre 2000.

E' stato stabilito che i feti provenivano da aborti illegali, e conservati all'interno di buste che vengono generalmente utilizzate per conservare i corpi in attesa della cremazione.
La polizia è stata messa in allerta dalla segnalazione di alcuni locali, che percepivano un odore terribile da quando la fornace del tempio si era fermata per un guasto.

Due operai del tempio ed una donna erano dietro a questo business illegale della cremazione di feti umani: venivano pagati per sbarazzarsi dei feti provenienti da cliniche che praticano illegalmente l'aborto. Sono ora sotto arresto a Bangkok. La donna veniva pagata 16 dollari per ogni feto consegnato al tempio.

I feti sono stati ritrovati all'interno di buste di plastica in una nuova area dell'obitorio del tempio, dopo la scoperta di 348 feti contenuti in un'altra stanza.
I due operai arrestati hanno confessato di aver iniziato ad accumulare feti umani fin dal novembre del 2009, e non è ancora chiaro il perchè non li avessero ancora cremati.

In Thailandia l'aborto è illegale, a meno che la gravidanza non sia frutto di uno stupro o di incesto, o che possa risultare pericolosa per la donna.
La polizia ha affermato che hanno iniziato una massiccia campagna di controllo sulle 4000 cliniche di Bangkok su cui c'è il sospetto che stiano effettuando aborti ilegali. La maggior parte della popolazione non può permettersi l'aborto in cliniche autorizzate, e si rivolgono a vere e proprie organizzazioni criminali. Circa 80.000 donne all'anno abortiscono legalmente in Thailandia, ma non si ha una stima su quante si rivolgano alle cliniche illegali.

I due operai del tempi arrestati potrebbero essere condannati alla prigione per un anno, e ad una multa di 2000 baht (67 dollari circa). La dipendente della clinica invece, che ha confessato di aver consegnato feti provenienti da aborti illegali, potrebbe essere condannata a cinque anni di prigione e pagare una multa di 10.000 baht (333 dollari).

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Scoperta una nebuola che assomiglia ad ET

Lo Space Telescope ci manda continuamente immagini straordinarie e capaci, a volte, di stimolare la fantasia. La nebulosa della Carena, vera e proprio “nursery” stellare, è un oggetto in cui le sculture cosmiche raggiungono il loro apice.

Le immagini che voglio mostravi non sono nuove, ma è sempre bello riproporle e, magari, farle conoscere ai meno esperti. La prima è presa nell’ottico e mostra una figura che assomiglia terribilmente al famoso ET, come si può notare dal “dito alzato” sulla destra. Un fotogramma di un celebre film. La seconda si riferisce alla stessa regione cosmica, ma è ottenuta nell’infrarosso, capace di leggere all’interno della nube più calda. E allora appare, splendida, una stella in formazione con i suoi getti di materia che si lanciano verso lo spazio circostante.

Qual è la più impressionate delle due?


domenica 21 novembre 2010

Robot saltellante per l'esplorazione di Marte

Marte ha ospitato robot di diversa natura, da modelli orbitanti a semplici sonde statiche, fino ai robot più recenti ed avanzati come Spirit e Opportunity. Nonostante una folta schiera di esploratori artificiali che hanno reso Marte il pianeta più visitato del nostro sistema solare, siamo ben lontani dal conoscere ogni aspetto del Pianeta Rosso.

E fino a quando continueremo a basarci su rover che possono spostarsi di 25 chilometri nell'arco di 7 anni (vedi Opportunity), è naturale che Marte continuerà a rimanere poco conosciuto nei suoi dettagli più minuti. Dettagli che poco importanti non sono, perchè potrebbero fornirci indizi, se non addirittura prove, di un passato biologico marziano, dell'aspetto che il pianeta aveva milioni di anni fa, e conoscenze per una possibile futura colonizzazione.

Allo scopo di esplorare Marte in modo più efficace e veloce, un design proposto dalla Proceedings of the Royal Society prevede la costruzione di un robot in grado di muoversi a balzi, sfruttando l'anidride carbonica marziana come propellente.
L'anidride carbonica infatti verrebbe liquefatta e successivamente riscaldata, ottenendone l'espansione per fornire la spinta necessaria a spostare la sonda a grande distanza (circa un chilometro ad ogni balzo), e in un periodo relativamente ridotto di tempo.

Spirit e Opportunity hanno fatto il loro tempo, e forse è ora di procedere con qualcosa di più ardito dal punto di vista tecnologico. Spostandosi su ruote, anche con le migliori condizioni ambientali e un funzionamento costante della tecnologia su cui si basano i robot marziani attualmente operativi, non ci si potrà spostare per oltre 50-60 chilometri nell'arco della durata di un esploratore artificiale.

E' quindi necessario un nuovo approccio per studiare in modo capillare Marte. Sono stati anche proposti velivoli dotati di ali per il sorvolo costante del pianeta, ma una delle proposte più interessanti è quella di Hugo Williams, dell' Università di Leicester, che prevede la raccolta di propellente in loco, direttamente su Marte.

Alla base di questo sistema c'è un generatore nucleare alimentato da qualche chilogrammo di materiale radioattivo, in grado di far funzionare un compressore per la liquefazione dell'anidride carbonica marziana all'interno di un serbatoio.
Parte del calore del generatore nucleare sarà poi immagazzinato in un "serbatoio di calore", che scalderà la CO2 nel momento in cui si desidera generare una spinta per lo spostamento della sonda.

"Il vantaggio di tutto questo è che il generatore è di lunga durata e non dipendente dall'energia solare" spiega Williams. "Si può operare per un lungo periodo di tempo, e in aree di Marte in cui la quantità di luce solare è relativamente bassa. Dato che si raccoglie propellente dall'atmosfera marziana, non si è costretti a portare il propellente dalla Terra".


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Il batterio che ti fa verde

Per nascondersi ai suoi predatori, l’afide del pisello offre ospitalità al batterio Rickettsiella, che lo aiuta a mimetizzarsi. Lo ha scoperto un gruppo del Riken Advanced Science Institute (Wako, Giappone) che dalle pagine di Science fornisce una nuova spiegazione al cromatismo di questo piccolo insetto, anche noto come il pidocchio delle piante.

Una stessa popolazione di afide del pisello (Acyrthodiphon pisum) presenta individui dal corpo rosso e altri dal corpo verde. Non si tratta solo di una questione estetica, visto che la diversa colorazione influenza notevolmente la fitness, a seconda dei rischi che l'animale dovrà affrontare. Mentre, infatti, gli individui dal corpo rosso vengono facilmente riconosciuti dai coleotteri predatori, quelli verdi sono più frequentemente attaccati da vespe parassitoidi. In passato, alcuni studi avevano mostrato che il genoma di questo insetto contiene diversi geni coinvolti nella sintesi di carotenoidi (pigmenti organici di colore rosso) e che la presenza o l’assenza di uno di questi geni era responsabile della colorazione dell’afide. Ora i ricercatori giapponesi hanno messo in luce un altro fattore che ne determina il colore.

Studiando alcuni ceppi di afide verde, è stato osservato che, sebbene alcune ninfe (l’ultimo stadio dello sviluppo post-embrionale) nascessero rosse, crescendo viravano in verde. A questo punto, per comprendere se ci fosse un batterio alla base di tale cambiamento, i biologi hanno somministrato diversi antibiotici, osservando che solo eliminando le infezioni di Rickettsiella il corpo degli animali tornava rosso.

I ricercatori hanno inoltre osservato che il batterio simbionte non produce il pigmento verde, bensì stimola le afidi a produrne di più. Secondo gli autori, questa relazione endosimbiontica influenza sia le interazioni preda-predatore (proteggendo le afidi dai predatori che attaccano gli individui dal corpo rosso), sia quelle parassitarie: l’infezione di Rickettsiella è accompagnata, di solito, da altre co-infezioni che riducono il rischio di attacchi da parte delle vespe.

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Stelle sull’orlo di una crisi di nervi

Quando si cerca qualcosa, spesso e volentieri si scopre dell’altro. Una ricerca diretta verso la scoperta di stelle iperveloci, mediante misure di velocità radiale, ha scoperto 12 sistemi binari molto stretti, di cui almeno la metà ha ormai un destino segnato.

Tutti i sistemi doppi scoperti sono composti da nane bianche. In altre parole, da stelle simili al nostro Sole che, esplodendo sottoforma di nebulosa planetaria, hanno lasciato un nucleo stellare ultradenso e estremamente piccolo. Le dimensioni infatti sono dell’ordine di quelle terrestri, ma la massa è una frazione considerevole di quella del Sole. Ne consegue che un cucchiaino della loro materia peserebbe più di una tonnellata.

Questi sistemi sono quindi coppie di oggetti di piccole dimensioni che ruotano uno intorno all’altro a distanze veramente modeste, meno di un raggio solare. In realtà, sono anche di piccola massa, anche un quinto della massa solare. Esse sono composte per lo più di elio e non di ossigeno e carbonio come quelle di dimensioni maggiori. L’estrema vicinanza ha causato una considerevole perdita di massa per le reciproche forze mareali.

Uno dei sistemi osservati. Il suo nome è J0923+3028 e consiste, come gli altri, di due nane bianche.
Quella visibile pesa circa il 23% del Sole ma ha un diametro di circa quattro diametri terrestri.
 Quella invisibile è più pesante (44% del Sole), ma più piccola (più o meno come la Terra).
Le stelle, al momento, distano tra loro poco più di 300000 km e rivolvono attorno al comune baricentro in solo un’ora.
Il sistema si fonderà tra circa 100 milioni di anni ed esploderà come supernova di Tipo Ia a bassa luminosità.
Ancora più importante è però il fatto che la loro orbita così stretta deforma il continuum spazio-temporale causando onde, conosciute come onde gravitazionali. Queste ultime portano via energia al sistema che tende a ruotare su orbite sempre più strette. Il loro destino è segnato. Almeno sei dei sistemi osservati finiranno per unirsi. Quelli più stretti (con periodi di rivoluzione di circa un’ora) si fonderanno in circa 100 milioni di anni. La massa dell’oggetto finale supererà una certa massa critica e la nuova stella esploderà come supernova di Tipo Ia di bassa luminosità. Infatti a causa delle masse ridotte la luminosità sarà circa cento volte minore di quella tipica delle supernove di Tipo Ia classiche.


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giovedì 18 novembre 2010

Una città sottoterra nella ex miniera

Potranno viverci 100mila persone, sotto una cupola di cristallo: è Eco-City, gioiello di architettura del futuro



MILANO - Una città sottoterra per 100mila abitanti, al centro del nulla nella Siberia sterminata, là dove fino a qualche anno fa i minatori estraevano diamanti dalle viscere. È questo il progetto di Eco-City 2020, un luogo che ancora non esiste ma che già fa parlare di sé. L’inizio dei lavori non è ancora deciso, per ora in Rete circolano solo modellini, foto, descrizioni tecniche: tutta verticale, sarà ricoperta da una enorme cupola di vetro per riparare dal clima rigido della zona e portare all’interno energia dalla luce.

CITTÀ VERTICALE - Sebbene si tratti solo di un progetto la cui realizzazione non ha certezza, i progettisti russi di Ab Elis hanno già pensato a tutto e hanno studiato la vita della comunità sotterranea su tre sezioni che si sviluppano in verticale. Ci saranno fattorie, foreste e coltivazioni costruite in altezza, spazi ricreativi per la socializzazione della comunità, aree con le abitazioni costruite su terrazzamenti, un po' come avviene in terreni impervi anche in Italia, per esempio alle Cinque Terre. La città si potrà spingere fino a 525 metri sotto terra, tanto quanto è profonda oggi la miniera, e allargarsi per tutto il diametro della cava, oggi di 1.200 metri. E sarà ricoperta da una enorme cupola di cristallo, dotata di pannelli fotovoltaici per scaldare e dare energia al suo interno e permettere alla luce di filtrare all’interno.

DIAMANTI - Lo spazio della miniera a cielo aperto di Mir, oggi in disuso e ufficialmente chiuso già nel 2001, è il secondo "buco" scavato nella terra più grande al mondo (il primo è una cava di rame nello Utah). Qui e nelle aree della repubblica siberiana di Jacuzia (o Repubblica di Sakha), dove l’inverno è così rigido da raggiungere i 25 gradi sotto lo zero, opera Alrosa, la società in mano al governo russo e oggi in fase di privatizzazione per via dei suoi debiti miliardari che detiene di fatto il monopolio per l’estrazione dei diamanti e che ne produce il 40 per cento a livello mondiale. Intorno all’estrazione mineraria (diamanti, ma anche oro) sono nati piccoli villaggi dove si sono insediati gli operai russi ucraini e nativi del luogo, soprattutto giovani, che sfidano il clima rigido e che oggi potrebbero divenire i primi abitanti della città del futuro.

TRUMAN SHOW - La città che ancora non c’è è uno dei molti progetti che negli ultimi anni hanno immaginato villaggi interi racchiusi in strutture geometriche, dove tutto è contenuto in un gigantesco involucro futuristico autosufficiente: è il caso dell’enorme piramide proposta per New Orleans, che dovrebbe sorgere sulle rive del Mississippi. Ma il concetto di città racchiusa sotto una campana di vetro è caro anche al cinema, e ricorda film come The Truman Show o la sua parodia nel lungometraggio dei Simpson, così come è oggetto di trame fantascientifiche. L’ultimo romanzo di Stephen King, The dome, racconta per esempio di una cittadina ricoperta da una cupola e il prossimo anno diverrà una serie televisiva prodotta da Stephen Spielberg.


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Clamoroso: l'incredibile siccità in Amazzonia di questi giorni, fa emergere dal suolo misteriose pietre intagliate di 7.000 anni fa

La peggior siccita' gia' registrata in Amazzonia ha fatto emergere dalle acque un tesoro archeologico sconosciuto: una serie di grandi pietre intagliate con visi umani, forme geometriche e serpentiformi e spirali.

Secondo gli archeologi, gli intagli rupestri potrebbero risalire a oltre settemila anni fa.

Secondo il quotidiano locale 'A Critica', che ne da' notizia oggi, le grandi pietre sono state scoperto per caso da un pescatore molto vicino alla citta' di Manaus, proprio nella zona piu' turistica, che e' quella dell'incontro tra le acque nere del Rio Negro e quelle chiare color fango dell'Amazzoni.

Nella stessa zona erano gia' state rinvenute ceramiche e urne funerarie di un periodo compreso tra i tremila e i settemila anni fa.

Ma gli intagli rupestri emersi in questi giorni potrebbero essere molto piu' antichi, perche' gli altri ritrovamenti erano seppelliti sopra al livello dell'acqua dei due fiumi: se le pietre intagliate si trovano a circa dodici metri sotto il livello normale del Rio Negro, potrebbe significare che appartengono ad un periodo in cui il fiume era molto piu' basso.

''Esiste anche l'ipotesi di un'altra grande siccita' come quella attuale, ma ci sarebbe stato difficilmente il tempo per intagliare tante figure, e poi perche' scolpire pietre che andrebbero poi sommerse dopo poche settimane?'', si chiede Eduardo Goes Neves, della Societa' di Archeologia brasiliana, che studia le varie culture paleolitiche presenti in quella zona. Neves afferma che i visi geometrici sono certamente apparentati con quelli della cultura Itacoatiara, a duemila chilometri di distanza alla foce dell'Amazzoni, la piu' importante cultura antica amazzonica.

Anche gli studiosi attuali devono pero' lottare contro il tempo: la siccita' sta finendo e il livello dei fiumi sta tornando a salire. Entro alcuni giorni, l'acqua arrivera' di nuovo al livello degli intagli, che rimarranno sott'acqua fino alla prossima siccita'.


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Intrappolata per la prima volta l'antimateria

Chiusi in una “bottiglia”, destano la stessa curiosità di un alieno piovuto sulla Terra. Sono frammenti di antimateria: testimoni di un universo misterioso e insieme protagonisti di romanzi thriller. I laboratori del Cern non solo hanno prodotto degli atomi di anti-idrogeno, ma per la prima volta oggi sono anche riusciti a “catturarli” prima che svanissero in una nuvola di energia.

L’antimateria è infatti una sorta di realtà capovolta, estremamente rara in natura, in cui i protoni hanno carica elettrica negativa e gli elettroni positiva. Quando entrano in contatto, materia e antimateria si annullano a vicenda creando una scarica di energia. Per questo le anti-particelle che finora il Cern (l’Organizzazione europea per la ricerca nucleare) era riuscito a creare in laboratorio erano svanite nel giro di pochi millisecondi: il tempo necessario a entrare in contatto con le pareti del contenitore fatte di materia.

L’esperimento Alpha condotto a Ginevra è riuscito ora a confinare 38 atomi di anti-idrogeno (formati da un protone negativo e un elettrone positivo). È stato necessario raffreddarli a meno 272 gradi (temperatura vicina allo zero assoluto) e poi usare un campo magnetico per spingerli al centro del contenitore, a debita distanza dalle pareti. Delle migliaia di particelle “aliene” create da Alpha, 38 hanno vissuto abbastanza a lungo (1,7 decimi di secondo) da poter essere studiate dai fisici. I risultati dell’esperimento vengono pubblicati giovedì da Nature.
Uno dei grandi misteri della cosmogonia riguarda proprio lo squilibrio fra materia e antimateria. Della prima è fatto tutto il nostro mondo. Della seconda esistono solo tracce infinitesime dell’universo. Il motivo è ignoto a tutti. E se le due si fossero trovate in perfetto equilibrio al momento del Big Bang, si sarebbero annullate a vicenda, riducendo l’esistenza del cosmo a un istantaneo scoppio di energia e nulla più.

“Per ragioni che nessuno comprende, la natura esclude la presenza dell’antimateria. Sapere che ne abbiamo intrappolati alcuni atomi nei nostri apparecchi ci dà una sensazione davvero speciale”, spiega Jeffrey Hangst dell’università danese di Aarhus, responsabile di Alpha. “Ora che l’abbiamo raggiunta, siamo pronti a carpire i suoi segreti”.

Il Cern è l’unico laboratorio al mondo con la tecnologia necessaria a catturare la materia-specchio, la cui esistenza fu teorizzata nel 1931 da Paul Dirac ed effettivamente osservata l’anno successivo. I primi 9 atomi di anti-idrogeno furono prodotti a Ginevra nel 1995. Nel 2002 le tecniche furono affinate tanto da permettere una produzione su larga scala. Negli ospedali, gli apparecchi Pet utilizzano correntemente i positroni (ovvero elettroni positivi) per la diagnosi di alcune malattie.

La fiction (e in particolare Dan Brown con Angeli e Demoni) ci ha messo poco a trasformare le fantomatiche bottiglie di antimateria in armi capaci di far esplodere il mondo. Ma Andrea Vacchi, scienziato italiano dell’Istituto nazionale di fisica nucleare, tranquillizza: “È davvero impossibile portare l’antimateria a spasso come accade nel romanzo”. L’anti-idrogeno resta un regalo goloso per i fisici: eventuali differenze fra l’idrogeno e il suo opposto potrebbero indicarci dei “difetti” nello specchio della natura. E farci capire come mai sulla bilancia del cosmo oggi la materia di cui siamo fatti prevalga con tanto margine sull’antimateria.


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martedì 16 novembre 2010

Ricompare in un video il fantasma di Azzurrina?

Un'immagine che lascia sconcertati sia gli esperti di paranormale, che raramente possono vedere fenomeni di questa intensità, sia gli scettici che non credono all'esistenza dei fantasmi: lo spirito di Azzurrina, che secondo la leggenda vaga tra le stanze del castello di Montebello, ha finalmente un volto grazie alle registrazioni video effettuate da Grazia Maria Gregori lo scorso 21 giugno quando, tradizionalmente, lo spettro della bambina albina torna a far sentire la sua presenza.



© Immagini di Grazia Maria Gregori - Elaborazione ad opera di Antonio Maria Dettori.

In un video girato dalla sensitiva infatti, nel castello di Montebello appare lo spirito della bambina albina scomparsa misteriosamente nel 1375.
Nelle riprese effettuate con una telecamera attivata in modalità notturna, in alcuni frame (per la durata di un secondo in tutto) si vede apparire e scomparire una figura inquietante che assomiglia in tutto e per tutto a una bambina della stessa età di Azzurrina quando scomparve senza lasciare traccia in quella notte del solstizio d'estate del 1375.

“Abbiamo effettuato una serie di analisi per capire questa «anomalia» che appare nel video – spiega Grazia Maria Gregori – oltre a una serie di indagini antropomorfe per che evidenziano come l'apparizione assomigli in maniera impressionante al corpo di una bambina. I risultati delle analisi fisiche hanno evidenziato come l'apparizione abbia una caratteristica fisica sconosciuta il che ci porta alla conclusione che questo sia un fenomeno paranormale”.

Per i ricercatori è stato un grande stupore rivedere le immagini in cui il fenomeno paranormale appare e poi scompare senza contare che, come è ovvio immaginare, è difficile riuscire a documentare in maniera così dettagliata le immagini di un fantasma. Le indagini degli esperti, comunque, non si sono fermate alla semplice apparizione: sono incorso ulteriori approfondimenti su quella che viene considerata la prima foto di Azzurrina: ci si è rivolti, infatti, a un esperto di fisica per indagare sulla materia di cui è composto il fantasma impressionato sulla pellicola della telecamera; per il momento l'ipotesi più accreditata è che si tratti di un elemento gassoso.

Azzurrina non si è solo fatta vedere ma, sempre nella giornata del 21 luglio di quest'anno, si è anche fatta sentire: il microfono della telecamera ha catturato altri fenomeni inspiegabili. Dal riascolto dell'audio si sente abbastanza chiaramente la voce di una bambina che, lamentosamente, cerca la sua mamma oltre all'abbaiare di un cane, un rumore che ricorda un cancello che viene chiuso violentemente e la cantilena di una donna. Nel primo file audio si può sentire molto nitida la voce della bimba che chiama costantemente la mamma, poi segue l'abbaiare del cane ed infine uno schiamazzare; nel secondo file audio si sente una voce di bimba che canticchia una cantilena ma non sono chiare le parole che pronuncia.

Fenomeni difficilmente spiegabili in maniera razionale e che aggiungono un ulteriore velo di mistero sul castello di Montebello che, sempre più, è sotto la lente di ingrandimento dei ricercatori del paranormale e che, secondo alcune indiscrezioni, avrebbero in serbo nuove sorprese e incredibili immagini sugli spiriti che abitano la fortezza medievale sulle colline romagnole.


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Lucertola auto-clonante scoperta in ristorante vietnamita

Per quanto strano possa sembrare, un piatto popolare in Vietnam si è rivelato essere a base di una lucertola precedentemente sconosciuta alla scienza. Non solo: la Leiolepis ngovantrii si riproduce per clonazione, senza la necessità di un maschio.

Non è un caso raro: circa l'1% delle lucertole possono riprodursi per partenogenesi, senza la necessità di un esemplare maschio. Le femmine ovulano spontaneamente, e clonano loro stesse producento figli dotati della stessa impronta genetica.
"In Vietnam mangiavano da tempo queste lucertole" dice l'erpetologo L. Lee Grismer della La Sierra University. "In questa parte del delta del Mekong, i ristoranti servivano questa specie sconosciuta".

Un collega vietnamita di Grismer, Ngo Van Tri, ha scoperto lucertole di questa specie in un ristorante nella provincia di Ria-Vung Tau. Notando che tutte le lucertole erano stranamente somiglianti l'una all'altra, Ngo ha inviato alcune immagini a Grismer, che ha iniziato a sospettare di aver osservato solo esemplari femmine per via del fatto che le lucertole del genere Leiolepis hanno colori diversi in base al sesso. E nessun esemplare maschio sembrava comparire nelle fotografie.

Grismer ha quindi viaggiato a Ho Chi Minh City, prenotando al ristorante una delle lucertole. Anche altri ristoranti hanno offerto le lucertole a Grismer, e gli studenti locali hanno contribuito a prelevarne altre in libertà, aiutando il ricercatore a raccogliere quasi 70 esemplari. Tutti di sesso femminile, ovviamente.

Questa specie di lucertola è probabilmente un mix di due specie venute in contatto per la vicinanza dei loro habitat, creando un ibrido. Il DNA mitocondriale ha mostrato che la madre era probabilmente una Leiolepis guttata, mentre ancora nulla si sa sul padre di questo ibrido, che rimane non identificato.

La Leiolepis ngovantrii potrebbe essere in pericolo di estinzione. Anche se non è rara in natura, disporrebbe di un patrimonio genetico scarsamente variabile proprio a causa del suo meccanismo di riproduzione, che non aggiunge informazioni nuove al genoma di queste lucertole. La variabilità genetica infatti è un fattore che contribuisce a mantenere sana una specie animale sul medio-lungo termine.

Le mutazioni genetiche quindi, non essendoci riproduzione sessuata, avvengono in modo casuale. Questo di certo non gioca a favore delle possibilità di sopravvivenza di questa specie, dato che una mutazione casuale può essere favorevole, ma spesso risulta essere penalizzante.

Ci sono tuttavia casi in cui una specie animale dotata di scarsa variabilità genetica può risultare più sana nel breve termine. Un esempio è il mulo, un ibrido del cavallo e dell'asino. "Sono sterili, ma sono animali molto robusti, tanto che sono gli animali da lavoro preferiti, anche se non possono riprodursi. Per cui, quello che si ha da una lucertola 'unisex' è fondamentalente un mulo in grado di clonare se stesso". dice Charles Cole, curatore dell'American Museum of Natural History di New York.

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Niente UFO… “solo” un buco nero appena nato

Tutti si aspettavano gli alieni o qualcosa del genere, in centinaia di siti para-astronomici, quando la NASA aveva promesso un annuncio straordinario per le 18:30 di ieri (ora italiana). E, invece, è soltanto un buco nero. Ma che buco nero! Un vero e proprio neonato, anche su scala terrestre: si è formato solo trent’anni fa! Un niente…



Cosa c’è di meglio per conoscere la vita di un uomo che seguirlo costantemente fin dal suo primo vagito? E quante cose si imparano dai bambini appena nati sulle loro future capacità? Lo stesso capita nel Cosmo. Veder nascere qualcosa è sempre fondamentale e spesso più importante che osservare un fenomeno nella sua maturità o vecchiaia. Uno dei fenomeni più eclatanti dell’Universo è la morte di una stella di grande massa (in questo particolare caso circa venti masse solari) che termini la sua vita con un’immane esplosione e dia luogo a una stella di neutroni o a un buco nero, il fenomeno più sconvolgente del Cosmo. Un oggetto dove la “nostra” fisica perde di significato. Ebbene, questa volta siamo riusciti a catturare i primi vagiti di questo fantomatico “mostro” stellare e capire sicuramente molto meglio come si forma e come si evolve.

Nel 1979 una supernova è esplosa nella galassia M100, situata a circa 50 milioni di anni luce da noi. Il suo nome ufficiale è SN 1979C. Per parecchi anni si è osservata una costante e intensa produzione di raggi X, che ha fatto pensare a un buco nero che si stava cibando di materiale espulso dalla supernova e/o da una compagna stellare. Chandra e altri “compagni” hanno seguito questi vagiti e oggi sono praticamente certi di aver visto le prime “ore” di vita di un neonato. La sua età è quindi di soli 31 anni, circa. Non ci sarebbe bisogno di dirlo, ma questo non vuol dire che il buco nero ha “oggi” trent’anni, ma che noi lo vediamo oggi com’era quando aveva trent’anni. Data la distanza della galassia e la velocità della luce adesso sarà già un maturo signore.
                               La galassia M100 e la supernova dove è appena nato il buco nero


La vera eccezionalità dell’evento (abbiamo ovviamente visto altri buchi neri) è che esso rappresenta un comunissimo buco nero, senza emissione di raggi gamma. Insomma, un bambino del popolo, senza speciali caratteristiche. Ed è anche il più vicino mai osservato.

Non è ancora sicurissimo che l’oggetto individuato sia veramente un buco nero. Se non lo fosse, sarebbe però forse ancora meglio. Potrebbe infatti essere “soltanto” una pulsar. Tuttavia la più giovane mai osservata. Quella celebre della nebulosa del Granchio ha infatti ben 950 anni.

Un commento finale. In questi giorni su svariati siti web di pseudo-astronomia e non solo, l’annuncio della NASA aveva fatto parlare di UFO, di alieni, di mostruosi pianeti in picchiata verso la Terra. Si stavano già creando scenari da incubo. Chissà che delusione! Sì, cari amici, senza pericoli immani, catastrofi o, al limite, alieni (possibilmente spietati e sanguinari) che gusto c’è? Questo è ciò che vorrebbero i media, così come gli effetti mostruosi del GW, la fine del mondo, e cose simili. No, è solo e soltanto un buco nero appena nato. Personalmente mi fa molta tenerezza. Chissà se, come tutti i cuccioli, anche lui ha le caratteristiche somatiche che incitano alla gentilezza, all’amore, alla commozione? A me sta facendo quest’effetto…

Avrei quasi voglia di fare uno dei miei soliti scherzi… Dire magari, con tutta la serietà del caso, che il buco nero è “artificiale”, una specie di fuoco acceso dagli alieni per farci notare la loro presenza. Chissà quanti pesciolini abboccherebbero! No, no, lasciamo perdere se no verrei attaccato da ogni parte…

Guardiamoci questo bel filmato che simula cosa sta capitando in M100 e nella SN1979C. Chi sente qualche vagito … me lo dica subito!

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domenica 14 novembre 2010

Mettiamo a nudo le galassie a spirale con VLT

IL VLT dell’ESO ha veramente messo a nudo sei magnifiche galassie a spirale. Le immagini sono state ottenute in luce infrarossa e permetteranno di capire meglio la formazione e l’evoluzione di questo tipo di galassie.

HAWK-I non è un aereo superveloce o avveniristico, ma “solo” la nuovissima e potentissima “camera” del VLT dell’ESO. Essa è sensibile alla luce infrarossa, ossia è in grado di evidenziare la polvere oscura che si annida nelle braccia a spirale delle galassie e darne una visione perfettamente chiara e nitida.

Le sei galassie osservate recentemente sono splendidi esempi di galassie a spirale e permettono di studiare in dettaglio le differenze che le caratterizzano. Vediamole una per una.


La prima è la galassia NGC 5247, dominata da due enormi braccia, e si trova a 60-70 milioni di anni luce da noi nella costellazione della Vergine. Essa si presenta con una perfetta vista frontale.

La seconda è la Messier 100, anche nota come NGC 4321, scoperta già nel diciottesimo secolo. Essa è un bellissimo esempio di galassia a struttura complessa, dove le braccia sono chiaramente definite, e si trova nella Chioma di Berenice.

La terza è la NGC 1300, dove le braccia partono da una nitidissima barra centrale. Essa è considerata un vero prototipo e si posiziona a 65 milioni di anni luce, nella costellazione dell’Eridano.

La quarta immagine si riferisce alla NGC 4030, posta a 75 milioni di anni luce, nuovamente nella Vergine. Nel 2007 l’astronauta-astrofilo giapponese Takao Doi individuò in essa una supernova che pareggiò, per un breve periodo, la luminosità dell’intera galassia.

La quinta, NGC 2997, dista solo 30 milioni di anni luce nella costellazione dell’Antlia (Macchina Pneumatica). Essa è la più brillante di un gruppo di galassie dello stesso nome appartenenti al Superammasso Locale. Il nostro gruppo locale, di cui fa parte la Via Lattea, appartiene allo stesso Superammasso.

L’ultima, ma non meno importante, è la bellissima NGC 1232, posta nella costellazione dell’Eridano a 65 milioni di anni luce. Una sua immagine in luce visibile fu una delle prime ottenuta dal VLT.

Studio Usa, così l'uomo predice il futuro: scienziati in rivolta

Una delle più importanti riviste americane di psicologia pubblicherà il lavoro di un professore che sostiene di aver dimostrato che gli esseri umani sanno predire gli eventi. La comunità scientifica è in rivolta. Basteranno le sue prove a vincere lo scetticismo? Non c'entrano i tarocchi, né la palla di cristallo e nemmeno i fondi di caffè. Il futuro si può "sentire". A dirlo non è un manipolo di chiaroveggenti e fattucchiere ma un gruppo di scienziati della Cornell University 1 di Ithaca, nello Stato di New York. Il loro articolo, intitolato appunto "Feeling The Future", è il primo studio su fenomeni tipicamente considerati paranormali a essere stato ammesso su una rivista di psicologia "seria", in questo caso il Journal of Personality and Social Psychology.
Finora, frasi del tipo "me lo sentivo" o "sapevo che sarebbe successo" sono sempre state bollate dalla scienza come pure suggestioni. Daryl Bem e colleghi, tuttavia, sono convinti che non sia così. Per dimostrarlo hanno aspettato otto anni, nel corso dei quali hanno raccolto una "massa critica di dati" sufficiente a contrastare le obiezioni dei revisori che avrebbero passato al setaccio il loro lavoro. E ci sono riusciti: l'articolo uscirà entro fine anno ma ha già suscitato un dibattito destinato a fare parecchio rumore.
Indagando il fattore "psi". Il termine chiave con cui psicologi e altri studiosi si riferiscono a fenomeni inspiegabili è il fattore "psi": con questa lettera greca, spiega Bem nel suo articolo, "vengono indicati tutti quei processi anomali di trasferimento di energie e informazioni che non hanno una spiegazione fisica o biologica". Tra questi, la telepatia, la chiaroveggenza, la psicocinesi (ovvero l'influenza apparente di pensieri e intenzioni su processi reali indipendenti), la precognizione e la premonizione di eventi futuri. La grande maggioranza del mondo accademico, soprattutto in psicologia, non crede in questi fenomeni, eppure il rigore scientifico degli esperimenti presentati da questo professore della Cornell University 3 - che per inciso è sì un appassionato di fenomeni paranormali, ma anche uno psicologo stimato a livello internazionale per i suoi lavori sulla percezione del sé - ha lasciato attoniti anche i più ferventi oppositori dell'esistenza di psi.

Prevedere il futuro. Per riuscire a dimostrare l'esistenza di una "specie di relazione" tra eventi che devono ancora accadere e le decisioni che prendiamo nella vita quotidiana, lo psicologo ha esaminato oltre mille studenti volontari, sottoponendoli a nove esperimenti. La novità dell'approccio sta nell'aver preso in considerazione fenomeni ben noti, invertendone però l'ordine logico-temporale. In sintesi, ciò che di solito viene interpretato come la causa di un comportamento, negli esperimenti è stato mostrato o raccontato solo dopo il verificarsi dell'evento stesso. I risultati - considerati statisticamente rilevanti in otto casi su nove - hanno mostrato che i processi analizzati funzionano anche se la causa arriva dopo la scelta, come se le nostre azioni fossero il frutto di qualcosa che deve ancora avvenire.

Sperimentare la premonizione. In uno di questi esperimenti, ad esempio, Bem ha testato un fenomeno psicologico studiato a lungo: il priming affettivo. Nello scenario classico una persona, dopo aver osservato un parola su uno schermo, deve giudicare nel più breve tempo possibile se un'immagine è piacevole o meno. Da tempo è stato notato che se la parola che precede l'immagine ha un significato inverso rispetto alla figura (ad esempio, l'aggettivo "brutto" e un disegno piacevole) le persone impiegano più tempo a rispondere. Il ricercatore americano ha dunque rigirato l'esperimento: i partecipanti vedevano l'immagine e dovevano esprimere un giudizio prima di leggere. Stranamente, anche in questo caso quando la parola (scelta casualmente dal computer solo dopo la risposta) aveva un significato opposto, i soggetti impiegavano più tempo a esprimere un giudizio. Allo stesso modo, Bem ha testato altri effetti psicologici come l'attrazione verso cose piacevoli, l'istinto ad allontanarsi dai pericoli, la facilità con cui si richiamano parole e oggetti già visti: in tutti i casi, ha invertito l'ordine temporale, ottenendo sempre come risultato la conferma della retroattività della causa.

Fisica o evoluzione? Riguardo le origini di questa capacità, lo psicologo non ha dubbi: una volta apparsa, psi è stata selezionata positivamente per gli indiscussi vantaggi che porta con sé. La possibilità di predire la presenza di pericoli così come di prevedere dove c'è qualcosa di attraente avrebbe conferito e continuerebbe a conferire benefici notevoli a chi la possiede. Ma come giustificare tali fenomeni? Su questo Bem mette le mani avanti, scrivendo che spesso nella scienza i dati empirici arrivano quando le spiegazioni non sono state ancora neanche immaginate e che varie altre teorie ritenute impossibili si sono poi rivelate vere. A metafora delle sue scoperte, prende l'esempio della meccanica quantistica: all'inizio - ricorda lo psicologo - anch'essa fu oggetto di numerosissime critiche, eppure oggi è la teoria su cui poggia gran parte della fisica moderna

Le reazioni. Com'era prevedibile, lo studio ha suscitato un certo clamore nel mondo accademico. A passarlo al vaglio è stato un team di quattro revisori, che pur avendo suggerito delle modifiche non hanno riscontrato alcuna incongruenza di fondo. "Personalmente, credo che tutto ciò sia ridicolo e non possa essere vero - scrive su Psychology Today 4 Joachim Krueger, psicologo della Brown University (Providence) che ha fatto di tutto per trovare un tallone d'Achille al lavoro di Bem - tuttavia dal punto di vista della metodologia e di come è sono stati disegnati gli esperimenti, lo studio è inattaccabile". Charles Judd, responsabile editoriale della pubblicazione sul Journal, ha fatto sapere che l'articolo sarà accompagnato da un editoriale che solleverà dei dubbi. "La speranza - ha precisato - è che altri studiosi colgano la sfida e provino a replicare questi risultati". Finora si è cimentato solo un gruppo dell'Università di Pittsburgh, ma senza successo (forse per aver utilizzato un questionario via internet). Daryl Bem, intanto, ha affermato di essere già stato contattato da decine di ricercatori con la richiesta di maggiori dettagli.

Credere l'impossibile. Prevedendo lo scetticismo che avrebbe incontrato (anche se per questo non ci voleva una gran psi), Bem conclude il suo articolo con una citazione da Alice nel paese delle meraviglie, il capolavoro con cui Lewis Carroll ha fatto sognare intere generazioni di bambini. Al termine del suo incontro con la Regina di Cuori, Alice esclama: "Non si può credere a una cosa impossibile!". "Oserei dire che non ti sei allenata molto", risponde la Regina. "Quando ero giovane, mi esercitavo sempre mezz'ora al giorno. A volte riuscivo a credere anche a sei cose impossibili prima di colazione". Siete più convinti ora?

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lunedì 8 novembre 2010

Il fungo che decima le tartarughe marine

Le popolazioni della tartaruga marina Caretta caretta delle isole di Capo Verde stanno morendo. La colpa sarebbe, oltre che delle attività umane, del fungo Fusarium solani che compromette la riproduzione di questi animali infettandone le uova e impedendone il normale sviluppo. Lo ha scoperto un gruppo di micologi ed ecologi guidato da Javier Diéguez-Uribeondo e Adolfo Marco del Consejo Superior de Investigaciones Cientificas- CSIC (Spagna), il cui studio è pubblicato su Fems Microbiology Letters.

“Negli ultimi trent’anni le condizioni delle spiagge di nidificazione delle tartarughe marine sono notevolmente peggiorate in tutto il mondo”- ha sottolineato Diéguez-Uribeondo. Questi luoghi sono essenziali per la riproduzione delle tartarughe, che depongono le proprie uova sotto la sabbia, dove rimangono per molto tempo al caldo e in condizioni di umidità elevata prima di schiudersi. “Oltre all’impatto delle attività umane sull’ambiente costiero, si è a lungo creduto che il declino dei nidi nelle spiagge fosse dovuto anche ad alcuni microrganismi patogeni” hanno spiegato gli autori.

Per comprendere meglio il fenomeno, i ricercatori hanno studiato le popolazioni della specie Caretta caretta dell’isola di Boavista (Capo Verde), uno dei siti preferiti dalle tartarughe, ma colpito negli ultimi anni da un impoverimento degli esemplari. Gli embrioni malati e i gusci di uova con sintomi di infezione precoce e tardiva sono stati raccolti in alcune spiagge dell’isola. Dalle analisi effettuate è emerso che queste infezioni e l’alta mortalità degli embrioni sono legate alla presenza nel suolo di un ceppo del fungo, responsabile anche delle infezioni di numerose piante e di altri animali. Questa, però, è la prima volta che il fungo viene associato alle infezioni di uova di tartarughe.

“Quello che abbiamo scoperto permette agli immunologi e agli ambientalisti di mirare gli interventi”, ha concluso Diéguez-Uribeondo. La scoperta potrebbe infatti aiutare ad adottare specifici programmi di conservazione basati sia su metodi preventivi per l’eliminazione del fungo dai nidi delle tartarughe, sia sull’incubazione artificiale delle uova.


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Il Lariosauro - il mostro del lago di Como

Forse molti non sanno dell'esistenza di un Mostro di Loch Ness prettamente Italiano.
Si chiama Lariosauro (detto anche mostro del Lario o più confidenzialmente Larrie) a si presume che abiti nelle acque del lago di Como (sito nelle provincie di Lecco e Como).
E' il terzo lago più grande d'Italia, di origine glaciale e profondo 416 metri (uno dei più profondi in Italia).

La storia/leggenda nasce dal ritrovamento nel 1980 da parte di uno scopritore (Giuseppe Balsami) di un fossile di un animale risalente al periodo del Triassico (230 milioni di anni fà) che abitava realmente le acque di questo lago.
Da qui appunto il nome Lariosauro.


Nel 1964, dalla sponda settentrionale del lago, due cacciatori (Carlo Bonfanti e Amilcare Dolcioni) affermarono di aver avvistato il mostro, con testa grossa, squame rossastre e di dimensioni all'incirca sul metro e di avergli sparato coi loro fucili ma senza nessun risultato, il mostro si sarebbe riemerso in fretta nelle acque del lago per scomaprire del tutto alla loro vista.

Numerosi, da allora furono gli avvistamenti di Larrie e i giornali italiani come "Il corriere delle sera"e "La domenica del corriere"( Milano), "La nazione del popolo"(Firenze) e molti altri, riportarono notizie su questo argomento e riguardo ad altri avvistamenti di strani esseri all'interno del lago.
Spesso erano bufale (una volta è stato addirittura messo un pallone gonfiabile nel lago e mandato alal deriva) o comunque invenzioni dei giornali per creare una leggenda.
Sono stati avvistati esseri con la testa a forma di cavallo, animali con le zampe palmate, pescati grossi pesci e coccodrilli immensi.

Uno dei più recenti avvistamenti di Larrie è avvenuto nel 2003 quando un utente di un forum, in internet, ha sostenuto di aver visto nel lago, guardando dal Monte Barro una creatura sui 10-12 metri (molto più lunga tra l'altro delle precedenti descrizioni di Larrie).
Questi ha sostenuto che fosse realmente il mostro ma chi ha indagato ha pensato che l'uomo avesse visto un branco di pesci.

Il mostro Larrie è stato anche pubblicato in una storia di Paperino e ripreso da molti scrittori, inoltre è stato utilizzato anche come marchio di un ristorante.

“era faa cumè un’anguila, l’era gross cume un batèll e’l majava tücc i stell, una bissa incatramata, cun la buca sbaratada e cui öcc dell’oltrummuund… un mustru, ma l’era mea el film de l’uratori un mustru, vegnüü’n de un teemp che l’era piö el so, ho vedüü el mustru, ho vedüü el mustru”, il testo di una canzone del menestrello comasco Davide Van de Sfroos…"
Il mistero di Larrie rimane irrisolto e chissà se mai qualcuno riuscirà a scoprire questo mistero che si nasconde in fondo al lago.


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sabato 6 novembre 2010

NELL'AMULETO DI DAPHNE, IL SEGRETO DELLA CONNESSIONE DELLE PIRAMIDI CON ORIONE

Nel 2008 il Daphne Museum acquista all’asta un piccolo insignificante oggettino, un amuleto egizio risalente a circa il 2000 a.C. Uno scarabeo con incisi, sul retro, tre piccoli punti senza nessun senso. Molto dopo, quei punti che non hanno nulla a che vedere con i geroglifici né con il copto, né con altri segni egizi, furono palesemente collegati con quella che sembrava essere una mera coincidenza: le tre piramidi e le tre stelle di Orione.
Quando per la prima volta si ipotizzò che le piramidi egizie nella piana di Giza fossero l’esatta copia delle tre stelle della cintura di Orione, il mondo accademico fece spallucce a questa ipotesi. Intanto perché non esistevano collegamenti che rendessero ipotizzabile una tale scoperta archeologica, intanto perché qualcuno aveva semplicemente allineato una foto del satellite con tre stelle del cosmo.
Un indizio sulla superficie della terra, in una piana desertica vista dall’occhio di una macchina volante: tre piramidi allineate perfettamente in diagonale, e un altro indizio proveniente dall’altro capo della terra, verso il cosmo, all’orizzonte della costellazione di Orione, lì giacevano tre stelle – stesso allineamento, stessa assurda casualità, stessa disposizione geometrica - stelle di cui forse oggi ammiriamo solo la loro intensità luminosa, nate milioni di anni fa e oggi, forse, morte da secoli.

La disposizione dei simboli circolari di questo monile egizio corrispondono perfettamente con quella delle piramidi di Giza. Tutto in Egitto come nel cosmo, anche se morto sotto coltre di secoli sabbiosi e celati nell’oscuro silenzio, sembra essere dannatamente eterno. Sia il cielo, sia le stelle, sia le piramidi il cui profilo la notte sfiorano il manto tempestato di diamanti notturni, tutto in quel mistero egizio sembra godere di una Eternità senza fine.

QUELLO STRANO ALLINEAMENTO

Affondare in un silenzio cosmico che verrà restituito all’eternità e alla storia. Solo dopo anni, quando alcuni archeologi ebbero un’idea brillante, il mondo accademico rivolse il proprio interesse a quello strano allineamento tra stelle e piramidi egizie.
Fin dal principio, infatti, tutti gli egittologi erano convinti che quei canali che dalla stanza del faraone, nella piramide di Cheope, viaggiavano fino al cielo erano solo e soltanto delle banali prese d’aria. Poi un archeologo collegò la disposizione delle costellazioni al momento storico in cui vennero costruite le piramidi egizie.
La scoperta fu sensazionale: quei corridoi d’aria puntavano perfettamente alla costellazione di Orione.

Ma dopo anni da quella scoperta, dopo innumerevoli conferenze e libri, dopo pubblicazioni scientifiche e degne lezioni magistrali con applausi e accademici simposi sul tema, non era stato ancora trovato qualche reperto che collegasse intenzionalmente l’intenzione del faraone a disporre le piramidi esattamente come le stelle della cintura di Orione.

L’AMULETO DEL DAPHNE MUSEUM

Nel 2008 il Daphne Museum acquista all’asta un piccolo insignificante oggettino, un amuleto egizio risalente a circa il 2000 a.C. Uno scarabeo con incisi, sul retro, tre piccoli punti senza nessun senso. Molto dopo, quei punti che non hanno nulla a che vedere con i geroglifici né con il copto, né con altri segni egizi, furono palesemente collegati con quella che sembrava essere una mera coincidenza: le tre piramidi e le tre stelle di Orione.
Questo terzo indizio fu restituito all’archeologia da un piano sotterraneo dello spazio, dalle oscure profondità di una tomba, incastrato tra le maglie di strette fasciature di una mummia.


La disposizione dei simboli circolari di questo monile egizio corrispondono perfettamente con quella delle piramidi di Giza

 
TRE INDIZI CI LEGANO A COSTELLAZIONI LONTANE


Tre indizi, uno proveniente dal cielo, uno sulla superficie del deserto, uno nelle profondità di una tomba. entrambi riportano la stessa immagine, entrambi raccontano di tre puntini, tre stelle, tre piramidi allineate secondo un ordine cosmico, un ordine umano, un ordine sacro.
Tre livelli che si fondono assieme per confermare un sospetto che gli archeologi egizi nutrivano da sempre: che il nostro mondo lo abbiamo creato guardando le stelle e che la nostra vita è condizionata dalle costellazioni, misteriose e lontane, irraggiungibili ed eterne, più che da quello che ci cade ogni giorno sotto i nostri occhi. Perché, in fondo, il fascino del cosmo come meta irraggiungibile e orizzonte eterno ha sempre rapito l’animo umano dagli albori del tempo.

Articolo di Luigi De Vaia

Cinque inedite, antichissime galassie

I telescopi più potenti dell’Universo non sono costruiti dagli astronomi, ma ce li regala Madre Natura. Sono le lenti gravitazionali, capaci di deflettere la luce proveniente da lontanissime galassie in maniera analoga alle lenti di ingrandimento. In questi casi l’“effetto lente” ci fornisce un’immagine distorta e ingrandita di galassie remote, ben oltre la portata dei telescopi a Terra. Ora, grazie a questo effetto, un gruppo internazionale di astronomi è riuscito a osservare le immagini “ingrandite” di cinque nuove lontanissime galassie primordiali con un alto tasso di formazione stellare, nate quando l’Universo aveva appena un quinto dell’età attuale (si trovano a circa 11 miliardi di anni luce da noi).

Sfruttando osservazioni effettuate dal telescopio spaziale infrarosso Herschel, il team, composto da diversi ricercatori italiani e coordinato da Mattia Negrello della Open University in Gran Bretagna, ha applicato un nuovo metodo per scoprire le lenti gravitazionali, descritto oggi su Science. Alla ricerca hanno contribuito anche Luigi Danese e Joaquin Gonzalez-Nuevo della Sissa - Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste e Gianfranco De Zotti e Sara Buttiglione dell’Inaf-Osservatorio Astronomico di Padova.

Predette da Einstein negli anni Trenta, le lenti gravitazionali sono una delle conseguenze della Teoria della Relatività Generale. Secondo questa celebre teoria, pubblicata nel 1916, la presenza di un corpo dotato di massa può curvare lo spaziotempo circostante. Quindi un raggio luminoso, passando vicino a un corpo massiccio, non procede in linea retta, ma viene deviato. In presenza di un effetto lente particolarmente intenso (strong lensing), può avvenire che la luce di una galassia lontana venga deflessa da galassie più vicine, con il risultato di una distorsione o un ingrandimento dell’immagine della galassia sullo sfondo. Scovare nuove lenti gravitazionali, anche in caso di strong lensing, non è però un compito facile, perché richiede grandi risorse di calcolo. Pertanto un metodo efficiente come quello proposto da Negrello e colleghi è particolarmente utile, soprattutto nelle osservazioni infrarosse, dove i telescopi hanno una risoluzione (angolare) limitata.

L’idea di base del nuovo metodo è utilizzare osservazioni che abbracciano ampie porzioni di cielo, sulle quali è possibile studiare la distribuzione di luminosità e confrontarla con le previsioni teoriche. “Questo studio ha dimostrato come il metodo da noi utilizzato sia straordinariamente efficiente per scoprire i rari fenomeni di forte amplificazione gravitazionale dei flussi di galassie lontane” ha commentato De Zotti. “Questi fenomeni sono di estremo interesse per numerosi motivi. Per esempio ci consentono di studiare le condensazioni di materia che agiscono da lenti gravitazionali e che sono prevalentemente composte di materia oscura, quindi inaccessibile alle normali osservazioni astronomiche”.
La scoperta delle cinque galassie è stata effettuata confrontando le osservazioni con un modello teorico della distribuzione su un'ampia regione di cielo di sorgenti a lunghezze d'onda submillimetriche. “Il modello alla base della ricerca - precisa Negrello - è stato elaborato da un gruppo di astrofisici della Sissa in collaborazione con l’Inaf-Osservatorio Astronomico di Padova nel corso degli ultimi dieci anni. E i primi dati raccolti a bordo di Herschel ne dimostrano la validità”.

Le osservazioni rientrano nell’ambito del progetto Herschel Astrophysical Terahertz Large Area Survey (H-ATLAS), che si propone di osservare un’area di circa 580 gradi quadrati a lunghezze d’onde comprese fra 100 e 400 micron con PACS e SPIRE, due degli strumenti installati su “Herschel”. Finora solo una parte di questo progetto è stata portata a termine, coprendo circa 14 gradi quadrati fino a novembre 2009.

Queste cinque galassie sono soltanto l’antipasto di un menù molto più succulento. Come sostengono gli autori, quando il progetto H-ATLAS sarà completo sarà possibile scoprire almeno un centinaio di nuove lenti gravitazionali, che permetteranno di gettare uno sguardo più profondo sugli angoli più remoti dell’Universo.


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