Panoramica:

domenica 31 ottobre 2010

Incredibili messaggi subliminali in tutta la storia dei Pokémon

Nell'universo Pokémon sono presenti numerevoli messaggi subliminali

Religiosi
Alcuni cristiani statunitensi credono che i Pokémon abbiano un'origine satanica.Dopo la pubblicazione della versione inglese di Pokémon Giallo negli Stati Uniti, le accuse mosse ai Pokémon sono state le seguenti:

-I Pokémon sono simili a demoni. Possono essere catturati e possono essere invocati per svolgere varie azioni (per esempio tagliare un albero, spostare una roccia o illuminare un luogo buio).
-Per controllarli (soprattutto quando sono a livelli molto alti) bisogna usare "talismani" magici (le medaglie ottenute nelle palestre).
-Si possono usare pietre "magiche" per fare evolvere alcuni Pokémon.
-I Pokémon si evolvono. Poiché l'evoluzione nega il creazionismo, i Pokémon negano alcune interpretazioni della Bibbia.
-Alcuni Pokémon possiedono poteri paranormali o psichici. Questi non derivano da Dio e quindi, secondo alcune dottrine cristiane, sono poteri donati da Satana.
-Molti Pokémon seguono e praticano concetti asiatici spirituali e mistici. Per esempio, alcuni praticano arti marziali, che per alcuni gruppi cristiani è un passaggio che porta alle religioni pagane. Inoltre il mondo in cui è ambientato presenta le tradizioni asiatiche verso le forze degli elementi.
-Alcuni Pokémon (per esempio Mismagius, Murkrow e Houndoom, che somiglia a Cerbero) ricordano stregoni o demoni.

Inoltre secondo alcuni nella sigla originale in inglese, se viene ascoltata al contrario (backmasking) la frase "gotta catch 'em all" è possibile udire "I love Satan" (amo Satana) o "oh Satan".Per questo motivo alcune organizzazioni cristiane credono che i Pokémon istighino al satanismo in modo subliminale. Tuttavia la validità del backmasking è ancora oggi molto dibattuta.

Il Vaticano, attraverso il canale satellitare SAT2000, ha dichiarato che i giochi di carte e i videogiochi dei Pokémon «non hanno alcuna controindicazione morale» e «allenano i bambini alla fantasia e all'inventiva». Inoltre ha sottolineato che le storie «si basano sempre su un legame di amicizia intenso tra l'allenatore e il suo Pokémon».
Il manji in cima ad un tempio buddistaAltre critiche sono giunte da membri della comunità ebraica, per l'uso della svastica, simbolo del nazismo, in modo inappropriato. La Nintendo ha dichiarato che è stato solo un malinteso, poiché la svastica o "manji", orientata in senso antiorario (卍), in Oriente rappresenta il sole e viene usata come auspicio di buona fortuna dalla religione induista da circa 2000 anni. Ancora oggi, in Giappone, la svastica non è sempre associata al nazismo (che usava come simbolo una svastica in senso orario), ma può indicare un tempio buddista allo stesso modo dell'obelisco (†) che in occidente indica una chiesa.

Il manji è presente solo nella versione giapponese di una carta del Pokémon Trading Card Game (in cui sono presenti Golbat e Ditto) che non venne rilasciata nel mercato statunitense.Tuttavia, alcuni gruppi ebraici attaccarono le versioni giapponesi arrivate negli USA attraverso importazioni non autorizzate, sebbene il manji abbia i rembi rivolti in direzione opposta alla svastica nazista. Per questo motivo la Nintendo interruppe l'uso del simbolo nella versione giapponese.Questo causò, in Giappone, una violenta reazione pubblica per l'intolleranza dimostrata nei confronti dei simboli della religione buddista.

I Pokémon sono stati anche attaccati dagli islamici, in Arabia Saudita. Qui il gioco di carte è stato criticato perché promuoveva il gioco d'azzardo. Tuttavia nei paesi moderati, ad esempio Turchia e Pakistan, non ci fu nessuna minaccia.

Invece una fatwa, un editto religioso, indetta da uno sceicco saudita, incitò i musulmani a stare attenti al gioco, poiché venne notato che in molte carte sono presenti «stelle a sei punte, simbolo del sionismo internazionale e dello Stato d'Israele» (in riferimento al simbolo "energia incolore").

Malattie
Il 38º episodio della prima serie ha causato 685 casi di epilessia.Dopo questo incidente la Nintendo mise un avviso nei videogiochi riferito ai soggetti affetti da epilessia fotosensitiva.

Crudeltà verso gli animali
Alcuni hanno messo a confronto il meccanismo originario delle lotte tra Pokémon e la pratica, fuorilegge, del combattimento tra galli. Da questo punto di vista, il gioco si fonda principalmente sul fatto che gli allenatori di Pokémon devono catturare e far combattere tra loro animali selvatici. Inoltre le pozioni e gli altri oggetti, che servono a curare o a migliorare l'abilità del Pokémon durante le lotte, sono considerate al pari delle droghe e delle sostanze stupefacenti. Alcuni pensano che ciò inciti i bambini alla crudeltà verso gli animali o verso il gioco d'azzardo.
Tuttavia, molti fan della serie vedono gli scontri come una competizione amichevole tra due squadre di Pokémon e tra i loro allenatori. Da questo punto di vista, gli allenatori non costringono i Pokémon a sfidarsi a tutti i costi. Nonostante esistano Pokémon territoriali (ad esempio Pidgeotto), la loro aggressività è completamente differente da quella dei galli da combattimento, che lottano fino a quando uno dei due muore.

Razzismo
Il Pokémon Jynx originariamente aveva una pelle scura, poiché era una parodia di una moda giapponesi, il ganguro, o yamanba, in voga nel periodo dell'uscita del videogioco. Molti afroamericani, tra cui la scrittrice Carole Boston Weatherford, accusarono il videogioco di fornire, attraverso il Pokémon, un'immagine stereotipata delle persone di colore.
Nel 2002, in risposta a questa controversia, la Nintendo cambiò il colore del Pokémon rendendo viola sia le mani che il viso.

Controversie legali
Nel novembre del 2000 Uri Geller affermò che Kadabra (il cui nome originale giapponese, Yungerā, si ritiene possa derivare da quello di Geller) era "un Pokémon malvagio e occulto" e che la Nintendo aveva rubato la sua identità usando il suo nome.Geller, che inoltre riteneva i segni a forma di S sul corpo del Pokémon un richiamo alle SS naziste, perse la causa.

Nello stesso anno la Morrison Entertainment Group portò la Nintendo in tribunale per via della somiglianza tra "Pokémon" e "Monster in My Pocket". L'avvocato di Morrison, commentando la perdita della causa, ha dichiarato «stiamo fallendo poiché tutti pensano che [Monster in My Pocket] sia un plagio dei Pokémon».

Zbtb7
Nel gennaio del 2005 è stato scoperto un gene responsabile del cancro inizialmente chiamato POKemon, abbreviazione di "POK erythroid myeloid ontogenic factor". Tuttavia, nel dicembre dello stesso anno, la Nintendo, minacciando azioni legali, ha chiesto al Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di cambiare il nome del gene. Il MSKCC ha deciso di utilizzare solamente il nome Zbtb7.

Si ringrazia Wikipedia per la ricerca

Un UFO nella sigla del Meteo di Italia1?

Quì sotto la lettera arrivata al CUT

« Salve a tutti sono [omissis] e vi scrivo da lecce , premettendo che seguo spesso il vostro sito , vi scrivo per segnalarvi un qualcosa di strano …..allora qualche sera fa guardavo un film su italia uno (DOOMSDAY) , e metà film più o meno mandano in onda le previsione meteo, fin qui tutto ok ma nella sigla finale di quest’ultimo noto un qualcosa di strano…..4 luci giù a sinistra…. avendo my sky hd con la possibilità di tornare indietro premo pausa e con mia grande sorpresa noto che non è stato un colpo d’occhio o qualcosa dl genere ma in effetti le luci c’erano veramente cosi prendo il cellulare e faccio il video (che ho appena postato su youtube)ora vi chedo se gentilmente potreste approfondire quest’argomento. Vi mando il link del video su youtube e il mio video originale: »



In effetti è davvero particolare. All’utenza l’ardua sentenza!

Sumatra, ecco dove si è innescato il sisma

L’osservatorio della Terra della Nasa ha pubblicato la mappa del sisma di magnitudo 7.7 che il 25 ottobre scorso ha scosso la terra al largo di Sumatra (Indonesia) causando uno tsunami con onde alte fino a tre metri sull’isola di Pagai, e provocando (secondo le stime odierne) la morte di circa 400 persone, mentre altre 300 risultano disperse.La stella rossa indica la zona dell’epicentro del terremoto, localizzato a circa venti chilometri sotto il fondale oceanico e a 78 chilometri da South Pagai. I cerchi specificano invece le aree colpite dalle successive scosse di assestamento, più grandi dove queste sono state maggiori.

La spessa linea nera mostra invece indicativamente il confine di separazione tra la placca australiana e quella di Sunda, dove, secondo la United States Geological Survey (USGS) si è originato il terremoto. A scatenarlo sarebbe stato il movimento di sovrascorrimento (thrust fault) della crosta terreste nella zona in cui la placca australiana scivola sotto quella di Sunda. La placca australiana si muove infatti di 57-69 millimetri per anno verso Nord e Nord-Est rispetto a quella di Sunda.


Fonte

sabato 30 ottobre 2010

Halloween - le antiche origini Europee

Posted by GUARDIAMO A 370° 14:25, under ,, | No comments

In quest’ultimo decennio in Europa, soprattutto in Italia, ha preso sempre più piede la macabra e affascinante festa di Halloween.
In molti credono che Halloween sia soltanto una festa importata dagli Stati Uniti e che abbia semplicemente rimpiazzato la tradizionale festa di Ognissanti, niente di più errato. Halloween ha origini puramente europee, per l’esattezza irlandesi, e veniva celebrato anche nel nostro Paese fin dai tempi più antichi.
Per quanti lo ignorassero, Halloween non è altro che la contrazione, o una sorta di trasformazione, di “ALL HALLOWS EVEN” letteralmente tradotto “Vigilia (o sera) di Tutti i Santi”, festa conosciuta e celebrata da sempre in Italia, particolarmente sentita in Sicilia e tanto attesa nella notte tra l’1 e il 2 novembre.
Il grande studioso dei fatti folklorici siciliani Giuseppe Pitrè, a metà ottocento, cita in un suo testo:
“I Morti sono le anime dei nostri congiunti più cari, i quali una volta all’anno, la notte dall’1 al 2 novembre, escono dalle sepolture e vengono a rallegrare i nostri figlioletti lasciando loro ogni più bella cosa secondo i gusti e i desideri de’ fanciulli…”
Questo dovrebbe indurci a capire che la “moderna” festa di Halloween non è poi così moderna qui da noi e che, in fondo, ha soltanto fatto mutare nome alla nostra tradizionalissima festa di Ognissanti.
Affascinante è storia legata alla festa di Halloween.
Oltre duemila anni fa i celti, che abitavano l’Irlanda, erano un popolo di agricoltori. Ogni anno, alla fine di ottobre, per festeggiare il raccolto annuale e celebrare l’arrivo dell’inverno si riunivano attorno a un druido, loro sacerdote, e, poiché le giornate andavano ad accorciarsi, accendevano svariati fuochi durante la loro veglia allo scopo di prolungare la luce.
Temendo, però, che quei fuochi potessero attirare il Diavolo e le sue streghe, tutti indossavano delle maschere orribili per tenerli alla larga spaventandoli.
Tanti si chiedono il perché, per Halloween, vengano utilizzate delle lanterne ricavate proprio dalle zucche (le famose “Jack’o lantern).
La spiegazione risiede in un’antica leggenda che narra di un certo Jack, un fabbro irlandese, che aveva l’abitudine di ubriacarsi nelle taverne ma che non invitava mai nessuno a bere con lui tanto era avaro.
Alla sua morte, Dio si rifiutò di ammetterlo in Paradiso e lo scacciò all’Inferno dove il Diavolo, a sua volta, non volle accettarlo e gli scagliò contro un tizzone incandescente.
A questo punto Jack raccolse il tizzone e lo mise in una rapa, scavata in modo da ottenere una lanterna, per farsi luce lungo la strada buia e tenere lontano eventuali spiriti maligni. Da allora Jack vaga senza sosta in giro per il Mondo insieme alla sua lanterna.
Quando molti irlandesi emigrarono nel Nuovo Continente portarono con se anche le loro tradizioni, ma poiché in America le zucche erano più a “buon mercato” delle rape preferirono utilizzare quelle per realizzare le lanterne. Da qui l’effettiva origine della zucca scavata e intagliata.
Per quanti volessero approfondire maggiormente le antiche origini storiche di Halloween in Italia, posso consigliare la lettura del testo “Halloween” scritto da Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi, edito da Einaudi.
Si tratta di un saggio suggestivo, accurato e molto ben realizzato che approfondisce, regione per regione, le autentiche e antiche radici italiane di questa festività ritenuta a parer di tanti “importata”, ma che realmente non lo è.



Fonte

venerdì 29 ottobre 2010

Spazio: ogni quattro 'Soli' c'è una Terra

Un Sole su quattro nello spazio potrebbe presentare un pianeta simile alla Terra. E' quanto emerge da una ricerca condotta da un team di scienziati dell'Università della California a Berkeley, pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Science.

Dopo aver osservato per cinque anni 166 'stelle G' e 'k' a circa 80 anni luce di distanza dalla Terra, gli autori dello studio, Andrew Howard e Geoffrey Marcy, attraverso il potente telescopio Keck sono riusciti a determinare il numero, la massa e la distanza orbitale dei pianeti individuati attorno ai numerosi soli.
Secondo i risultati delle osservazioni, "su circa 100 stelle simili al Sole", ben "12 accolgono una o più 'super-Terre' tra tre e 10 masse terrestri". Sarebbero invece solo "due a presentare pianeti delle dimensioni di Giove" e "sei a presentare pianeti simili Nettuno".

"Se consideriamo il numero dei pianeti delle dimensioni simili a quelle del nostro pianeta - suggerisce Howard - ovvero con una massa tra metà e due masse terrestri, possiamo prevedere che ve ne siano circa 23 ogni 100 stelle".

E a fare eco all'astronomo del Dipartimento di Astronomia della UC Berkeley c'è anche Geoffrey Marcy, che ricorda come il loro studio si tratti "della prima stima basata su reali misurazioni della frazione di stelle che possono avere pianeti delle dimensioni terrestri. I precedenti studi - prosegue poi l'esperto - hanno infatti valutato la proporzione di pianeti extrasolari delle dimensioni di Giove o di Saturno, ma nessuno si è avventurato nell'intervallo di masse tra quella della Terra e quella di Nettuno".

Tuttavia, pare che i datti ottenuti dai due ricercatori siano "in conflitto con gli attuali modelli di formazione planetaria". Marcy fa infatti sapere che "dopo la nascita di un disco protoplanetario", c'è l'ipotesi che "i pianeti spieraleggino verso la stella a causa delle interazioni con il gas presente all'interno del disco".

Pertanto, sottolinea ancora Marcy, "queste teorie prevedono un deserto planetario nella regione più interna del sistema solare" e quindi "noi non avremmo dovuto trovare nulla". Per questo, alla luce dei risultati ottenuti dai due studiosi, si pensa già ad una una revisione empirica dei processi di formazione planetaria elaborati negli ultimi anni.



Fonte

Nasa: un viaggio sola andata per Marte. "Colonizzare il pianeta rosso"

Ed ora immaginate che vi si proponga un viaggio. Un lungo viaggio interplanetario con destinazione Marte. Ma di sola andata! No, non è fantascienza, ma un progetto nuovo di zecca firmato Nasa e Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency), che hanno pianificato quel che nell’ambiente è ormai noto come 'Hundred-Year Starship', ossia una navicella spaziale che impiegherà cento anni per eseguire la sua missione sul pianeta rosso. Con la prospettiva che gli astronauti possano non fare ritorno a casa.

Il primo ad esporre il curioso progetto è stato Simon 'Pete' Worden, direttore del Nasa’s Ames Research Center. “Il programma - spiega lo scienziato - è orientato a rendere ospitali altri mondi”. Tuttavia, secondo quanto si apprende, gli investimenti per la 'missione sola andata' sarebbero particolarmente esosi: 100.000 dollari per la Nasa e un milione per il Darpa.
L'obiettivo delle due agenzie governative americane è inviare alcuni astronauti su Marte per crearvi una colonia permanente. Ciò significa lasciare la Terra per non farci più ritorno. E ai coloni di nuova generazione spetterebbe una sorta di 'Survivor' nello spazio, ovvero dovrebbero procurarsi cibo e acqua e quant’altro per rendere la propria sopravvivenza simile a quella condotta sul nostro pianeta.

Inoltre, tra le numerose idee statunitensi c'è perfino la creazione di un' ‘industria marziana’ che renderebbe il pianeta rosso simile ad un hub, ossia un punto di appoggio per le eventuali future missioni e per quanti volessero, un giorno, progettare un viaggio interplanetario. Infatti, lo scopo del programma non sarebbe solo quello di riprodurre un habitat simile a quello terrestre, ma anche un risparmio considerevole di denaro viste le cifre spropositate che, ad oggi, le missioni su Marte richiedono.

Intanto, stando alle ultime indiscrezioni, pare che la Nasa abbia già arruolato un esercito di psicologi e psichiatri al fine di studiare le possibili reazioni degli astronauti designati a compiere l''infinito viaggio', la loro resistenza all’isolamento e la lontananza (quasi) definitiva dai propri cari.

Ad ogni modo, la pianificazione della missione procede. Si prevede che tutto ciò possa essere reso possibile già nel 2030. Alla Long Now Foundation di San Francisco, Worden ha esposto la progettazione di un sistema di propulsione avanzata che possa minimizzare il consumo di carburante. Inoltre, ha spiegato come la Nasa stia ancora cercando di approntare anche dei sistemi di propulsione elettrica.

Nulla a che vedere con i coloni della Mayflower in rotta verso il Nuovo Mondo. La colonizzazione del Terzo Millennio si sposta verso mete decisamente più ‘bizzarre’ e che richiedono poche aspettative di ritorno. L’era della reale fantascienza sta appena iniziando.


Fonte

Scoperta la stella di neutroni più massiccia mai osservata

Scoperta la stella di neutroni più massiccia mai osservata. Essa pone dei chiari “paletti” alla conoscenza della materia estremamente densa.

Gli impulsi provenienti da una stella di neutroni (nello sfondo) vengono rallentati durante il loro passaggio vicino ad una stella piuttosto massiccia come una nana bianca (in primo piano). Questo effetto permette di misurare molto bene la massa delle singole stelle.

La stella di cui parleremo ha una massa di circa due volte quella del Sole. Tutti sanno che le stelle di neutroni sono il residuo superdenso di stelle massicce che sono esplose attraverso il fenomeno della supernova. Le loro dimensioni non superano quelle di una piccola città terrestre, al più una ventina di chilometri, dato che i protoni e gli elettroni della materia si sono fusi assieme dando luogo a neutroni e abolendo tutto lo spazio “vuoto” dell’atomo. Ovviamente la densità è tale che un cucchiaio di materiale della stella peserebbe non meno di 500 milioni di tonnellate. Non avendo i problemi di “visibilità” di un buco nero (lo stadio successivo) le stelle di neutroni sono un laboratorio eccezionale per studiare le caratteristiche della materia super densa e gli stati più “esotici” a cui può giungere la fisica.

Per misurare la massa della stella di neutroni del presente articolo (la pulsar PSR J1614-2230) gli scienziati hanno usato uno dei tanti effetti legati alla teoria della relatività di Einstein. Va detto che la stella di neutroni ha una nana bianca come compagna e che, essendo anche una pulsar, emette un fascio di onde radio che viene osservato a ogni sua rotazione (proprio come un faro posto su una scogliera marina). Nel nostro caso l’oggetto supermassiccio ruota 317 volte al secondo e la compagna le gira attorno in meno di nove giorni. La coppia dista circa 3000 anni luce da noi e l’inclinazione dell’orbita ha favorito le misure, in quanto essa si mostra perfettamente di taglio.

In queste condizioni, allorché la nana bianca passa davanti alla pulsar, il fascio radio inviato da quest’ultima è costretto a passare vicinissimo alla nana bianca. Questo passaggio ravvicinato causa un “ritardo” nell’arrivo delle onde radio sulla Terra, in quanto esse vengono ritardate dalla deformazione dello spazio-tempo causata dalla gravità della nana bianca. Questo effetto, chiamato Shapiro Delay, permette di misurare con grande precisione le masse di entrambe le stelle.

Si è stati veramente fortunati (ogni tanto ci vuole!) in quanto oltre alla prospettiva perfetta dell’orbita, la pulsar ha una rotazione rapida che può essere seguita per tutta l’orbita e la nana bianca è piuttosto massiccia per la sua categoria. L’effetto Shapiro è risultato molto forte e quindi facile da misurare.

Gli astronomi hanno usato un nuovo strumento digitale chiamato Green Bank Ultimate pulsar Processing Instrument (GUPPI) attaccato al National Radio Astronomy Observatory del New Mexico, che ha permesso una straordinaria precisione nella rilevazione temporale dei segnali radio.

 ricercatori si aspettavano una massa di circa 1,5 masse solari, invece la pulsar è risultata ben più massiccia. Questo “surplus” di massa cambia le idee correnti sulla composizione delle stelle di neutroni. Alcuni modelli teorici ipotizzavano, infatti, la presenza di altre particelle subatomiche chiamate “iperioni” o condensati di “kaoni” all’interno di esse. I risultati di quest’articolo sembrano escludere del tutto tali ipotesi.

Hanno, però, anche altre implicazioni. Se strani “quark” fossero presenti all’interno di queste stelle, essi non potrebbero essere “liberi”, ma strettamente legati insieme come capita nei normali nuclei atomici. Ovviamente, rimangono ancora varie valide ipotesi sulla composizione interna di questi astri supermassicci, ma i nuovi risultati pongono chiari limiti a queste, così come alla massima possibile densità della materia fredda.

Le osservazioni di PSR J1614-2230 danno informazioni ancora più generali. Ad esempio, una delle spiegazioni maggiormente accettate sull’origine di un particolare tipo di esplosione di raggi gamma (GRB), quelli di breve durata, ipotizza come causa la collisione tra stelle di neutroni. Il fatto che esistano stelle massicce come la PSR J1614-2230, dà forza a questa idea.

Inoltre, queste collisioni dovrebbero produrre onde gravitazionali, una delle “scoperte” più attese dall’odierna astrofisica.


Fonte

giovedì 28 ottobre 2010

Leggere il pensiero non è impossibile

Leggere il pensiero è sempre stato considerato al limite del paranormale, una capacità misteriosa. Ma non impossibile. Ne sono coinvinti alcuni studiosi del California Institute of Technology di Pasadena, che richiamandosi ad uno studio precedente, svolto dal neuroscienziato Christof Koch 5 anni fa, sono riusciti nell'impresa.

Avevamo già parlato di un computer in grado di farlo, e che grazie a questa sua capacità, aiutava le persone affette da patologie che inibiscono la parola, a comunicare con il mondo esterno.

Ma questa volta i ricercatori hanno messo a punto un sistema grazie al quale individui perfettamente normali sono riusciti a modificare alcune immagini su un computer utilizzando solo la forza del pensiero.

Niente di magico. Gli studiosi si sono solo 'limitati' a decodificare i segnali di trasmissione del pensiero, più banalmente i neuroni al lavoro nel cervello, e a fare in modo che questi si accendessero o spegnessero in base alla volontà della persona.


Preliminarmente, i ricercatori hanno posto alcune domande ai pazienti sui loro gusti: “Volevamo sapere - spiega Moran Cerf, uno degli autori dello studio, pubblicato su Nature - le loro preferenze musicali, ma anche televisive e sportive”.

Attraverso le risposte, è stato poi preparato un set di 100 immagini per ciascun paziente, che rappresentava le cose che amava di più. Le immagini selezionate erano quelle che attivavano di più i neuroni, e utilizzandolo è stato creato una sorta di videogioco: i pazienti dovevano osservare un'immagine al computer composta al 50% da una delle cose preferite e al 50% da un'altra 'di disturbo'. Il loro compito era cercare di far prevalere l'immagine preferita attivando il neurone corrispondente.

Gli studiosi hanno registrato un buon 70% dei casi di riuscita. “Ogni paziente ha trovato il proprio metodo – hanno spiegato - qualcuno ripeteva più volte il nome del personaggio, ad altri invece bastava pensarci intensamente, ma tutti sono riusciti nel test”.


Fonte

mercoledì 27 ottobre 2010

Pianeti in bottiglia: come gustarli e diventare "alieno"

Mentre il mondo scientifico è tutto intento a creare le condizioni per il turismo spaziale a breve termine e costi non proprio contenuti, quello dell’arte propone una singolare e più semplice alternativa per soddisfare la nostra curiosità: portare i lontani pianeti qui, sulla Terra.

L’artista americano Jonathan Keats ha infatti recentemente inaugurato il progetto Lasa (Local Air & Space Administration), un esperimento di esplorazione planetaria per osmosi: in pratica, dopo aver collezionato consistenti quantità di meteoriti provenienti da Marte o dalla Luna, Keats li ha ridotti in polvere mineralizzando l’acqua terrestre con questi nuovi componenti.
Non solo: per diverse settimane l’artista ha coltivato alcune patate utilizzando l’acqua così prodotta, nonchè piantine di cactus immerse in terricci extraplanetari; per quanto incredibile possa sembrare, i risultati sono in mostra presso la Modernism Art Gallery di San Francisco, dove è possibile persino acquistarne alcuni per modiche cifre (30 dollari per 'l’essenza di Luna', 45 dollari per quella di Marte, 60 dollari per l’acqua mineralizzata con 'polvere di stelle').

Benchè arte e scienza abbiano notoriamente poco da condividere, il risvolto sperimentale del progetto è intuitivo: ingerendo minerali come il pyroxene, la pigeonite o l’ulvospinel (ossido di titanio di ferro), il corpo umano comincerebbe poco a poco ad utilizzarli nella formazione di tessuti e ossa, avviando una sorta di 'mutazione' che lo renderebbe un pò meno umano e un tantino più alieno.

“In effetti noi non siamo i primi e i più importanti in tutto - ha dichiarato Keats - Sotto certi aspetti, per esempio riguardo alla natura di Marte, le patate o le piante stesse ne sanno certamente più di noi, poichè sono in grado di adattarsi facilmente. Possiamo imparare da loro come da qualsiasi altra specie”.

Più che un’esposizione di capolavori, quella della Modernism Art Gallery è dunque uno spiegamento etico di supposizioni concettuali: bere i nanodiamanti della polvere stellare è un pò come ingurgitare la materia galattica da cui noi stessi discendiamo, una sorta di deja-vu. Allo stesso modo assaporare l’essenza di Marte o della Luna può renderci forse più vicini agli alieni su cui da sempre ci interroghiamo.

E non a caso lo stesso Keats ha affermato: “Mi auguro che in maniera non letterale nè in alcun modo polemica questo progetto possa far riflettere sul concetto di xenofobia. Incoraggiando la gente a diventare 'aliena' forse è possibile creare una certa empatia con ciò che è diverso da noi. Come dire, trasformando noi stessi potremmo scoprire di avere molto in comune con ciò che invece percepiamo estraneo”.



Fonte

Ufo e Nibiru: morto Zecharia Sitchin

La notizia è trapelata con massima discrezione, su espressa richiesta dei congiunti, ma stamattina è arrivata la conferma. Zecharia Sitchin si è spento lo scorso 9 ottobre nella sua città natale di Baku, capitale dell'Azerbaijan (nel Caucaso).

Sitchin era un noto scrittore e divulgatore, attraverso le sue opere di successo, della teoria paleoastronautica e della archeologia misteriosa (pseudoarcheologia). Era conosciuto in ambito internazionale per le sue teorie sulla nascita dell'umanità per merito di una civiltà di origine aliena, che attraverso opere di modificazione genetica crearono l'uomo per "scopi puramente lavorativi". Sitchin portò a compimento i suoi scritti studiando le scritture Sumere da cui ne derivarono le varie interpretazioni di natura ufologica, bollate sempre dalla scienza convenzionale come pseudoscientifiche e inattendibili in quanto non supportate da alcuna evidenza o tesi scientifica.

Nonostante l'enorme successo dei suoi libri divenuti best seller, le sue idee circa l'esistenza di un Decimo Pianeta del nostro sistema solare battezzato Nibiru (probabile gemello del Sole) non hanno avuto altrettanta conferma. Ma una cosa è certa: che si sia in accordo o meno con le sue teorie, è d'obbligo rendere omaggio ad un uomo che ha concentrato la sua vita ed energie alla ricerca di verità scomode e difficili da interpretare. Un uomo che ha tentato di affacciarsi ad eventi futuri sulla base di avvenimenti passati. Chissà se Zecharia, in questo momento, sorride compiaciuto nell'apprendere la veridicità delle sue teorie.

Fonte

Scoperte 1220 nuove specie in 10 anni in Amazzonia

La foresta amazzonica offre continuamente sorprese: secondo il WWF, vengono trovate nuove specie al ritmo di una ogni tre giorni, e alcune delle ultime sono davvero spettacolari.
Anaconda lunghi come una limousine, pesci gatto giganti che si nutrono di scimmie, ragni colorati e nuove specie di rane velenose, rientrano tutti nel conteggio di 1220 nuove specie di animali e piante scoperte dal 1999 al 2009.

Il rapporto su queste scoperte è stato presentato dal WWF al summit delle Nazioni Unite in Giappone, con lo scopo di informare sul ritmo di estinzione di massa di alcune specie del nostro pianeta, e di focalizzare l'attenzione sull'immenso, e ancora misterioso, ecosistema amazzonico.
"Questo rapporto mostra chiaramente l'incredibile e meravigliosa diversità di vita nell'Amazzonia" dice Francisco Ruiz, a capo del Living Amazon Initiative del WWF. "Ma questa regione incredibile è sotto pressione per via della presenza umana. Il territorio viene trasformato molto rapidamente".

Negli ultimi 50 anni infatti, sotto la spinda della produzione di legname e della creazione di campi per il pascolo o per la produzione di olio di palma, è scomparso il 17% dell'ecosistema amazzonico. "[Il rapporto] serve per ricordare quanto abbiamo ancora da imparare su questa regione unica, e che potremmo perdere se non cambiassimo il modo di pensare lo sviluppo" dice Ruiz.

Nell'arco di 10 anni, sono state scoperte in Amazzonia oltre un migliaio di specie, tra le quali:

•55 nuovi rettili
•16 specie di uccelli
•39 mammiferi
•637 piante
•216 anfibi
•257 specie di pesci

Ed ecco alcune delle scoperte più sensazionali:

- Anaconda di 4 metri, scoperto in Bolivia nel 2002, e il primo nuovo anaconda scoperto dal 1936. Tra i nuovi serpenti scoperti, anche 2 membri della famiglia degli Elipidae, i serpenti più velenosi al mondo.

•Ventiquattro nuove specie di rane velenose, dotate di colori sensazionali, o addirittura traslucide.
•Una specie di pesce gatto gigante, scoperto in Venezuela, che misura1,5 metri e pesa 32 chilogrammi. Si nutre prevalentemente di pesce, ma sono stati scoperti esemplari che contenevano, nei loro stomaci, pezzi di scimmia.
•Un'altra specie di pesce gatto, piccolo, cieco e rosso, trovato intrappolato accidentalmente in una sorgente.
•Una specie di ragno marrone dotata di zanne di colore blu fluorescente.
•Tra le 39 specie di mammiferi c'è il delfino di fiume rosa, due porcospini e sette specie di scimmie.
•Centinaia di nuove specie di piante, inclusi girasole, ananas, melo e edera.

La scoperta di queste migliaia di specie animali e vegetali non dovrebbe sorprendere: l'Amazzonia ospita almeno 40.000 specie di piante, e la scala della loro biodiversità è stata definita "incredibile" in alcune regioni.
In un solo ettaro di foresta in Ecuador, infatti, sono state documentate oltre 1000 specie diverse di piante; nella sezione colombiana dell'Amazzonia, invece, in una regione di 24 ettari di estensione sono state scoperte oltre 3000 varietà diverse di piante.


Fonte

Quando la febbre cura il cancro

I tumori talvolta regrediscono. Si grida al miracolo, ma spesso una ragione scientifica esiste. Riuscire a conoscerla ci potrebbe aiutare a trovare nuove strategie per combattere il tumore. E la febbre, in questo contento di guarigioni dal tumore, ha un ruolo di primo piano. Amelia Beltramini



Non usare gli antipiretici per ridurre
 la febbre potrebbe avere un effetto
 preventivo anche nei confronti
 dei tumori.
 Quando si verificano fenomeni che ancora non sappiamo spiegare si grida al miracolo. Uno di questi fenomeni è per esempio quello delle guarigioni spontanee. E le guarigioni spontanee da mali cosiddetti “incurabili” sono considerate ancora più miracolose. Eppure in molti casi la spiegazione sembra esserci.
Le prime segnalazioni di guarigioni spontanee da tumori risalgono al 1918, ma le più recenti sono comparse su riviste accreditate e Uwe Hobohm, docente di bioinformatica alla Giessen Universität, in Germania, studiando la casistica pubblicata finora sulle riviste scientifiche, ha calcolato che negli ultimi 40 anni si siano verificati mediamente 12-24 casi l’anno di regressioni temporanee durate mediamente più di 5 anni o addirittura di guarigioni inspiegabili.

Pochi casi, ma importanti
Certo in alcuni casi probabilmente si trattava di diagnosi errate: non erano tumori. Ma questo riguarda prevalentemente i casi dei primi anni del secolo scorso. Ma le ultime revisioni, fatte nel 1990, si basano su esami istologici confermati, e in base a questi dati Hobohm calcola circa da 1 a 10 remissioni spontanee ogni milione di casi di tumore. Non sono tante, ma forse se si riuscisse a spiegarle si potrebbero avere idee nuove per la ricerca di nuove terapie.
Secondo alcuni per esempio sarebbero importanti le influenze ormonali, in altri casi potrebbe essere entrato in gioco il sistema immunitario. Ma, nonostante gli sforzi degli ultimi decenni, non siamo ancora giunti a una spiegazione della regressione spontanea nell’uomo e negli animali scrive per esempio nel 2003 sulla rivista scientifica Pnas un gruppo di ricercatori del Cancer center della Wake Forest University di Winston Salem nella Carolina settentrionale.

Il ruolo del sistema immunitario
Ci sono però alcuni fattori che sembrano essere particolarmente interessanti. Le cellule tumorali derivano dalle cellule sane del paziente, e quindi per il sistema immunitario sono “self”, non estranei da combattere. In altre parole il sistema immunitario è tollerante nei loro confronti e molte di queste guarigioni potrebbero essere spiegate se si riuscisse a dimostrare che qualcosa ha reso intollerante il sistema immunitario. Molta ricerca contemporanea punta a svegliare il sistema immunitario contro i tumori, ma finora i risultati ottenuti sono stati solo di parziale risveglio, di brevi regressioni.

Ma... se c'è la febbre…
Il primo ricercatore che segnalò queste regressioni spontanee (era il 1918) scrisse allora che «il maggior numero di regressioni spontanee si sono verificate dopo la rimozione chirurgica incompleta della massa tumorale; subito dopo - in frequenza - ci sono i casi di remissione dopo febbri acute».
La causa più importante della febbre erano le infezioni, vuoi l’erisipela, una forma di infezione acuta della pelle, ma anche vaiolo, polmonite, malaria e la tubercolosi in fase acuta.

Arriva la radioterapia… e la "febbre-terapia" viene accantonata
Non a caso a partire dal 1868 si indussero infezioni in pazienti tumorali e in alcuni casi si ottennero regressioni radicali con lo Streptococcus pyogenes, il batterio responsabile dell’erisipela, chiamato poi tossina di Coley, da Wiliam Coley, il ricercatore americano che nel 19° secolo sistematizzò questo tipo di terapia facendo regredire un numero consistente di tumori allora considerati inoperabili.
Poi fu scoperta l’azione della radioterapia e la terapia di Coley fu accantonata anche perché non ben standardizzata (non si sapeva come preparare la “tossina”, quanta iniettarne, dove, quante volte ecc).
Oggi, a una analisi delle pubblicazioni di Coley sembra che ci sia una stretta correlazione fra la concentrazione della preparazione, l’elevazione della febbre e la durata della terapia e il tasso di remissione.
Ma in alcuni casi i risultati erano strabilianti: se le iniezioni di batterio venivano protratte per 6 mesi, l’80% dei pazienti con sarcomi inoperabili che venivano così trattati sopravviveva da 5 a 88 anni!

Nuove ricerche
Questi esperimenti sono stati ripresi anche recentemente, ma nessuno ha osservato la correlazione fra l’entità della febbre e il risultato. I pochi studi che hanno scatenato una febbre elevata (40 °C) per parecchie settimane sono quelli che sembrano aver avuto i risultati migliori quanto a remissione.
Insomma, è come se la febbre avesse la capacità di guarire anche queste patologie. Le cellule tumorali infatti sono più sensibili al calore delle cellule sane. E infine la febbre sembra generare un segnale che le cellule del sistema immunitario. Non a caso la terapia immunologica dei tumori usa oggi le citochine pyrogeniche, le stesse citochine fuochiste che inducono il rialzo termico. Sono le interleukine 1 e 6, i fattori di necrosi tumorale, l’inteferone alfa e altre.
Se così stanno le cose, non usare gli antipiretici per ridurre la febbre potrebbe avere un effetto preventivo anche nei confronti dei tumori.

Fonte

I “futuri” giganti del cosmo

Il South Pole Telescope ha scoperto il più grande ammasso di galassie. Posto ad una distanza di 7 miliardi di anni luce contiene una massa pari a ottocentomila miliardi di Soli, distribuiti su centinaia di galassie.

L’ammasso in questione, chiamato SPT-CL J0546-5345 e situato nella costellazione del Pittore, ha circa la metà dell’età dell’Universo e ciò che vediamo oggi è perciò l’aspetto che aveva circa 7 miliardi di anni fa. La massa dovrebbe metterlo alla pari dell’enorme ammasso della Chioma, una specie di vicino di casa essendo a “solo” 350 milioni di anni luce. Tuttavia, lasciandolo evolvere e ingrandirsi, catturando materiale dallo spazio vicino, oggi è almeno quattro volte più grande, conquistando quindi il record assoluto. E’ composto da molte galassie già “vecchie”, di almeno due miliardi di anni, e quindi l’ammasso è sicuramente nato in tempi veramente primordiali. A quei tempi l’Universo era nettamente più piccolo di adesso e quindi la gravità aveva miglior gioco a creare ammassi molto numerosi. Oltretutto più si è grandi e più si cresce, così come più si è ricchi e più è facile diventarlo ancora di più.
Mappa della radiazione cosmica di sfondo, prova fondamentale della teoria del Big Bang. Essa rappresenta, infatti, il residuo della radiazione elettromagnetica emessa all’atto del Big Bang e che tuttora permea tutto l’Universo.
Mappa della radiazione cosmica di sfondo, prova fondamentale della teoria del Big Bang. Essa rappresenta, infatti, il residuo della radiazione elettromagnetica emessa all’atto del Big Bang e che tuttora permea tutto l’Universo.

La ricerca svolta al Polo Sud è solo l’inizio di un ambizioso progetto che dovrebbe investigare ben 2500 gradi quadrati di cielo (al momento ne ha studiati solo 200) attraverso le onde millimetriche. Lo scopo è proprio quello di scoprire giganteschi ammassi di galassie a causa della piccola distorsione che essi causano nella radiazione cosmica di sfondo dell’Universo. L’ammontare della distorsione dona una buona stima della massa dell’intero ammasso. Stiamo all’erta allora. Questo è solo il primo gigante!
Un’immagine infrarossa/ottica dell’enorme ammasso citato nell’articolo. Essa è stata ottenuta attraverso lo Spitzer e il telescopio da 4 metri di Cerro Tololo a seguito della scoperta fatta dal South Pole Telescope. Le galassie ellittiche sono contornate in giallo, quelle a spirale in blu

 
Fonte

martedì 26 ottobre 2010

Acqua calda sulle comete

Le comete sono definite come “palle di neve sporca” e sono essenzialmente composte da ghiaccio d’acqua. Esse devono anche essere la fonte delle molecole di H2O osservate nello spazio interplanetario. Ma nessuno si aspettava che per ottenerle bisognava scaldare l’acqua ad altissime temperature! E senza nessun bollitore…

Nelle comete, così come nelle nubi interstellari, I precursori delle molecole d’acqua sono gli ioni caricati positivamente H30+ (chiamato Idronio o Ossonio). Questo ione può essere rilevato da Terra attraverso i telescopi. In presenza di elettroni, questo elemento si converte in H30 neutro e instabile. Quest’ultimo decade velocemente e ha diverse possibilità. Può formare sia H2O più H, oppure OH più H2, o ancora OH più due atomi di H. Queste reazioni sono state studiate in laboratorio ottenendo risultati inaspettati. Per una migliore riuscita dell’esperimento si sono usati ioni di idrogeno pesante, cioè di deuterio, dove il nucleo oltre che da un protone è formato anche da un neutrone.

Il primo risultato è stato che il 16.5% degli ioni presenti si sono trasformati in acqua (più un atomo di H, come detto prima). La notevole percentuale ottenuta ha indicato subito che questa era la strada migliore per ottenere molecole d’acqua dalle comete. Il 71% del totale si trasformava invece in OH e due atomi di H. Con grande sorpresa del gruppo di scienziati del Max-Planck-Institut für Kernphysik di Heidelberg (Germania), si è visto che le molecole d’acqua così ottenute vibravano con la massima energia sopportabile. Massima energia di vibrazione significa anche alta temperatura, dell’ordine di 60000 gradi Kelvin. Insomma, acqua estremamente calda!

I futuri astronauti potranno prendersi un bel tè alle cinque del pomeriggio?


Fonte

lunedì 25 ottobre 2010

Si chiama Boule, ed è un gene mai evoluto in 600 milioni di anni

E’ chiamato Boule ed è il gene responsabile per la produzione dello sperma. Mentre tutti gli altri geni specifici lentamente subìvano il cambiamento evolutivo attraverso milioni di anni, questo restava esattamente lo stesso in tutte le specie, dagli insetti ai mammiferi. E’ quanto emerge da una recente ricerca condotta presso la Northwestern University Feinberg School of Medicine, che sarà pubblicata il prossimo 15 Luglio sulle pagine di PloS Genetics, a firma del professor Eugene Xu. Uno studio sostenuto dal National Institutes of Health e dalla Northwestern Memorial Foundation, destinato ad avere diverse implicazioni e vastissime applicazioni, soprattutto in campo medico.
Dai risultati di laboratorio è infatti emerso come Boule sia il solo e unico gene responsabile per la produzione dello sperma, presente in tutto lo spettro evolutivo: umani, mammiferi, insetti, pesci, vermi e persino invertebrati marini.

Per dimostrarlo il professor Xu ha esaminato attentamente i genomi di un riccio di mare, un gallo, un moscerino della frutta, un essere umano ed un’anemone di mare, uno degli animali più primitivi e meno conosciuti in laboratorio: il gene Boule è stato individuato e identificato in tutti i casi.

“E’ davvero sorprendente - ha dichiarato Xu - perchè la produzione di sperma è soggetta alla selezione naturale e i geni tendono a cambiare ed evolversi in questo caso con una certa pressione, al fine di migliorare il processo riproduttivo. Il gene Boule deve essere quindi talmente importante da non poter cambiare”.

La scoperta potrebbe segnare una nuova era nel campo della contraccezione maschile: quando il team di ricerca ha sottratto il gene Boule da un topo, infatti, ha interdetto la sua capacità di produrre sperma senza minacciarne in alcun modo la salute, il che dimostra come Boule sia il bersaglio specifico ideale per un farmaco.

Molte le implicazioni anche nel campo della ricerca, poichè la scoperta di Boule è a questo punto un elemento cruciale per la comprensione delle cause dell’infertilità maschile.

Ma se agendo su Boule è possibile bloccare le potenzialità riproduttive di un qualsiasi animale, allora le applicazioni potrebbero estendersi al campo medico in generale, ad esempio nelle cure di germi e parassiti: interrompendo i loro allevamenti essi non costituirebbero più una minaccia neppure per l’uomo e sarebbero più facilmente eliminabili.

Ipotesi a parte, al momento gli esperti non hanno ancora proposto risvolti sicuri agli studi, ma ora sappiamo senza ombra di dubbio che, nonostante tutta la nostra complessa diversità, nonostante la spinta evolutiva che ci ha cambiati tutti, nonstante i 600 milioni di anni che ci dividono dai più remoti antenati, esiste un elemento comune a tutti, qualcosa che condividiamo da sempre e probabilmente per sempre.


Fonte

La Luna è un mondo complesso: al polo sud più ghiaccio che sulla Terra

Il cratere del polo sud della Luna sarebbe più umido rispetto ad alcune aree della Terra. Dopo il 'bombardamento' effettuato dalla Nasa sul suolo lunare un anno fa, attraverso la sonda Lcross (Lunar Crater Observation and Sensing Satellite), è stata analizzata la colonna di detriti e vapore d'acqua sollevata.

Ed ecco il risultato. Nella zona esaminata sono presenti acqua e argento, oltre a zolfo, anidride carbonica, idrogeno, calcio, magnesio e mercurio. Le implicazioni legate alla scoperta sono molto importanti. Secondo l'agenzia spaziale americana ci sarebbero le condizioni per uno stanziamento di astronauti per un periodo di tempo da dedicare ad ulteriori studi.
Inoltre, si tratta di una delle più importanti scoperte fino ad ora realizzate per la comprensione dell'origine e dell'evoluzione del sistema solare, evidenziata questa volta da un team di ricercatori in collaborazione della Nasa Ames, del Nasa Goddard Space Flight Center, del Jet Propulsion Laboratory (Jpl) e di altre numerose università americane.

Partiti alla ricerca di acqua sulla luna, gli studiosi hanno scagliato il motore del razzo Atlas contro il cratere Cabeus, una delle zone più buie e fredde, situata al Polo Sud della satellite.

I risultati sono stati il sollevamento di una nube da 155 chilogrammi di vapore e particelle di ghiaccio d'acqua, una voragine dal diametro di circa 20-30 metri e una colonna alta circa 800 metri che conteneva fra 4 e 6 tonnellate di detriti.

Dalle successive analisi, gli studiosi hanno stabilito che il 5,6 per cento della massa totale del cratere potrebbe essere attribuita solamente a ghiaccio d'acqua.

Enrico Flamini, coordinatore scientifico dell'Agenzia Spaziale Italiana, ha commentato: “É un risultato molto interessante perchè non ci si aspettava una quantità così abbondante di acqua sulla Luna. I dati che arrivano dalla missione Lcross sono consistenti con altre scoperte pubblicate di recente e dimostrano che il nostro satellite ha una geologia più complessa di quella che immaginavamo''.



Fonte

Una chiave per l’evoluzione della vita complessa: il mitocondrio

L’evoluzione della vita complessa è strettamente dipendente dai mitocondri, le “centrali energetiche delle cellule”: è questa la conclusione di un nuovo studio pubblicato sulla rivista Nature a firma di Nick Lane e colleghi dello University College di Londra.

Per 70 anni gli scienziati hanno dibattuto se l’evoluzione del nucleo sia stata la chiave per lo sviluppo della vita complessa. Ora Lane e colleghi sostengono che un ruolo ancora più importante sia stato rivestito dai mitocondri, anche per lo sviluppo di innovazioni complesse per la cellula, come lo stesso nucleo, in virtù della loro funzione di “stazioni energetiche”.

“Si tratta di un’ipotesi che va contro il punto di vista tradizionale secondo cui il ‘salto’ verso la complessa cellula eucariotica semplicemente richiederebbe le opportune mutazioni, mentre in realtà è necessaria una sorta di rivoluzione industriale in termini di produzione di energia”, ha commentato Lane.

E’ noto da precedenti studi che il primo organismo eucariotico era più sofisticato di qualunque batterio noto: per esempio, possedeva migliaia di geni e proteine in più, sebbene condividesse con i batteri altre caratteristiche. Ma che cosa consentiva agli eucarioti di accumulare tutti questi geni aggiuntivi?

Focalizzandosi sull’energia disponibile per ciascun gene, Lane e Martin hanno mostrato che una cellula eucariotica media può supportare un numero di geni 200.000 volte maggiore rispetto a un batterio.

“Ciò significa che questa disponibilità energetica fornisce agli eucarioti la materia prima che permette di accumulare nuovi geni, grandi famiglie di geni, e sistemi di regolazione su una scala che rimane totalmente al di fuori della portata dei batteri: questa è la base della complessità”, ha concluso Lane.


Fonte

Le Nanomedicine fotovoltaiche

Per ridurre la tossicità dei farmaci chemioterapici, la nanomedicina guarda alla tecnologia fotovoltaica. Nel corso dell’AVS 57th International Symposium & Exhibition di Albuquerque, in New Mexico, un gruppo di ricerca coordinato da Tao Xu dell’Università del Texas ha aperto una finestra sul futuro e ha discusso le potenzialità di un nuovo strumento per il trattamento dei tumori: celle fotovoltaiche miniaturizzate (grandi dai 300 ai 500 micrometri): impiantandole all’interno di una cellula sarebbe possibile controllare la somministrazione degli agenti chemioterapici in modo da renderli meno dannosi all’organismo. Ovviamente, una volta che sia possibile dimostrare la assoluta mancanza di tossicità delle celle.

Le attuali terapie anti-tumorali consistono nella somministrazione di farmaci attraverso il circolo sanguigno. Ma in questo modo, prima di arrivare a destinazione, gli agenti chemioterapici entrano in contatto con gli altri tessuti dell’organismo danneggiandoli. Per cercare di alleviare gli effetti collaterali della chemioterapia, la ricerca sta lavorando allo sviluppo di farmaci intelligenti, che colpiscano direttamente le cellule tumorali bersaglio lasciando indisturbati gli altri tessuti.

L’idea sviluppata dall’equipe di Tao Xu è quella di impiegare luce infrarossa o laser, in grado di penetrare nei tessuti sino a 10 centimetri di profondità, per attivare delle celle fotovoltaiche in miniatura “caricate” con un farmaco anti-tumorale. In un modello in vitro, i ricercatori hanno ricoperto entrambe le facce della cella fotovoltaica (posta all'interno di cellule in coltura) con un farmaco cui precedentemente erano state applicate cariche elettriche negative o positive. Inviando un fascio di luce, una faccia della cella si caricava positivamente respingendo il farmaco "dello stesso segno". Il contrario avveniva sull’altra faccia.

In questo modo, facendo arrivare le piccole celle fotovoltaiche all’interno delle cellule cancerogene, sarebbe possibile rilasciare il farmaco solo nell’area circoscritta al tumore, permettendo di controllare la dose da somministrare modificando l’intensità della luce inviata.


Fonte

Un "asilo stellare" ben nascosto

Un affollatissimo asilo nido, contenente moltissime stelle appena nate, rimaneva nascosto all’interno di una nube molecolare oscura. Guardando nell’infrarosso è esplosa tutta la bellezza del luogo ed è sbocciato un fiore luminosissimo.

Non molto lontana prospetticamente dalla più famosa nebulosa di Orione, si trova una nube molecolare ricca di polvere all’interno della costellazione dell’Unicorno (Monoceros). In realtà è molto più lontana e dista da noi circa 2700 anni luce. Lo spettacolo è già molto bello nella luce visibile, dominato da un gruppetto di stelle giovani e calde che illuminano di azzurro la nebulosità circostante. Ma la zona centrale rimane oscura e nascosta. Proprio lì risiede la maggior parte delle stalle appena nate, gigantesche e ancora avvolte nella loro placenta gassosa che blocca la luce.
Tuttavia, per l’osservatorio cileno Paranal dell’ESO è stato piuttosto facile scrutare i segreti nascosti e creare un’immagine fantastica. E’ bastato fare le osservazioni nell’infrarosso e più esattamente nelle bande I, J e K. Ed ecco che è sbocciato un fiore, dove filamenti di materiale interstellare si illuminano sotto l’effetto delle radiazioni emesse dalle giovani stelle, non più vecchie di dieci milioni di anni. Molte delle strutture viola e rosse che si vedono nell’immagine sono probabilmente i getti di idrogeno che vengono lanciati dagli astri neonati.


Fonte

domenica 24 ottobre 2010

Farfalle monarca usano piante per curare la prole

Le farfalle monarca sembrano utilizzare piante medicinali per curare la prole affetta da parassiti, secondo quando scoperto dai biologi della Emory University.
"Abbiamo mostrato che alcune specie di Asclepias syriaca, la pianta che le larve usano come alimento, può ridurre le infezioni parassitarie nelle monarca" spiega Jaap de Roode, biologo a capo della ricerca. "E abbiamo anche scoperto che le farfalle femmina infette preferiscono deporre le uova su piante che ridurranno la malattia dei figli, cosa che indica che abbiano sviluppato la capacità di curare i figli".

"I risultati sono eccitanti anche perchè il comportamento è trans-generazionale" aggiunge Thierry Lefevre, al lavoro con Roode. "Se la madre esprime questo comportamento, solo i suoi figli ne trarranno benefici. E' sorprendente per le farfalle monarca".

La scoperta non ha solo implicazioni nello studio delle farfalle monarca, ma potrebbe avere effetti ben più vasti. Tutti infatti siamo a conoscenza del fatto che le piante siano una farmacia naturale; ma siamo meno consapevoli di cosa possano realmente offrire. Molti effetti medicinali delle piante non sono stati ancora osservati, e rimarrebbero ancora molte specie vegetali da scoprire, nascoste in angoli remoti del pianeta. Piante che, grazie allo studio del comportamento animale, potrebbero custodire proprietà interessantissime dal punto di vista medico.

Le farfalle monarca, note per le loro spettacolari migrazioni dagli Stati Uniti al Messico, si nutrono di diverse piante che producono lattice, incluse alcune specie che contengono sostanze tossiche per i loro predatori naturali.

Ricerche precedenti a questa si sono concentrate principalmente sul tipo di lattice tossico utilizzato dalle monarca come repellente per i predatori, lattice che sembrerebbe essere legato alla presenza del parassita Ophryocystis elektroscirrha. Una farfalla femmina infetta passa il parassita alle uova, che possono generare individui adulti dalle scarsissime possibilità di sopravvivenza.

Le femmine di monarca quindi hanno studiato un rimedio: gli esperimenti di de Roode mostrano che le femmine infette preferiscono deporre le uova su una specie vegetale tossica piuttosto che su piante comuni. Questo sistema consente alle femmine di deporre uova su piante in grado di ridurre la crescita del parassita e curare parte delle uova.


Fonte

Il primo uomo e la prima donna: la creazione nella tradizione aborigena

Ancora oggi in tutti i campi della scienza e non solo, va avanti il dibattito, che molto spesso diventa scontro, tra i “creazionisti”, coloro che sono convinti che un qualsivoglia Dio abbia creato l’essere umano a sua immagine e somiglianza, e gli “evoluzionisti”, coloro che credono che l’uomo provenga dalle scimmie e che sia arrivato alla sua attuale forma biologica tramite una lunga serie di cambiamenti.

Un interessante punto di vista che media tra queste due teorie lo si può trovare nelle antiche leggende aborigene sull’origine dell’uomo. Per i nativi australiani è impossibile spiegare con esattezza tutte le connessioni tra l’essere umano, gli animali e le altre forme di vita presenti in natura. Il fatto curioso è che la creazione di nuove vite, nella mitologia aborigena, sottointende la pre-esistenza di essere viventi senzienti, come nel mito di Yagaanamaka, nome che si può tradurre in modo approssimativo con “il calpestatore di capelli”.

C’erano una volta una donna che stava viaggiando verso sud, ed un uomo che stava seguendo la sua via verso nord. Un giorno i due si incontrarono in una pianura, e l’uomo disse alla donna:-Da dove vieni?- E la donna rispose :- Vengo dal nord e tu?- L’uomo rispose che proveniva dal sud, chiese alla donna se fosse da sola, quindi le chiese di sposarlo, e la donna accettò. Accesero un fuoco e giaquero insieme: l’uomo e la donna divennerò una cosa sola, completandosi a vicenda e dando luogo ad una nuova era. Passavano il loro tempo pescando, cacciando, raccogliendo vermi e verdure il giorno, e facendo l’amore la notte. Sarebbero stati felici di trascorrere la loro vita in questo modo, se non fosse stato per la consapevolezza che un giorno sarebbero morti.

Un giorno la donna disse:- Non abbiamo figli! Tutti gli esseri viventi hanno una prole, ma non noi!-. Era primavera, ed ella aveva osservato le uova delle tartarughe, dei pesci, degli uccellini nei nidi, e i piccoli discendenti dei mammiferi. :-Se gli uccelli, i rettili, gli insetti, e gli altri animali possono avere figli, dobbiamo averne anche noi- disse la donna, e l’uomo rispose :-Farò un bambino per te dall’argilla, così potrai allevarlo-. Quindi l’uomo prese l’argilla e la modellò in modo da renderla simile in tutto ad un piccolo uomo. A quel punto la donna disse :-Mettilo nel mio corpo in modo che io possa avere cura di lui-. Egli lo fece, aggiungendo al bambino di argilla anche del succo dell’albero del latte e della resina rossa per simulare il sangue.Quando la madre diede alla luce il bambino, il piccolo muoveva le gambe e piangeva: era nata una nuova vita. La donna esultò :- E’ vivo! E’ un piccolo uomo e un giorno verrà a caccia con me. Questo è nostro figlio, il primo mai nato da una donna!-.

L’uomo partì alla ricerca di cibo per la famiglia, saltando come un canguro, e al suo ritorno notò che al piccolo mancavano i capelli, perciò raccolse dell’erba e la piazzò sulla testa del bambino, affermando con orgoglio :- Ora assomiglia ad un uomo vero! Vivremo qui e lo guarderemo crescere-. La donna era felice, e chiese al marito :- Come lo chiameremo?- E l’uomo rispose :- Il suo nome sarà Yagaanamaka, il “Capestatore di Capelli”, e in futuro nasceranno sempre più bambini, fino a che il mondo non ne sarà pieno. E questo diventerà il loro centro totemico, dove gli uomini raccoglieranno l’erba per i figli delle loro spose-.



Fonte

sabato 23 ottobre 2010

Impressionante: gli alieni vogliono controllarci. Il Caso di Art Bell

Durante una famosa trasmissione radiofonica americana, condotta da Art Bell accade una cosa molto strana. Più o meno 10 anni fa.

Art risponde al telefono, dall'altro capo della cornetta c'è un'uomo che singhiozza, sembra quasi stia piangendo.

Dice di essere un'ex impiegato dell'AREA51 e ribadisce di non avere molto tempo perchè la chiamata sarebbe stata rintracciata e dopo alcune scioccanti dichiarazioni il segnale radio della stazione cessa di trasmettere e dell'uomo rimangono solo singhiozzi soffocati.


E' abbastanza impressioante sopratutto per alcune cose che dice, consigliato per chi non vuole dormire alla notte.

Per chi non conoscesse Art Bell: Si può dire che le sue trasmissioni sono sempre condotte in modo serio ma folkloristico, magari la chiamata è il conseguente black out posono essere una tecnica per far aumentare l'ascolto della trasmissione... A voi i commenti

Fonte

Su Titano piove la “vita” ?

Un esperimento eseguito in laboratorio ha simulato gli strati atmosferici superiori di Titano e ha trovato che proprio in questi si potrebbero formare le molecole necessarie alla vita. La pioggia le porterebbe poi al suolo.


Ricercatori dell’Università dell’Arizona a Tucson sono riusciti per la prima volta a produrre, in un ambiente privo di acqua, una straordinaria varietà di molecole organiche complesse, compresi aminoacidi e nucleotidi, i più importanti ingredienti della vita biologica. La cosa veramente interessante è che all’interno della camera in cui si è svolto l’esperimento, si è ricreato l’ambiente della parte esterna dell’atmosfera di Titano. In particolare i nucleotidi scoperti comprendono le cinque basi che sulla Terra permettono di costruire il materiale genetico del DNA e RNA, ossia la citosina, l’adenina, la timina, la guanina e l’uracile. Gli aminoacidi sono invece la glicina e l’alanina, mattoni fondamentali per ottenere le proteine.

I risultati non solo suggeriscono che l’atmosfera di Titano potrebbe essere un importante serbatoio di molecole organiche prebiotiche, ma offrirebbero una nuova prospettiva per l’origine della vita sulla Terra. Invece che nel “celebre” brodo primordiale, i primi ingredienti potrebbero essere “piovuti” dal cielo, partendo dagli strati nebbiosi più alti.

Vale la pena ricordare che Titano è l’unico satellite del Sistema Solare che possieda una spessa atmosfera. Essa si estende verso lo spazio esterno molto di più che quella terrestre, in quanto la gravità del corpo celeste è assai più debole della nostra. Tuttavia, l’atmosfera di Titano è molto più spessa di quella terrestre. La pressione sulla superficie del satellite equivale alla nostra a una profondità di cinque metri sotto il mare. D’altra parte, però, l’atmosfera di Titano è quella più simile a quella terrestre di tutto il Sistema Solare. Non per niente, Titano è chiamato “la Terra congelata nel tempo”, proprio perché rappresenta piuttosto bene ciò che si pensa la Terra sia stata nei tempi primordiali del Sistema Solare.

A mano a mano che le osservazioni dallo spazio analizzavano l’atmosfera di Titano, ci si accorse che la nebbia di Titano consisteva di aerosol, simile allo smog che soffoca molte aree metropolitane mondiali. Esso è composto da particelle dell’ordine del micron e anche meno, che potrebbero assomigliare a piccolissime palle di neve se osservate a un microscopio elettronico. Tuttavia, cosa potrebbe trasformare particelle di metano, azoto e monossido di carbonio in ingredienti fondamentali per la vita? Sarebbe necessaria una notevole energia per spezzare le molecole atmosferiche e rimettere insieme i loro frammenti sottoforma di composti organici molto più complessi, come le molecole prebiotiche. Nell’atmosfera di Titano non vi sono condizioni perché questo possa succedere, dato che la nebbia è talmente fitta che la superficie di Titano vive in un perpetuo e triste crepuscolo. Inoltre, a -20°C la possibile acqua che potrebbe esistere sulla superficie sarebbe dura come il granito.
Le cose sarebbero invece ben diverse negli alti strati atmosferici, che vengono bombardati da radiazioni ultraviolette e particelle cariche che provengono dal Sole e/o sono deviate dal campo magnetico di Saturno e che possono innescare le reazioni necessarie alla distruzione delle molecole più semplici.

Per provare tutto ciò non si poteva usare la tecnologia della navicella Cassini, in quanto non era predisposta per analisi spettroscopiche di questo tipo, non potendo avvicinarsi troppo all’atmosfera del satellite. L’unica cosa da fare era riprodurre l’atmosfera di Titano in laboratorio. E così è stato fatto.

I risultati sono stati ben più ottimistici di quanto ci si aspettasse. Ma, soprattutto, si è sollevato un dubbio molto importante. Vi è davvero bisogno di acqua per formare la vita? O, invece, basta una buona miscela di aerosol e sufficiente energia esterna?

Le future ricerche sui pianeti abitabili potrebbero subire un drastico ridimensionamento o sarebbero invece troppo limitate? Stiamo a vedere…



Fonte

venerdì 22 ottobre 2010

Don Samuele Viti: il prete "Ufo" sospeso a Divinis

Don Luciano Viti, conosciuto come padre Samuele viterbese classe 1962, sacerdote balzato alle cronache per le sue interpretazioni "ufologiche" delle Sacre Scritture, che secondo alcuni avrebbe sostenuto che gli angeli fossero extraterrestri è stato definitivamente sospeso "a divinis" dalla Chiesa Cattolica. Come detto avevano fatto grande clamore le sue dichiarazioni sulla bibbia legate agli alieni, circostanza che ci aveva fatto scrivere un articolo sulla sua vera storia, che aveva scatenato un dibattito acceso tra i nostri lettori. Alcuni avevano in quella circostanza negato le accuse di un'interpretazione "esoterica" dei testi sacri e respinto le voci di riti di guarigione fatti dal prete contro il parere della sua stessa diocesi. Oggi la doccia fredda: il vescovo e la diocesi di Pistoia hanno reso noto che la sospensione è stato un atto dovuto anche per spiegare ai fedeli che l'operato di Don Viti, non è approvato dalla chiesa.
"E' una misura certo dolorosa per le persone e per le comunità, ma si è resa necessaria per tutelare e difendere il diritto dei fedeli - afferma monsignor Bianchi - a ricevere un insegnamento e un'assistenza che sia autenticamente cattolica".

Per il suo singolare metodo di insegnamento cattolico, non in linea con la disciplina della Santa Sede, lo scorso luglio don Samuele era stato richiamato sia dalla curia che da istenze superiori, egli però, aveva preferito dare le "dimissioni" e cercare altrove spazi di libertà che nel contesto della chiesa, gli erano preclusi.

Da tempo Don Viti si era avvicinato ad un gruppo ortodosso, peraltro non riconosciuto dalla vera chiesa ortodossa, caratterizzato dall'intensa attività carismatico-miracolistica verso persone malate sottoposte a riti suggestivi. "Tutto ciò - aveva fatto sapere la curia - è comunque estraneo alla chiesa cattolica e anche a quella ortodossa".

La sospensione a divinis può essere imposta dalla Chiesa cattolica e impartita ai sacerdoti colpevoli di gravi mancanze disciplinari. Al momento del differimento al sacerdote è vietato amministrare i sacramenti, tra i quali la celebrazione della messa e la confessione.
Non sono bastate dunque le dimissioni, il prete è stato escluso dalla sua stessa comunità, chissà se in qualche modo le sue dichiarazioni "extraterrestri" o la sua condotta di vita "aperta" ad ambienti vagamente esoterici e ultraortodossi abbia avuto un ruolo determinante. Ai posteri l'ardua sentenza, la storia per ora trova il suo triste epilogo, e noi che l'abbiamo seguita dall'inizio possiamo solo prenderne atto.


Fonte

E se un asteroide colpisse la Terra? Ecco le prime soluzioni

Dopo l'ultima visitina fatta da un asteroide al nostro pianeta, proprio qualche giorno fa, la Nasa ha riferito di aver fotografato grazie al telescopio Hubble una strana collisione tra altre due rocce spaziali e, stando ai primi commenti degli esperti: si è parlato di mistero.

Dallo scontro tra i due asteroidi, "avrebbe dovuto formarsi una coda simile a quella delle comete", avevano infatti suggerito gli scienziati, quando sotto la lente del potentissimo telescopio spaziale era emersa un'anomala scia a tre punte, che aveva provocato un'energia "simile a quella di una bomba atomica".
Ecco perchè al momento sono già passate al vaglio dell'agenzia spaziale statunitense alcune soluzioni ad eventuali pericoli in cui potrebbe incombere la Terra. Gli astrofisici hanno puntualizzato che, "volendo essere ottimisti", se qualche frammento fosse attratto "all'interno del nostro campo gravitazionale potremmo correre qualche pericolo".

Allora dalle menti dei cervelloni Usa esce fuori già la prima risposta, firmata Rusty Schweickart, astronauta dell'Apollo 9, il quale ha proposto la realizzazione di "un sistema simile ad un deflettore, che all'occorrenza potrebbe deviare la direzione del frammento di roccia".

L'idea di Schweickart consiste nella creazione di un complesso dispositivo in grado di attirare al momento opportuno la roccia, e spingendola in un secondo momento verso un'orbita differente attraverso un deflettore.

Chiaramente, prima di elaborare qualunque soluzione sarà necessario verificare sul campo. Secondo lo studioso, la Nasa "dovrebbe testare il tutto per confermarne il corretto funzionamento del progetto. In ogni caso dall'avvistamento delle rocce 'vaganti' ci sarebbero circa 15 anni di tempo prima di avviare le missioni. Abbiamo bisogno di conoscere bene cosa si trova là fuori".


Fonte

Il Placton visto dall spazio

Le sfumature sui toni dell'azzurro sembrano copiate da un quadro di Monet. Ma questi spettacolari "ghirigori" celesti sono frutto di un lavoro di gruppo, e a "dipingerli" sono stati i minuscoli componenti della forma di vita più abbondante presente negli oceani: il plancton. Anche se presi singolarmente gli organismi che lo compongono appaiono microscopici, i pigmenti di clorofilla contenuti in molti di essi colorano le acque circostanti e ne rendono possibile la localizzazione dallo spazio. La foto che vedete è stata scattata grazie ai sensori del Envisat's Medium Resolution Imaging Spectrometer che stavano perlustrando le acque a ovest dell'Irlanda.
Placton visto da MOLTO vicino

Fonte

giovedì 21 ottobre 2010

La plastica che si disinfetta con la luce

Disinfettare con la luce e senza effetti collaterali si può. Lo hanno affermato Kristin Wilde e la sua équipe dell’Università del New Mexico durante i lavori dell’AVS 57th International Symposium & Exhibition di Albuquerque. In quest'occasione i ricercatori hanno presentato al pubblico le possibili applicazioni industriali e sanitarie di alcuni materiali plastici che, se illuminati da luce fluorescente, mostrano proprietà antimicrobiche.

Nonostante il numero di infezioni batteriche continui a crescere, dal 1950 sono state sviluppate solo tre classi di antibiotici. Tuttavia, la ricerca lavora continuamente allo sviluppo di strumenti che siano in grado di contrastare con più efficacia la diffusione delle infezioni batteriche.

Recentemente sono emerse le eccezionali proprietà di una classe di polimeri coniugati (CPEs), materiali plastici conduttori di elettricità che mostrano attività antimicrobica se colpiti da luce fluorescente. Questi polimeri sono in grado di uccidere alcuni batteri Gram-negativi (Pseudomonas aeruginosa e Cobetia marina), proprietà che apre la strada a numerose applicazioni: dai materiali di costruzione impiegati nelle case ai prodotti sanitari. Ma prima di adottare questi polimeri per usi industriali, è ancora necessario testarne la tossicità per l’essere umano. Per ora, il team di Wilde lo ha fatto su cellule bovine, esponendole a due tipi di CPEs per intervalli di tempo dai 10 minuti alle 24 ore, sia al buio sia in condizioni di luce. In entrambi i casi, i ricercatori hanno osservato che i polimeri mostrano attività battericida senza essere tossici per le cellule.

Anche se i primi test hanno avuto un esito positivo, i ricercatori avvertono che saranno necessarie altre verifiche per capire in che modo e in quali quantità sarà possibile utilizzare questi polimeri antibatterici per usi domestici o sanitari senza che l’organismo umano ne risenta in alcun modo.


Fonte

Pterosauri erano viaggiatori da record

Il Quetzalcoatlus northropi era un rettile volante preistorico di circa 70 milioni di anni fa, uno pterosauro le cui dimensioni erano ragguardevoli: apertura alare ampia fino a 12 metri, e peso di oltre i due quintali.
Come facessero a sollevarsi in aria questi rettili giganti è un meccanismo più o meno noto, ma fino ad ora non si sapeva quanto a lungo uno pterosauro potesse volare.

Grazie a Michael Habib della Chatham University siamo ora in grado di fare una stima: gli pterosauri potevano volare oltre 16.000 chilometri. Basandosi sulla massa corporea, l'apertura alare e le caratteristiche ambientali del Cretaceo, i ricercatori del team di Habib hanno creato dei modelli di simulazione comuni tra gli pterosauri e gli uccelli moderni, scoprendo che gli antichi rettili volanti potevano percorrere distanze enormi.

Il volo degli pterosauri era principalmente un'alternanza tra ala battente e planata: pochi minuti di battito d'ali lasciavano il posto a lunghi periodi di planata, che sfruttavano anche le correnti termali per prolungare il tempo di volo e cambiare quota.

Se i calcoli di Habib sono corretti, questi giganti del cielo avrebbero potuto spostarsi da un continente all'altro senza problemi. I ritrovamenti di pterosauri appartenenti a specie simili scoperte in altri continenti, quindi, potrebbero essere esemplari migrati da un continente all'altro.

Uno pterosauro di 270 chilogrammi avrebbe potuto percorrere 16.000 chilometri senza alcuna sosta, utilizzando 72 chilogrammi di grasso corporeo come carburante per sopportare i periodi di assenza di cibo. Il modello di Habib replica il profilo alare di un'aquila, una forma di transizione tra il volo planato e il sollevamento di carichi pesanti.

I calcoli effettuati tengono conto anche dell'atmosfera del Cretaceo, più calda e con più correnti termali da sfruttare. Anche il tasso metabolico è stato considerato, creando una media tra i moderni uccelli.
Anche se nel modello venissero introdotti parametri differenti da quelli utilizzati, uno pterosauro sarebbe stato in grado di percorrere almeno 8.000 chilometri, fino ad un massimo di 32.000 km. "Quello che importa è che tutti i numeri sono grandi" dice Habib.

Lo studio sembrerebbe contraddire ricerche precedenti che hanno stabilito che animali come il Quetzalcoatlus northropi non sarebbero stati in grado di decollare, e avrebbero potuto prendere il volo solo lanciandosi da alberi o colline. Habib è sicuro del fatto che gli pterosauri non avrebbero potuto decollare come uccelli, ma suggerisce che si sarebbero potuti lanciare in aria sfruttando i quattro arti, come fanno alcune specie di pipistrello moderne.


Fonte

Sogni: ecco perchè alcuni li ricordano e altri li dimenticano

Posted by GUARDIAMO A 370° 15:49, under ,,,, | No comments

Vi siete mai chiesti perchè alcuni riescono a ricordare con estrema precisione i sogni, mentre altri tendono a dimenticarli completamente? A tentare di spiegare questo affascinante mistero, è stato uno studio realizzato in collaborazione tra il Dipartimento di psicologia dell'Università La Sapienza di Roma, il Dipartimento di neurologia clinica e comportamentale dell'Irccs Santa Lucia e le università dell'Aquila e di Bologna.
La ricerca, pubblicata su Human Brain Mapping, ha tentato di spiegare la diversa intensità emotiva dei sogni ed è partita dalla considerazione che potrebbe esserci una connessione tra l'anatomia umana e la materia dei sogni. Secondo gli studiosi, tutto dipenderebbe dalle misure dell'amigdala e dell'ippocampo, due strutture cerebrali profonde deputate al controllo delle emozioni, della comprensione, dell'apprendimento e più in generale della memoria.

Dopo aver monitorato l'attività onirica di 34 persone tra i 20 e i 70 anni di età, per un periodo di 14 giorni, attraverso una risonanza magnetica a 3 tesla, è stato chiesto ai volontari di compilare un diario dei sogni, registrando su un'audiocassetta i loro ricordi. Infine, i ricercatori hanno messo in relazione il volume e la densità della materia grigia di amigdala e ippocampo e le registrazione effettuate.

La differenza principale ha riguardato qualità e quantità dei sogni. Mentre il numero medio dei sogni ricordati il giorno dopo non era correlato alle dimensioni di amigdala e ippocampo, lo era invece con la qualità del sogno, ricco di carica emotiva. In particolare, ad un maggior 'volume' della parte sinistra dell'amigdala è stato associato un tipo di sogno più breve e un minor carico emotivo. La bizzarria e la vivacità invece sono state collegate ai volumi superiori dell'amigdala destra.

Luigi De Gennaro, coordinatore dello studio ha commentato: "Tutto è iniziato due anni fa, quando ci siamo chiesti se aspetti microstrutturali della nostra anatomia cerebrale possano spiegare perché alcuni di noi non ricordano affatto i sogni, mentre altri ne conservano un ricordo così dettagliato che potremmo chiamarlo quasi 'filmico'. Allo stesso modo, tra coloro che ricordano con regolarità i sogni, alcuni presentano narrazioni di estrema incongruenza e bizzarria o elevata emozionalità, mentre altri sono in grado di riportare poco più che descrizioni assai povere di eventi e scene''.


Fonte

mercoledì 20 ottobre 2010

Astronomi scoprono strano punto caldo su pianeta extrasolare

Recenti osservazioni dal Telescopio Spaziale Spitzer hanno rivelato l’esistenza di una “strana” zona più calda su un pianeta distante, nella “posizione sbagliata”…

Il pianeta gigante in oggetto è chiamato Andromedae b, ed è in orbita stretta attorno alla sua stella, con una faccia costantemente affacciata verso la luce ed il calore della stessa. Appartiene ad una classe di pianeti nota come “Gioviani caldi” chiamati in questo modo a motivo delle loro alte temperature e delle composizioni prevalentemente gassose.

In questo quadro, si potrebbe legittimanente pensare che la zona più calda del pianeta sia quella direttamente esposta alla radiazione della stella attorno cui orbita; tuttavia alcune osservazioni hanno mostrato come la zona più calda possa invece trovarsi in una locazione un pò “spostata”. Gli astronomi ritengono che forti venti stellare potrebbero essere responsabili per questa strano “spostamento” della zona più calda: avrebbero in pratica “spinto” il gas caldo in zone diverse dalla sua formazione.

Il problema però sorge con i dati recenti di Spitzer: questi infatti hanno mostrato come la zona calda in Andromedae b sia spostata di ben 80 gradi da dove gli scienziati si sarebbero attesi di trovarla!

“Non ci aspettavamo di trovare uno ‘spot caldo’ con un così grande spostamento”, ha detto Ian Crossfield, primo autore di un articolo riguardo tale scoperta, in pubblicazione sulla rivista Astrophysical Journal. “E’ chiaro che noi riusciamo a comprendere assai meno di quanto pensavamo, sull’energetica delle atmosfere dei gioviani caldi”.

Questi importanti risultati sono parte di una serie di nuove acquisizione sulle condizioni dell’atmosfera negli esopianeti, un campo aperto proprio da Spitzer già dal 2005, quando fu il primo telescopio a rilevare in maniera diretta dei fotoni provenienti da un esopianeta, ovvero un pianeta orbitante attorno ad un’altra stella.

Gli scienziati concordano sul fatto che il risultato per Andromedae b è assolutamente inatteso, e viene preso come un chiaro indizio di quanto ancora vi sia da comprendere nelle atmosfere planetarie.

La scoperta porta un ennesimo impulso allo studio nel campo degli esopianeti (insieme agli oggetti ad alto redshift, senz’altro uno dei “trend” più forti nell’indagine astronomica di questi ultimi tempi).

E’ proprio il caso di dirlo, l’esplorazione dei cieli – ad ogni distanza – porta sempre nuove sorprese (e probabilmente così sarà sempre in futuro!)

Fonte

Strano ritrovamento: un uovo in un uovo

-CURIOSITA'-
Immaginate lo stupore della signora che sbucciando un uovo sodo preparato per la colazione, ne ha trovato all'interno un altro, con tanto di guscio. Maria Baldescu, 68enne del nord est della Romania, ha subito portato l'uovo "mutante" di una delle sue galline al medico del villaggio, che ha attribuito l'anomalia alle conseguenze tardive del disastro di Chernobyl. Sull'origine del fenomeno in realtà gli esperti si dividono. Douglas Russell, curatore della collezione di uova del Museo di Storia Naturale di Londra, intervistato dal sito di NewScientist in occasione di un fenomeno analogo l'ha associato a un malfunzionamento dei movimenti ritmici (peristalsi) che conducono l'uovo in via di formazione verso l'uscita. Se lungo il suo viaggio un uovo semi-completo viene respinto all'indietro, può essere "inglobato" da un altro in fase di sviluppo.

Fonte 

Vetrina Aggiornamenti

Iscriviti per email

Archivio Blog

Blog Archive