Panoramica:

giovedì 30 settembre 2010

Una superbatteria mai vista prima: grazie alle pressioni del centro della Terra

Utilizzando pressioni altissime, simili a quelle che si trovano nel profondo della Terra o su un pianeta gigante, alcuni ricercatori della Washington State University hanno creato un materiale compatto e mai visto prima capace di immagazzinare grandi quantitativi di energia.

“Se ci pensi, è la forma più condensata di immagazzinamento di energia eccetto l’energia nucleare”, afferma Choong-Shik Yoo, professore di chimica alla WSU e primo scrittore dei risultati pubblicati sulla rivista Nature Chemistry.

La ricerca è scienza elementare, ma Yoo afferma che mostra come sia possibile immagazzinare energia meccanica nell’energia chimica di un materiale con legami chimici così forti. Possibili applicazioni future potranno essere la creazione di una nuova classe di materiali energetici o carburanti, un dispositivo di immagazzinamento di energia, materiali superossidanti per distruggere agenti chimici e biologici e superconduttori ad alte temperature.

I ricercatori hanno creato il materiale al Pullman Campus in una cellula d’incudine di diamante: un piccolo dispositivo di due pollici per tre pollici di diametro in grado di produrre pressioni estremamente alte in un piccolo spazio.

La cellula conteneva difluoride di xeno (XeF2), un cristallo bianco usato per incidere conduttori di silicone, stretto tra due piccole incudini di diamante.

Alla normale pressione atmosferica, le molecole del materiale sono state relativamente lontane l’una dall’altra ma, quando i ricercatori hanno aumentato la pressione all’interno della camera, il materiale è diventato un semiconduttore a due dimensioni, simile alla grafite.

Gli esperti, infine, hanno aumentato la pressione a più di un milione di atmosfere, simile a ciò che si può trovare a metà strada scavando fino al centro della Terra. Tutte queste “strette”, come le ha chiamate Yoo, hanno forzato le molecole a creare strutture tridimensionali a rete metallica saldamente legate.

Nel processo, il grande quantitativo di energia meccanica di compressione è stato immagazzinato come energia chimica sui legami delle molecole.

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Dai metalli l'origine della vita

E’ nato prima l’uovo o la gallina? Così, sono nati prima gli amminoacidi o gli enzimi, fatti di amminoacidi, che ne favoriscono la formazione? A quest’ultima domanda un gruppo di ricercatori della George Mason University (Virginia, USA) e del Santa Fe Institute (New Mexico, USA) ha tentato di rispondere, formulando l’ipotesi secondo la quale piccole molecole contenenti metalli di transizione potrebbero aver innescato il metabolismo, catalizzando, ovvero velocizzando, reazioni chimiche che hanno portato alla formazione dei precursori e quindi delle vere e proprie molecole della vita. Il lavoro è apparso su The Biological Bulletin.


I metalli di transizione sono degli atomi pesanti, come ferro, manganese, rame, nichel, ma anche oro e argento, che presentano caratteristiche chimico-fisiche tali da renderli dei catalizzatori, ovvero agenti chimici in grado di accelerare reazioni chimiche senza consumarsi. Sono inoltre in grado di legare una grande quantità di piccole molecole, dette ligandi, da cui la costruzione di aggregati sempre più complessi, fino alle basi della vita. I ricercatori hanno realizzato un modello al computer che dimostra la fattibilità di questo processo.

“Un grande problema per le teorie sull’origine della vita degli ultimi 50 anni è sempre stato questo: sono necessarie le grosse molecole per catalizzare la formazione dei monomeri (unità di cui le grandi molecole sono composte, N.d.R.), ma sono necessari i monomeri per effettuare la catalisi”, afferma Harold Morowitz, che ha collaborato alla realizzazione del modello.


Questa ipotesi farebbe uscire la teoria dal loop, perché troverebbe in un altro tipo di molecole gli iniziatori del processo. Le prime reazioni, secondo gli studi degli scienziati, sarebbero avvenute nelle aperture idrotermiche oceaniche, fessure sulla superficie del pianeta, in questo caso sul fondo degli oceani, dalle quali vengono rilasciati getti d’acqua riscaldati geotermicamente, anche perché ci sono evidenze -affermano i ricercatori- che in queste condizioni possono formarsi alcuni degli intermedi di uno dei cicli biochimici alla base della vita, il ciclo di Krebs (o ciclo dell’acido citrico).

Morowitz sottolinea anche che le loro ricerche stanno dimostrando come atomi rari sulla terra rispetto al carbonio, il fosforo, l’idrogeno, l’azoto e lo zolfo, siano così importanti per la vita e come addirittura possano aver contribuito ad originarla. “L’idea è sorta da uno studio della tavola periodica –continua Morowitz- Noi sentiamo che non è possibile risolvere il problema dell’origine della vita a meno di non riuscire a capire come questa possa svilupparsi in modo chimico preciso”.

I ricercatori effettueranno presto degli esperimenti in vitro per verificare quali reazioni possono realmente aver luogo e quindi quali catalisi possono essere avvenute all’origine della vita. Si potrebbe scoprire anche che la vita è nata più di una volta.

“Se un giorno troveremo la vita altrove nell’universo, questa potrebbe essere molto simile a quella che noi conosciamo qui, perché sarà basata sugli stessi ligandi e gli stessi metalli di transizione –conclude Morowitz- Questa è ancora una congettura, ma potrebbe diventare il fondamento scientifico della nascita della vita”.

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Scoperto pianeta potenzialmente abitabile a 20 anni luce dalla Terra

Un team di "cacciatori di pianeti" guidato da astronomi dell'Università della California di Santa Cruz e dal Carnegie Institution di Washington ha annunciato la scoperta di un pianeta simile alla Terra per massa e dimensioni, e orbitante attorno alla propria stella in posizione tale da consentire l'esistenza di acqua liquida.
Se la scoperta venisse confermata da altri istituti di ricerca astronomica, si tratterebbe del pianeta più simile alla Terra mai scoperto, e il primo caso di pianeta potenzialmente abitabile.

Un pianeta "potenzialmente abitabile" è un pianeta in grado di sostenere la vita, ma non necessariamente ospitale per l'essere umano o per le forme di vita terrestri. L'abitabilità deriva da diversi fattori, ma l'acqua liquida e un'atmosfera adatta sono gli elementi più importanti.

"Le nostre scoperte mostrano un caso di pianeta potenzialmente abitabile" afferma Steven Vogt, professore di astronomia e astrofisica a Santa Cruz. "Il fatto che siamo stati in grado di rilevare questo pianeta così velocemente e così vicino a noi ci dice che pianeti come questo devono essere davvero molto comuni".

La scoperta è stata resa possibile dagli scorsi 11 anni di osservazioni e raccolta dati all' osservatorio di W.M. Keck delle Hawaii. "Tecniche avanzate combinate con telescopio terrestri continuano a guidare la rivoluzione dei pianeti extrasolari" afferma Paul Butler del Carnegie Institution. "La nostra abilità di scoprire mondi potenzialmente abitabili è limitata soltando dal tempo dedicato all'uso del telescopio".

Gli astronomi hanno scoperto due pianeti attorno alla nana rossa Gliese 581, portando il numero di pianeti attorno alla stella a sei, e rendendo questo sistema planetario il più popolato mai scoperto (oltre, ovviamente, al nostro). Questa stella si trova a circa 20 anni luce da noi, nella costellazione della Bilancia, relativamente vicino a noi quindi.

Tra questi due pianeti, il più interessante è Gliese 581g, con una massa pari a 3-4 volte quella della Terra ed un periodo orbitale pari a meno di 37 giorni. La sua massa indicherebbe che si tratta di un pianeta roccioso, con una superficie ben definita e con sufficiente gravità da trattenere una qualche forma di atmosfera.

In realtà aleggiavano da tempo sospetti che questo pianeta potesse essere presente nel sistema solare esaminato, che contiene già due pianeti al limite della zona Goldilocks,la zona abitabile in cui è possibile la presenza di acqua liquida. "Avevamo pianeti su entrambi i lati della zona abitabile, uno troppo caldo e l'altro troppo freddo, e ora ne abbiamo uno proprio nel mezzo, e sembra essere buono [nella temperatura]" dice Vogt.

Il pianeta Gliese 581g mostra sempre la stessa "faccia" alla sua stella. Ha quindi un emisfero sempre illuminato, ed un altro costantemente nell'oscurità. Questo contribuirebbe a creare un clima superficiale stabile, e una zona abitabile su pianeta in corrispondenza del "terminatore", la linea che separa la superficie illuminata da quella al buio. "Una forma di vita emergente potrebbe avere una vasta gamma di climi stabili da scegliere per evolversi, dipendentemente alla sua longitudine" spiega Vogt.

La temperatura superficiale media stimata all'altezza del terminatore si aggira tra i -12 e i -31°C, mentre i lati illuminato e oscuro sarebbero rispettivamente molto più caldo o freddo.
Se il pianeta è composto da roccia simile a quella terrestre, potrebbe avere un diametro di 1,2-1,4 volte quello del nostro pianeta, con una gravità simile (pari o di poco superiore) alla nostra.

"E' davvero difficile rilevare un pianeta come questo" afferma Vogt. "Ogni volta che misuriamo la sua velocità è sera, e sono state necessarie più di 200 osservazioni con una precisione di 1,6 metri al secondo per rilevarlo".

La scoperta non solo rilancia la ricerca di pianeti Earth-like, ma fa ben sperare di trovarne molti di più di quanto fosse stato previsto in precedenza. "Se questi pianeti sono rari, non ne avremmo trovato uno così velocemente e così vicino. Il numero di sistemi con pianeti potenzialmente abitabili è probabilmente nell'ordine del 10-20%, e quando moltiplichiamo questo dato per le centinaia di miliardi di stelle nella Via Lattea, è un numero davvero imponente. Ci potrebbero essere decine di miliardi di questi sistemi solo nella nostra galassia".


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Un quinto delle piante del mondo a rischio di estinzione

Un quinto delle specie vegetali di tutto il mondo è a rischio di estinzione, secondo una ricerca condotta dai Royal Botanic Gardens di Kew assieme al Museo di Storia Naturale di Londra e alla International Union for the Conservation of Nature.
E' la prima volta che viene valutata la reale gravità della situazione e i rischi di estinzione per le specie di piante conosciute.

La ricerca si è svolta sui vasti archivi del Museo e dei Botanic Gardens, che vantano in totale circa 15 milioni di esemplari vegetali. "La ricerca conferma quello che già sospettavamo, che le piante sono sotto minaccia e la causa principale è la perdita di habitat causata dall'uomo" afferma Stephen Hopper, direttore dei Royal Botanic Gardens.

I risultati dello studio, pubblicati sotto il nome di Sample Red List Index for Plants, mostrano un quadro della situazione preoccupante per almeno un quinto delle piante del mondo:

•Circa un terzo delle specie vegetali (33%) sono troppo poco conosciute per poter mettere a punto strategie di conservazione. Questo dimostra il problema dei botanici intenti a cercare di preservare alcune piante, delle quali non si può nemmeno dire se si trovino sotto minaccia o meno.
•Delle circa 4000 specie esaminate, oltre un quinto è stato classificato come minacciato.
•Le piante sono più in pericolo degli uccelli, sotto una minaccia pari ai mammiferi in via di estinzione, e meno a rischio di anfibi e coralli.
•Le gimnosperme (come le conifere) sono il gruppo più a rischio di estinzione.
•L'habitat più minacciato è la foresta pluviale.
•La maggior parte delle piante si trovano ai tropici.
•Il processo più influente nell'estinzione delle piante è la perdita di habitat causata dall'uomo, principalmente per la conversione di foreste in zone coltivate o aree per il pascolo.

"Per la prima volta abbiamo un'immagine globale chiara del rischio di estinzione per le piante note al mondo. Questo rapporto mostra le minacce più impellenti e le regioni più a rischio. Per rispondere al problema di quanto velocemente stiamo perdendo queste specie, per quale motivo e cosa possiamo fare per risolvere il problema, dobbiamo stabilire una base per determinare l'entità dei cambiamenti in atto. La Sample Red List Index for Plants fa esattamente questo, valutando un vasto campione di specie di piante rappresentative del mondo vegetale" spiega Hopper.

Il professore aggiunge questo: "L'obiettivo della biodiversità per il 2020 che verrà discusso a Nagoya è ambizioso, ma in un periodo di aumento della perdita della biodiversità è assolutamente appropriato fare un salto di qualità nei nostri sforzi. Le piante sono la base della biodiversità e il loro ruolo in tempi di incertezza climatica, economica e politica è stato sottovalutato troppo a lungo. Non possiamo sederci e guardare le specie di piante sparire. Le piante sono la base di tutta la vita della Terra, forniscono aria pulita, acqua, cibo e carburante. Tutta la vita animale dipende da esse, e così anche noi. Avere gli strumenti e la conoscenza per cambiare il corso della scomparsa della biodiversità è ora più importante che mai, e la Sampled Red List for Plants fornisce agli scienziati uno di questi strumenti".

Il progetto Sampled Red List Index for Plants non termina qui. A scadenze regolari verranno analizzate nuovamente le piante prese in esame nel rapporto, per verificare il loro stato di conservazione. Lo studio inoltre potrebbe contribuire a conoscere meglio alcune specie di piante che potrebbero avere anche usi medicinali, e la cui scomparsa potrebbe costituire una grave perdita per la scienza medica.

Il regno vegetale conta un numero stimato di circa 380.000 specie di piante differenti, contro le 10.000 specie di uccelli, le circa 5.500 specie di mammiferi e le oltre 6000 specie di anfibi. L'analisi dei rischi di estinzione delle piante sarà quindi un processo molto più delicato e complicato dello studio delle specie animali, ma è un passo necessario per salvaguardare la fondamentale biodiversità vegetale.

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Scoperto in un fossile il primo virus che infettò i vertebrati

La storia dei dei virus è scritta nel genoma dei loro ospiti. Studiando il Dna di alcuni uccelli passeriformi, i biologi Cédric Feschotte e Clément Gilbert dell’Università del Texas (Usa) hanno trovato traccia del primo virus che infettò il fegato dei vertebrati. Appartiene alla stessa famiglia di quello che causa l'epatite B ed è "vecchio" almeno 19 milioni di anni. La scoperta, su PLoS Biology, retrodata la comparsa di questa classe di virus, che sino ad oggi si collocava intorno a qualche migliaia di anni fa.

L’unico modo per tracciare il cammino evolutivo di questi microrganismi, poiché mutano rapidamente e non lasciano fossili, è proprio studiare il codice genetico dei loro ospiti. Per replicarsi, infatti, i virus dei vertebrati hanno bisogno di integrare il loro genoma a quello delle cellule somatiche - cioè tutte tranne quelle destinate a formare gli spermatozoi e gli ovociti (dette germinali) - degli organismi che infettano. Talvolta, però, capita che i virus si inseriscano nel Dna di queste cellule destinate alla riproduzione, dove rimangono silenti, trasmettendosi da una generazione all’altra. In questo modo, diventano "fossili molecolari” da cui i ricercatori possono trarre informazioni sulla loro età ed evoluzione.

Andando alla ricerca di queste tracce molecolari all’interno del Dna di cinque specie di passeriformi, i ricercatori si sono imbattuti in sequenze genetiche simili a quelle del moderno virus dell’epatite B. Appartengono al più antico epadnavirus (virus a Dna che attacca il fegato) mai ritrovato in alcun organismo vivente. La cosa sorprendente, affermano i ricercatori, è che questo fossile assomiglia molto ai moderni epadnavirus: una conferma del fatto che i virus si evolvono lentamente perché ben adattati ai loro ospiti.



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mercoledì 29 settembre 2010

Grandiosa scoperta: il solido che rigenera

Come fossero dei cuochi, i ricercatori della School of Arts and Sciences della Tufts University (Usa) hanno trovato l’ingrediente fondamentale per la ricetta della rigenerazione dei tessuti: il sodio. In uno studio pubblicato sul Journal of Neuroscience, Michael Levin e la sua équipe di biologi raccontano che promuovendo l’ingresso di ioni sodio all’interno di cellule danneggiate si genera una corrente elettrica che innesca il processo di rigenerazione di muscoli e nervi.

La scoperta è frutto di uno studio condotto sui girini della rana africana (Xenopus laevis), che possiedono la capacità di rigenerare le proprie code. Dopo aver amputato le code di alcuni girini, i ricercatori hanno utilizzato un cocktail di farmaci per manipolare i canali che controllano il passaggio del sodio attraverso le membrane delle cellule nervose e muscolari. In questo modo hanno incrementato il flusso del sodio all’interno delle cellule danneggiate, scoprendo che la corrente elettrica generata dal passaggio degli ioni innescava la rigenerazione dei tessuti. Anche a distanza di 18 ore dalla ferita. Considerando che in questa specie la capacità di ricostruire i tessuti danneggiati diminuisce con l’età, i ricercatori sono rimasti sorpresi nello scoprire che grazie al sodio anche i girini più “anziani” riuscivano a rigenerare le proprie code in appena un’ora.

I ricercatori sperano di poter usare questa informazione nel trattamento delle lesioni muscolari e del midollo spinale anche negli esseri umani, che con le rane condividono alcuni processi di rigenerazione tissutale.

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Hai sete? Vai sugli asteroidi!

Non solo le comete hanno portato acqua sulla Terra primordiale, ma probabilmente anche gli asteroidi. Parecchi anni di studio hanno finalmente fornito le prove che esiste ghiaccio d’acqua sull’asteroide Themis, il “capo” di una numerosissima famiglia di asteroidi ai confini esterni della fascia principale.

Dopo 6 anni di osservazioni intensive svolte nell’infrarosso sull’asteroide 24 THEMIS, uno tra i più grandi della fascia principale, si è avuta la certezza dell’esistenza di composti organici e di acqua allo stato solido sulla sua superficie. Questo fatto potrebbe significare che anche questi oggetti, considerati normalmente rocciosi, possono invece possedere serbatoi importanti di acqua e avere quindi contribuito alla riserva terrestre impattandola nelle sue fasi primordiali. I futuri astronauti potranno togliersi la sete senza dover scendere su Marte…

In realtà pochi scienziati pensavano che oggetti creatisi a soli 500 milioni di chilometri dal Sole potessero conservare acqua formatasi in un ambiente così caldo. Forse si dovrà riscrivere, almeno in parte, l’origine del Sistema Solare… Inoltre, gli asteroidi, già importantissimi per le future missioni spaziali a causa dell’abbondanza di minerali preziosi, diventano ancora più importanti come riserve di acqua e stazioni di servizio per fare il pieno di carburante…

Un piacere personale in tutto ciò. Uno degli scopritori è Humberto Campins dell’Università della Florida di Orlando: un bravissimo ricercatore e un carissimo e simpaticissimo amico!

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Spore di funghi annullano attrito per volare a lungo

Le spore di alcuni funghi, come quelle del tossico Sclerotinia sclerotium, sono in grado di viaggiare molto lontano grazie ad un meccanismo che permette loro di ridurre l'attrito e migliorare il raggio di diffusione.

Il fungo Sclerotinia sclerotium emette sbuffi di migliaia di spore, sbuffi in grado di azzerare l'attrito con l'aria e di creare una turbolenza che consentirà alle spore di viaggiare molto più lontano di quanto una singola spora possa fare.

"Nel Tour de France, i ciclisti formavano un gruppo per ridurre l'attrito dell'aria del 40%" spiega Marcus Roper, co-autore della University of California Berkeley. "Le ascospore dello Sclerotinia formano un gruppo perfetto, riducendo l'attrito a zero e creando un flusso d'aria che le porta più lontano".

Questa strategia pare sia utile al fungo per diffondere meglio le spore sulle foglie delle piante, i principali ospiti del fungo. "Ho realizzato che le spore si comportavano come goccioline di una nuvola" spiega Agnese Seminara, co-autrice e fisica teorica alla School of Engineering and Applied Sciences di Harvard. "Per seguire il loro percorso, ho adattato gli algoritmi che ho sviluppato per descrivere la formazione delle nuvole".



"Questa scoperta può avere implicazioni sul metodo di controllo della diffusione di funghi patogeni" afferma Anne Pringle di Harvard. "Lo Sclerotinia soltanto costa agli agricoltori americani circa 1 miliardi di dollari all'anno, includendo i costi per il controllo del fungo e la perdita del raccolto. Una ricerca volta a capire come rompere l'iniezione cooperativa delle spore potrebbe fornire strumenti nuovi per il controllo di questi patogeni".

Sono oltre 100 anni che la scienza sa dell'esistenza di funghi che emettono sbuffi di spore, eventi che sono stati ben documentati. Questa però è la prima volta che si studia la fisica e le balistica di questi fenomeni, con particolare attenzione a come le spore possano "cooperare" per migliorare la dispersione in un nuovo ambiente.

Utilizzando una telecamera ad alta velocità, i ricercatori hanno registrato le emissioni di spore dello Sclerotinia, scoprendo che le spore escono dal fungo ad una velocità di circa 30 km/h. Ma dato che sono oggetti minuscoli, se venisse emessa una sola spora interverrebbe l'attrito con l'aria, che ne ridurrebbe lo spazio percorribile una volta fuori dal fungo a soli 3 millimetri.

Prese in gruppo, invece, le spore ottengono ben altre prestazioni: quando centinaia di migliaia di spore si trovano insieme, possono raggiungere l'altezza di oltre 10 centimetri. Questo accade per via del fatto che ogni singola spora contribuisce ad eliminare l'attrito con l'aria anche per le spore vicine; in aggiunta, lo sbuffo crea una corrente ascendente che spinge le spore alla velocità di 60 centimetri al secondo.

Troppo poco per raggiungere le foglie delle piante? No, se poi interviene il vento. Essendo così leggere, le spore possono diffondersi a una distanza relativamente elevata. E se consideriamo che, come sistema per aumentare ulteriormente l'efficienza, alcuni funghi sparano in aria le loro spore in successione per incrementare le prestazioni delle spore emesse da altri funghi vicini, alcuni specie sono davvero in grado di sfruttare la fisica a loro favore.

Questo sistema efficiente per la diffusione di spore spiegherebbe anche come si stia diffondendo la piaga della Sclerotinia. Questo fungo infatti attacca oltre 400 specie di piante, inclusi fagioli, girasoli, soia e arachidi, spazzando via un raccolto in un breve lasso di tempo.

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martedì 28 settembre 2010

E' una bufala la notizia di una agenzia creata dall'Onu per dare accoglienza ad eventuali extraterrestri. viltà extraterrestri


Sì è rivelata una 'bufala' la notizia pubblicata da tutte le agenzie e i principali quotidiani del mondo (era stata lanciata dal Sunday Times), secondo la quale l'ONU aveva deciso di assegnare ad una delle sue agenzie, la UNOOSA, con sede a Vienna, l'attività di 'accoglienza' e di diplomazia nei confronti di eventuali civiltà extraterrestre. L'agenzia France Presse, pochi minuti fa, dopo che già l'inglese Guardian aveva pubblicato una smentita della notizia, ha riferito la smentita ufficiale da parte di un portavoce della UNOOSA (in attesa di una conferenza di Mazlan Othman che sovrintende l'agenzia stessa per queste funzioni), il quale ha chiarito che la struttura ONU si occuperà semplicemente di fare indagini sui cosiddetti near earth objects, cioè asteroidi o meteoriti potenzialmente dannosi per la terra. La smentita completa della agenzia la trovate nei commenti a questo post. Nel frattempo, qui sotto, trovate la notizia come era stata data dai principali organi di informazione mondiale. Resta da capire come una tale notizia - di così rilevante importanza - possa essere uscita e ripresa praticamente da tutti gli organi di informazione occidentali e del perché la smentita ufficiale sia avvenuta con una tempistica così lenta e macchinosa. Buona lettura.

Tappeto rosso all'Onu per 'ET' in visita: tra le mille agenzie delle Nazioni Unite ce n'e' una che ha tra i suoi compiti quello di tenere i rapporti con eventuali extraterrestri che dovessero bussare alla porta della Terra.

Il capo e' una astrofisica malaysiana: Mazlan Othman descrivera' il suo lavoro la prossima settimana alla conferenza scientifica della Royal Society Kavli Foundation a Cricheley Hill nel Buckinghamshire.

L'astrofisica, che e' stata a capo dell'agenzia spaziale malaysiana - e in questo ruolo ha organizzato la preparazione al lancio del primo astronauta del suo paese - dira' ai delegati che la scoperta di centinaia di pianeti in orbita attorno ad altre stelle ha reso l'esistenza di una vita extraterrestre ben oltre la mera possibilita', anticipa oggi il Sunday Times: questo significa che l'Onu deve essere pronto a coordinare la risposta dell'umanita' a un eventuale ''primo contatto''.

L'Unoosa ha sedi a Vienna, Bonn e Pechino e uno staff multinazionale che mantiene il registro degli oggetti lanciati nello spazio, tiene d'occhio gli asteroidi che si avvicinano pericolosamente alla terra e piu' in generale promuove la cooperazione internazionale per l'uso pacifico dello spaio.

Ma tra le sue competenze, secondo il domenicale britannico, ci sono anche mansioni singolarmente simili a quelle della MiB, l'agenzia ritratta nel film 'Men in Black' con Will Smith e Tommy Lee Jones in cui un'entita' top secret negozia con gli alieni e consente loro, in alcuni casi, di rifugiarsi sulla Terra.

''La continua ricerca di comunicazioni extraterrestri ci lascia sperare che un giorno l'umanita' ricevera' segnali dagli alieni'', e' convinta la Othman: ''Quando succedera' dovremo avere in piedi una risposta coordinata che tenga conto della delicatezza del soggetto: l'Onu e' una struttura gia' pronta per mettere in piedi questo meccanismo''.

Le Nazioni Unite hanno gia' tentato in passato di mettersi in contatto con la vita oltre la Terra: le due sonde Voyager lanciate nel 1977 portavano un messaggio dell'allora segretario generale Kurt Waldheim: ''Usciamo dal sistema solare nell'universo cercando pace e amicizia''.

Di recente la Nasa ha annunciato che la sonda Keplero ha scoperto oltre 700 nuovi pianeti tra cui 140 simili per dimensioni alla Terra. ''La Othman e' la persona piu' adatta se un alieno dovesse chiedere di 'portarlo dal nostro leader''', ha detto al Times Richard Crowther, esperto britannico di diritto spaziale, che peraltro e' convinto che il primo contatto con la vita extraterrestre avverra' non di persona ma attraverso comunicazioni radio: e se anche un alieno sbarchera' sulla superficie dl Pianeta, si trattera' presumibilmente di microbi e non di forme di vita intelligenti.

Leggi la notizia:

ONU nomina ambasciatore per il contatto con gli alieni



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lunedì 27 settembre 2010

Festival della Scienza di Genova: dal 29 ottobre all'insegna dello spazio

Il Festival della Scienza di Genova, che festeggia l’ottava edizione, conta più di trecento eventi che dal 29 ottobre al 7 novembre animeranno piazze, palazzi storici e musei della città.

Quest’anno la manifestazione, che avrà come parola chiave 'Orizzonti', verterà principalmente sui temi legati allo spazio. Nel presentare la manifestazione nella chiesa sconsacrata di Santa Marta a Roma, il presidente del festival, Manuela Arata, ha spiegato che "l'Italia è un paese che deve aumentare il numero di scienziati. Vogliamo veicolare il messaggio che la scienza è positiva e speriamo di coinvolgere molte famiglie".

Tra conferenze, mostre, laboratori, incontri e spettacoli, il festival offrirà al pubblico un percorso molto variegato, e porterà a Genova scienziati di altissimo livello, come l'astrofisico italoamericano Riccardo Giacconi, premio Nobel per la fisica 2002, il noto matematico e scrittore britannico Ian Stewart ed il neurobiologo Semir Zeki.

Zeki terrà una conferenza a Palazzo Ducale il 30 ottobre e, attraverso i capolavori di artisti come Michelangelo, Veermer e Bacon, spiegherà come il cervello reagisce alle informazioni visive. "Il mondo scientifico – ha affermato il neurobiologo - elaborato delle tecnologie che consentono di misurare l'intensità dell'attività cerebrale rispetto all'acquisizione di informazioni visive".

Claudio Strinati, storico dell'arte e consulente del ministero dei Beni culturali, ha evidenziato invece come ci sia "una componente scientifica nel nostro mestiere, in particolare per quanto riguarda l'attribuzione di un'opera e l'interpretazione del messaggio che l'artista ha voluto veicolare". Strinati ha dichiarato che il ministero vuole valorizzare tutte le attività culturali, compresa la scienza. "Il nostro obiettivo – ha concluso lo storico dell’arte - è unire tutte le forze culturali nel nome del progresso".

Il festival sarà suddiviso in sei 'orizzonti': 'Uomo', 'Luce e materia', 'Tecnologia', 'Vita', 'Universo' e 'Idee'.

“Il nostro principale obiettivo – ha affermato il direttore, Vittorio Bo - è creare una piattaforma interdisciplinare". E per farlo si potrà utilizzare il 'Festivalscienza Live', che consentirà a tutti coloro che non potranno recarsi a Genova di seguire in diretta web i vari appuntamenti.

La manifestazione è ideata ed organizzata dall'associazione Festival della Scienza e si svolge sotto l'Alto Patronato del presidente della
Repubblica.




Ufo, il 19 settembre è la data degli alieni: i tre incontri del terzo tipo più incredibili della storia

Il 19 settembre sembra essere la data degli Ufo. La più appropriata per avere incontri ravvicinati del terzo tipo. Infatti, la storia ci rivela tre casi avvenuti proprio in tale data, sebbene in differenti decenni. Oggi ormai è molto frequente avere notizie sul tema più o meno credibili. Tuttavia, questi tre avvistamenti sono ben documentati e proprio questa particolarità lascia un brivido a chi li ascolta.

Operation Mainbrace – Topcliffe – Inghilterra. 1952. Alle 11 di mattina un jet British Meteor incontrò un Ufo a Topcliffe, nello Yorkshire inglese. Nel momento in cui il jet si stava preparando alla fase di atterraggio, l’oggetto misterioso lo seguì, con grande stupore e sconcerto da parte del personale che seguiva le procedure da terra. L’Ufo è poi sparito ad una velocità straordinaria. Ma non fu l’unico caso isolato durante tutta l’Operation Mainbrace, vista la loro inconsueta frequenza.

Lo strano caso di Betty e Barney Hill – New Hampshire, Stati Uniti. 1961. Nella notte del 19 settembre, Betty e Barney Hill stavano facendo ritorno a casa dopo un periodo di vacanza in Quebec. I due coniugi notarono una forte luce nel cielo. Proseguendo il viaggio, non poterono fare a meno di notare che lo strano oggetto si era avvicinato a pochi metri dalla loro auto. Barney, incuriosito, scese dalla macchina per dare un’occhiata. In seguito dichiarò di aver visto distintamente qualcosa di simile a degli umanoidi attraverso l’oblò della navicella. Esclamando “Stanno per catturarci!”, corse verso la macchina.

I coniugi furono poi sottoposti a varie sedute di ipnosi, negli anni seguenti, al fine di ricordare il maggior numero di dettagli. Solo un anno più tardi, il caso fu chiuso con il risultato che tutti i ricordi degli Hill erano tratti da un episodio di The Outer Limits (la nota serie televisiva statunitense in onda dal 1963 al 1965, ndr). L’avvenimento fu definito come caso di 'abduzione aliena'.

Teheran – 1976. Un oggetto non identificato fu avvistato nei cieli di Teheran all’alba del 19 settembre. Due F-4 Phantom II risentirono alcune influenze elettromagnetiche, perdendo il controllo degli strumenti di bordo e la comunicazione via terra in prossimità della navicella.
Al momento di aprire il fuoco, uno dei due jet fu impossibilitato ad usare il sistema di difesa armato.

E’ questo l’incidente che risulta essere il più documentato e ricco di dettagli grazie alla cooperazione degli ufficiali militari che si resero disponibili a deporre come testimoni. Il resoconto dell’accaduto fu reso poi noto sia alla Casa Bianca sia alla Cia.



Micro diamanti confermano un impatto “recente” in Groenlandia

E’ un periodo questo in cui la Groenlandia appare spesso sulle pagine di Astronomia.com, solitamente per i suoi rapporti con il riscaldamento globale. Questa volta invece la ragione è ben diversa. Micro diamanti sono stati scoperti nella calotta ghiacciata, confermando l’idea che una cometa si sia schiantata tra il Nord America e l’Europa all’incirca 12900 anni fa. E’ stato trovato uno strato del ghiaccio con una grande abbondanza di diamanti ed è la prima volta che ciò capita nei ghiacciai terrestri. I diamanti sono così piccoli che possono essere osservati solo con microscopi ad alto ingrandimento. Il loro numero si conta a trilioni! L’età del deposito così peculiare si aggira proprio intorno ai 13000 anni fa, data in ottimo accordo con quella del supposto impatto.

L’anno scorso furono trovati micro diamanti anche vicino alla costa della California (Isola Santa Rosa) e lo strato del deposito è molto simile a quello della Groenlandia. Che siano collegati? Probabilmente sì. Oltretutto, entrambi i ritrovamenti concordano come età con la scomparsa della cultura Clovis, la prima cultura umana ben stabilita e provata esistente nel Nord America. Così come con la scomparsa di molti animali che dominavano il territorio: mammut, cammelli, cavalli e la tigre dai denti a sciabola. Da non dimenticare, poi, che vi sono evidenze di grandi incendi durante tale epoca e anche di un drastico abbassamento di temperatura. Ricordiamo inoltre che I micro diamanti hanno una struttura minerale esagonale e questo è stato osservato sulla Terra solo in eventi di impatti cosmici.

Ulteriori studi potrebbero finalmente fare luce su questo recentissimo evento catastrofico e quantificare le sue dimensioni e i suoi effetti.



domenica 26 settembre 2010

ONU nomina ambasciatore per il contatto con gli alieni

Le Nazioni Unite stanno per nominare un loro ambasciatore che avrà il compito di occuparsi delle relazioni con gli alieni. Il nuovo responsabile sarà nominato la prossima settimana e secondo il sito australiano News (del gruppo Murdoch) l’incarico sarà affidato a Mazlan Othman, ora a capo dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari dello Spazio Extra-atmosferico (UNOOSA).

L’UNOOSA è stato istituito nel 1962 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha sede a Vienna e si occupa principalmente di supervisionare i programmi spaziali delle nazioni che fanno parte dell’ONU. L’istituzione tiene e aggiorna anche il registro degli oggetti spaziali lanciati nello spazio come sonde, satelliti, astronavi e basi spaziali orbitali. Negli anni della Guerra Fredda l’UNOOSA offriva qualche garanzia anche sullo sviluppo pacifico dei programmi spaziali, monitorando la corsa allo spazio delle due superpotenze.
Oggi l’UNOOSA finanzia anche i progetti di quelle nazioni che si impegnano a sviluppare in maniera pacifica un loro programma spaziale. Una parte dell’Ufficio si occupa anche della possibile esistenza di forme di via extraterrestri con le quali potremmo entrare un giorno in contatto.
Mazlan Othman

Mazlan Othman dovrebbe confermare il proprio nuovo incarico nel corso di una conferenza presso la Royal Society, l’accademia nazionale britannica delle scienze. Sembra che l’ONU abbia deciso di procedere con la nomina in seguito alle scoperte di nuovi pianeti avvenute nel corso degli ultimi anni, scoperte che hanno aumentato la probabilità di scoprire un giorno nuove forma di vita extraterrestri.
Oggi l’UNOOSA finanzia anche i progetti di quelle nazioni che si impegnano a sviluppare in maniera pacifica un loro programma spaziale. Una parte dell’Ufficio si occupa anche della possibile esistenza di forme di via extraterrestri con le quali potremmo entrare un giorno in contatto.

Mazlan Othman dovrebbe confermare il proprio nuovo incarico nel corso di una conferenza presso la Royal Society, l’accademia nazionale britannica delle scienze. Sembra che l’ONU abbia deciso di procedere con la nomina in seguito alle scoperte di nuovi pianeti avvenute nel corso degli ultimi anni, scoperte che hanno aumentato la probabilità di scoprire un giorno nuove forma di vita extraterrestri.
«La continua ricerca di un canale di comunicazione con gli extraterrestri, da parte di alcuni enti e istituzioni, mantiene la speranza che un giorno il genere umano possa ricevere dei segnali dagli extraterrestri – spiega Othman. Quando ciò accadrà, dovremo essere in grado di dare una risposta che tenga conto di tutte le criticità legate a questo argomento. Le Nazioni Unite sono un meccanismo pronto per questo tipo di coordinazione.»

Aggiornamento 28 settembre 2010:
http://www.guardiamoa370.com/2010/09/e-una-bufala-la-notizia-di-una-agenzia.html


Fonte

La NASA punta al lancio orizzontale nello spazio

In questo sito abbiamo già parlato alcune volte della necessità che la NASA compia un balzo di qualità nelle sue tecnologie spaziali. Essersi affidati agli Shuttle per oltre 30 anni non ha fatto altro che assopire gli animi e placare quel grande spirito innovativo che ha da sempre contraddistinto l'Agenzia.

E pare che qualcosa si stia muovendo. Pian piano, ma sembra che stia accadendo un cambiamento nelle tecnologie e nelle metodologie della NASA. E' stato infatti finanziato uno studio sulla possibilità (concreta) di sfruttare nuovi vettori di lancio nello spazio, vettori a metà strada tra un razzo ed un aeroplano, sfruttando finalmente la tecnologia scramjet.

Una delle proposte è un velivolo dotato di motore scramjet, in grado di decollare orizzontalmente attraverso una pista di decollo elettrica (simile al concetto di railgun), o una slitta a gas. L'aereo raggiungerà gli strati più alti dell'atmosfera alla velocità di Mach 10 e rilascerà il suo carico, una sorta di secondo stadio di un razzo, in grado di porre in orbita un satellite.

Il bello di questa procedura è che non serve aspettare l'avvento di nuove e rivoluzionarie tecnologie: le abbiamo già tutte. I motori scramjet, ad esempio, sono già stati testati su almeno 3 velivoli differenti, come l'X-43A.
"Tutti questi sono componenti tecnologici che sono già stati sviluppati o studiati" afferma Stan Starr, del Applied Physics Laboratory al Kennedy Space Center. "Stiamo solo proponendo di far maturare queste tecnologie ad un livello utile, ben oltre il livello attuale".

Ad esempio, le attuali montagne russe utilizzano delle "catapulte" elettriche che consentono di spingere i veicoli ad una velocità modesta, circa 100 km/h. I progetti sulle railgun invece consentono di raggiungere velocità molto più elevate, almeno 10 volte superiori, velocità ideali per lanciare un velivolo nello spazio.
Allo stato attuale, la ricerca sulle slitte magnetiche è a buon punto, visto che anche l'esercito sta studiando meccanismi simili per le catapulte delle portaerei.

La combinazione di queste diverse tecnologie è stata definita "Advanced Space Launch System". Non prevede di rimpiazzare altri programmi spaziali che sfruttano lanci "tradizionali", come shuttle e razzi, ma viene visto come mezzo per porre in orbita piccoli carichi o, al limite, trasportare un equipaggio umano nello spazio.



Chandra fotografa un "supervulcano" celeste all'interno della galassia M87

È un'eruzione molto particolare, quella fotografata dai due telescopi spaziali Chandra e Very Large Array. Protagonista dello scatto infatti, non è un vulcano, ma una galassia situata a 50 milioni di anni luce dalla Terra: M87. Intorno ad essa si raccolgono grandi quantità di gas incandescenti (in blu) che raffreddandosi, si addensano verso il suo centro. Qui se tutto andasse secondo le regole, potrebbero contribuire alla formazione di nuove stelle. Ma nel cuore della galassia si nasconde anche un buco nero, che scaglia verso l'esterno getti di particelle altamente energetiche: queste emissioni allontanano i gas in via di raffreddamento, gettandoli lontano proprio come avviene in un'eruzione vulcanica.



La Groenlandia si scioglie molto meno di quanto si pensasse,ecco perchè…

Lo scioglimento (o se volete, la fusione) dei ghiacciai della Groenlandia e della zona occidentale dell’Antartide stanno riempiendo i giornali e molte riviste “scientifiche”, ipotizzando scenari apocalittici: tra poco torneranno i prati verdi, gli orsi polari spariranno, i pinguini passeggeranno sulla nuda roccia e le coste saranno sommerse dagli oceani. Ma, qualcuno (e non un pinco pallino qualsiasi) comincia a contestare o quanto meno a rivedere drasticamente i dati…

Una collaborazione scientifica tra il JPL, l’Università di Delft in Olanda e l’Istituto per le Ricerche Spaziali Olandese ha pubblicato recentemente nuovi dati relativi allo scioglimento dei ghiacci di una parte del Polo Sud e della Groenlandia. I risultati sono stati ottenuti attraverso accurate misure da satellite e da terra, tenendo conto di parametri e meccanismi dimenticati (casualmente?) finora. I calcoli relativi allo scioglimento dei ghiacciai si basano soprattutto sulla misura del campo gravitazionale terrestre ottenute dallo spazio con i satelliti GRACE. Lo scioglimento dei ghiacci o la loro caduta in acqua si riflette direttamente sul campo gravitazionale. Utilizzando questi dati si era giunti alla conclusione che il ghiaccio si scioglieva in Groenlandia ad un ritmo di 230 gigatonnelate all’anno (cioè, 230 miliardi di chilogrammi). Ciò avrebbe comportato un aumento del livello marino di 0.75 mm all’anno. Misure simili effettuate nell’Antartide occidentale portavano invece a circa 132 gigatonnellate.

La ricerca americo-olandese ha dimostrato che questa valutazione non era corretta. Non si era infatti tenuto conto del rilassamento isosastico della calotta polare nordica a seguito dell’ultima era glaciale di 20000 anni fa. Questi movimenti della crosta terrestre devono invece essere incorporati nei calcoli, poiché i movimenti verticali di questo tipo influenzano sensibilmente il campo gravitazionale. Sono allora state fatte le dovute correzioni e i risultati sono stati sorprendenti: i ghiacciai si stanno scegliendo ad una velocità che è la meta di quella considerata attualmente. Ovviamente, anche l’aumento dei mari deve essere dimezzato. Un ridimensionamento del 50% non è certo un leggero aggiustamento, ma cambia drasticamente la visione globale della problematica. Sicuramente questa nuova determinazione merita ulteriori conferme, ma almeno si è alzata una voce ufficiale che contesta risultati basati su una mancanza di valutazioni scientificamente corrette. Forse, forse, il riscaldamento globale si sta leggermente raffreddando e perfino Istituti legati strettamente ai poteri governativi (JPL) hanno il coraggio di andare controcorrente. O almeno sollevare i primi dubbi… Ahi, ahi…

Il lavoro della collaborazione tra JPL e Istituti olandesi si può trovare ai seguenti indirizzi (in lingua inglese):

http://www.tudelft.nl/
http://www.nature.com/ngeo/journal/v3/n9/full/ngeo938.html
http://www.nature.com/ngeo/journal/v3/n9/full/ngeo946.html



sabato 25 settembre 2010

Il mistero del metano di Marte si arricchisce (e si infittisce)

Abbiamo già discusso come "Metano su Marte" o "Vita su Marte, possibile spiegazione al metano del Pianeta Rosso", il mistero del metano su Marte. C'è qualcosa che effettivamente non quadra, e che si fatica a spiegare.

Un altro indizio sulla possibile natura del metano marziano, che si aggiunge a diverse altre tracce che puntano in una o l'altra direzione, è il fatto che il metano del pianeta rosso abbia una vita media inferiore ad un anno, e che la quantità di gas nell'atmosfera sia mantenuta bene o male costante da emissioni localizzate che mostrano variazioni stagionali e annuali.

La scoperta è stata fatta da due italiani: Sergio Fonti, dell'Università del Salento, e Giuseppe Marzo, di NASA Ames, che hanno sfruttato il Mars Global Surveyor per raccogliere dati sull'evoluzione del metano su Marte nell'arco di tre anni. Dopo l'analisi è risultato evidente che il metano marziano dispone di un periodo di vita inferiore ad un anno. Quello che invece è meno chiaro è se le sorgenti che continuano ad immettere gas nell'atmosfera siano di natura geologica o biologica.

I livelli di metano sono al massimo nell'emisfero nord del pianeta durante l'autunno, con picchi di 70 parti per miliardo. Durante l'inverno, i livelli di metano si abbassano parecchio, e rimane soltanto una (relativamente) sottile banda di gas. All'inizio della primavera, ecco che il metano inizia ad incrementare nuovamente, e cresce più velocemente durante l'estate, diffondendosi su tutto il pianeta.

Sul pianeta sono state localizzate tre regioni dell'emisfero nord in cui il metano appare molto più concentrato: Tharsis ed Elysium, due regioni vulcaniche, e Arabia Terrae, che contiene molto ghiaccio d'acqua nel sottosuolo.
I livelli maggiori di metano sono stati rilevati nei pressi di Tharsis, dove potrebbero essere ancora attivi processi geologici come fenomeni magmatici, idrotermali e geotermali.

"E' evidente che le concentrazioni più alte siano associate alle stagioni più calde e alle località che hanno condizioni geologicamente (e anche biologicamente) favorevoli, come attività geotermale e forte idratazione. L'energia più elevata durante l'estate potrebbe rilasciare i gas prodotti da processi geologici, o esplosioni di attività biologica" spiega Fonti.

Siamo quindi al punto di partenza: non si riesce ancora a stabilire se il metano venga prodotto da attività geologica o da fenomeni di natura biologica. Ad aggiungersi a questo, non è nemmeno chiaro il meccanismo attraverso il quale il metano viene rimosso dall'atmosfera. I processi fotochimici non potrebbero sbarazzarsi del metano così in fretta come mostrano le osservazioni. Il vento potrebbe favorire questi processi, ma è tutto da simulare e dimostrare.

"E' la prima volta che i dati di uno spettrometro orbitante sono stati utilizzati per monitorare il metano per un lungo periodo di tempo. Il set di dati del TES ci hanno permesso di seguire il ciclo del metano nell'atmosfera marziana con accuratezza e completezza senza precedenti. Le nostre osservazioni saranno molto utili nel comprendee le origini ed il significato del metano di Marte" conclude Fonti.



Scoperte le origini del Girasole in un fossile di 50 milioni di anni fa

A guardarlo viene subito in mente Van Gogh. In effetti, il fiore fossile risalente a 50 milioni di anni fa, rinvenuto nella regione meridionale dell’Argentina, non solo in qualche modo ricorda i suoi dipinti, ma è probabilmente un antenato dei girasoli.

Il merito del ritrovamento va a Viviana Barreda, peleobotanica dell’Università di Vienna, e ai suoi colleghi del Museo Argentino de Ciencias Naturales e del Consejo Nacional de Investigaciones Cientificas y Tecnicas di Buenos Aires. Il fiore, descritto su Science, è intero e ben conservato ed è stato trovato, insieme a granelli di polline, esattamente nella Patagonia Nord-Occidentale, presso Río Pichileufú.

Tutte le sue caratteristiche lasciano supporre che si tratti di un fiore della famiglia delle Asteracee. In particolare gli studiosi hanno notato la presenza di una infiorescenza centrale “a capolino”, costituita da 80 fiori; ciascun fiore presenta una linguetta (ligula), fogliette protettive (brattee) che circondano i fiori a formare un involucro simile a un calice, e sottili proiezioni, situate tra i fiori, simili a capelli e chiamate pappi, deputate alla dispersione dei semi.

La scoperta è importante per due motivi: primo perché gli unici ritrovamenti fossili finora rinvenuti della famiglia delle Asteracee altro non erano che piccoli granelli di polline. Secondo perché la Patagonia Nord-Occidentale del Medio Eocene (il periodo cui risale il fiore) era una regione arida e ventosa, caratterizzata dalla presenza di una vegetazione subtropicale. Il ritrovamento perciò arricchisce lo scenario di quell’epoca geologica e suggerisce un possibile clima caldo e relativamente umido.

“Probabilmente i membri delle Asteracee hanno abitato zone asciutte, o comunque di transizione tra quelle umide e quelle asciutte, forse nel Sud del supercontinente della Gondwana, prima che questo si frammentasse negli attuali continenti dell’emisfero meridionale: Sud America, Africa, India, Australia e Antartide” hanno spiegato i ricercatori. Ulteriori studi dovranno ora tentare di spiegare come questa famiglia si sia evoluta in un numero così elevato di generi e specie e si sia diffusa in tutti i continenti, tranne che in Antartide.



STORIA DEL METODO SCIENTIFICO

Posted by GUARDIAMO A 370° 17:36, under ,,,,, | No comments

Il metodo scientifico è la modalità tipica con cui la scienza procede per raggiungere una conoscenza della realtà oggettiva, affidabile, verificabile e condivisibile. Esso consiste, da una parte, nella raccolta di evidenza empirica e misurabile attraverso l'osservazione e l'esperimento; dall'altra, nella formulazione di ipotesi e teorie da sottoporre nuovamente al vaglio dell'esperimento.
• Osservazione
• Esperimento
• Correlazione fra le misure
• Definizione di un modello fisico
• Elaborazione di un modello matematico
• Formalizzazione della teoria

Il metodo scientifico si sviluppa storicamente, ma il suo nucleo risiede, come detto, nell'uso combinato di teoria ed esperimento. La soluzione di continuità rappresentata da Galileo Galilei a cavallo tra il XVI e il XVII secolo è tale, tuttavia, da rendere improprio l'uso dei termini scienza e scienziato in riferimento ad epoche precedenti, soprattutto per quanto riguarda il problema del metodo scientifico. Prima di Galileo le figure che più si avvicinavano a quella, moderna, di scienziato erano rappresentate essenzialmente da una parte da logici e matematici (e — fino ad allora con poca differenza sostanziale — astronomi), e dall'altra dagli studiosi di filosofia naturale, se si occupavano dell'universo sensibile. Più in generale possiamo dire che con Galileo assistiamo alla nascita della scienza proprio come "distaccamento" dalla filosofia.
Negli antichi papiri egizi, si possono individuare le forme di un primitivo "metodo scientifico". In particolare, nelle descrizioni di interventi di chirurgia, che indicano anamnesi, diagnosi, terapia e chirurgica dedicata, dalla preparazione del paziente, alla strumentazione, alla tecnica operatoria, fino alla prognosi e al decorso post-operatorio. Inoltre, già in tempi antichissimi, gli Egizi conducevano sofisticate previsioni sui raccolti di grano, in relazione al livello di piena delle acque del Nilo.
Con i primi pensatori greci assistiamo all'uscita da una cultura improntata al mito e alla comparsa, per la prima volta, di un metodo di pensiero improntato all'uso della ragione, dell'argomentazione, in contrapposizione al dogmatismo religioso. È la nascita della filosofia, progenitrice della scienza. Essi cercavano un sapere che fosse innegabile, un sapere immutabile nel tempo, assoluto, definitivo, incontrovertibile, necessario e indubitabile. Fu definito «sapere» (sophia), «ragione» (logos), «verità» (alétheia) e «scienza» (epistéme).
Anche Leonardo (1452–1519), nel Rinascimento, si appropriò del pensiero ipotetico-deduttivo aristotelico, contribuendo per parte sua a porre le basi del metodo scientifico.
Con Galileo Galilei, il primo a introdurre formalmente il metodo scientifico, furono introdotti una serie di criteri ancora oggi validi: fu abbandonata la ricerca delle essenze primarie o delle qualità, che era il proposito della filosofia aristotelica, con la riduzione della realtà a puro fatto quantitativo e matematico.Al metodo calcolativo, che pure derivava dalla tradizione sillogistica classica, fu inoltre affiancata l'importanza dell'osservazione empirica: secondo una celebre formula dello scienziato pisano cioè, il libro della natura è scritto in leggi matematiche, e per poterle capire è necessario eseguire esperimenti con gli oggetti che essa ci mette a disposizione.



Si ringrazia wikipedia per alcuni approfondimenti.

venerdì 24 settembre 2010

Apparizioni Mariane: e se fosse tecnologia aliena?

Il binomio ufologia e religione è tornato di moda. La chiesa ha recentemente mostrato una discreta apertura all'ipotesi extraterrestre. Infatti per quanto possa sembrare strano ai profani, la religione e gli alieni sono stati frutto di studio comparativi e la cosa è ampiamente documentata.
Alcuni ritengono che dietro le apparizioni mariane ci sono intelligenze aliene, supportati da testimoniante, filmati, fotografie e rilevazioni strumentali delle classiche astronavi aliene comparse durante le apparizioni.

Il caso più famoso è quello di Fatima. Nel 1917, mentre la Grande Guerra insanguinava l'Europa, a Fatima, un villaggio del distretto di Leiria ad una sessantina di miglia a nord di Lisbona, si verificarono una serie di fatti che in breve tempo interessarono per il loro carattere apparentemente miracoloso, le autorità ecclesiastiche. Gli ufologi si sono interessati in particolare al miracolo solare.

Tutto passo alla storia come "le apparizioni di Fatima" e se invece fosse stato qualcos'altro?

Due studiosi, Fernandes e D'Armada suggeriscono una loro ipotesi esplicativa del fenomeno di Fatima in chiave ufologica sottolineando l'analogia tra i fenomeni osservati e Fatima e i fenomeni UFO"
Ecco la "spiegazione" proposta da due studiosi portoghesi:

Prima fase.
Una "nuvola" peculiare appare nel cielo, proveniente da est. Da essa, che nasconde un'astronave-madre, viene liberato a metà percorso fra est e sud (posizione in cui si trova il Sole) un globo argenteo, dal quale scaturisce un fascio di luce tronco destinato a trasportare l'entità celeste fino al piccolo leccio.

Seconda fase.
Mentre si svolge il dialogo fra i veggenti e la "Signora", la gente osserva a intervalli di 3 o 4 minuti il globo argenteo che appare e scompare nella "nube".

Terza fase.
Finito il dialogo, l'Entità viene "ritirata" con lo stesso procedimento dell'invio, e rientra nel globo argenteo. Allora la "nube" si sposta nel cielo fino a posizionarsi davanti al Sole. Uno dei testimoni racconta di aver visto una "scala" in prossimità dell'astro: involontariamente, costui descrive quella che è in effetti l'astronave-madre, cioè un UFO a forma di "sigaro" con oblò.

Quarta fase.
Provenendo dall'astronave, che controlla l'intero fenomeno, gli UFO cominciano a far dissipare le nubi che avvolgono il Sole, specialmente quelle a media e bassa quota. Piove. La massa di nubi, illuminata a tratti da rapidi bagliori solari, si fende lasciando apparire un disco luminoso, forse lo stesso osservato poco prima.

Quinta fase.
Questo disco o globo si distacca dallo sfondo del cielo lungo la verticale Sole-Cova da Iria, e comincia ad eseguire i diversi movimenti descritti dai testimoni.

Sesta fase.
Il disco si abbassa fino a una trentina di metri dal suolo, sempre mantenendosi su una traiettoria orientata sud-nord, e libera sulla folla l'onda di calore che asciuga i vestiti e il terreno e provoca la guarigione di alcuni malati.

Settima fase.
L'UFO risale in quota e riprende la sua luminosità; forse diventa anche trasparente, se dobbiamo accettare la testimonianza di alcune persone che credono di aver visto, nel suo interno, delle entità in atto di salutare la folla.

Ottava fase.
Lo pseudo-Sole rientra nell'astronave-madre, che si allontana dalla verticale del Sole.

Capelli d'angelo.

C'è da dire che prima di questo episodio nella quinta apparizione succede qualcos'altro.

Un vero fenomeno “sconcertante” alla presenza di circa 20.000 persone, subito dopo il passaggio del solito globo luminoso si verificò una pioggia di corpuscoli di colore bianco simile a fiocchi di neve che si dissolsero nell’aria prima ancora di toccare il terreno. Un fenomeno che fu ritenuto misterioso o comunque di carattere divino, ma che oggi grazie allo studio del fenomeno UFO è stato classificato con il termine di capelli d’angelo o bambagia silicea spesso riscontrata al passaggio di UFO. Le analogie qui diventano acora più marcate.

I “bambini biondi” di Magonia

Prima del 1917 e dopo, i piccoli esseri dotati di poteri sovrannaturali sono frequenti nella memoria dei popoli che, costantemente, li registrano nella mitologia popolare, dove il razionale si trasforma e diventa un messaggio simbolico, cifrato. Diventa, quindi, difficile fare un accostamento tra i piccoli esseri che convergono dai racconti dell’ufologia, dai particolari più o meno tecnologici, e le creature che fanno parte di ciò che Jacques Vallée chiama “Magonia”, un universo tanto inattendibile quanto tutti gli universi possibili, responsabili degli UFO dei nostri giorni. Almeno, per adesso, ritornando a Vallée, vediamo che questi divide i suoi nani in due categorie: le creature negroidi identiche agli gnomi medioevali e le creature che corrispondono alle descrizioni degli elfi del Medio Evo i delle “storie di fate” presenti nel folcklore di tutte le latitudini. Per i due studiosi portoghesi questo stereotipo, biondo e telepatico, ricorda anche un’altra figura mitologica dell’Età Media: Oberon, era una creatura simile, cantata da Alfred de Vigny. “Era bello come il sole d’estate, telepatico (in quanto era in grado di leggere nel pensiero) si spostava istantaneamente e non invecchiava mai. Anche “Lutino”, un piccolo essere, viene descritto nelle leggende come un essere dagli “abbondanti capelli biondi”.

La stessa archeologia fornisce ulteriori prove della sua esistenza nelle rovine dell’America latina e, propriamente, di Cuzco, in Perù (uno dei luoghi prediletti dagli UFO). Nella stessa zona, il 20 agosto 1965, vengono avvistati dei nani, mentre escono da un oggetto a forma di disco. A sua volta, il governatore di Santa Barbara - sempre in Perù - ha dichiarato solennemente di aver visto due piccoli esseri, mentre camminavano sulla neve, nel settembre del 1965. Scomparvero nel mezzo di un rumore assordante. “Lo stereotipo del “bambino” biondo – affermano gli autori - che sia gnomo del folcklore, occupante del primo tipo, umanoide del terzo tipo o sottotipo del secondo tipo, si protrae nel tempo, senza età. Fatima non è sconosciuta neppure là e non abbiamo bisogno di uscire dal nostro rettangolo continentale. Basta sentire quello che dice la gente del paesino di Malcata, in provincia di Sabugal. Lì, invece di “bambini biondi” sono i moretti incantati che giocano sulla riva del fiume Côa. Piccole creature che, secondo le espressioni locali, erano “meravilgiosi” e la loro presenza era interpretata come preannuncio di ricchezza nel sottosuolo. In questa breve rassegna di apparizioni, di esseri forse più immaginari che reali, rimane costante la somiglianza tra Oberon, il “moretto” di Malcata e il “bambino biondo” di Fatima. Esseri forse di altra natura, ma ben concreti nella loro diversità. “Non umani” per gli umani? Non lo sappiamo. Ma molto più vicini a noi di quello che potremmo supporre. Quindi, il “bambino” di Carolina non può che rappresentare una prova dell’esistenza dei non identificati e della loro presenza a Fatima”.



Il Sole come un vulcano gigante nello spazio ricomincia ad eruttare

Lo spazio, spesso, regala sorprese, ed una di queste arriva oggi direttamente dal Sole, che pare abbia ricominciato ad eruttare, come già aveva 'annunciato' all'inizio di agosto, con una violenza che coinvolge l'intera superficie della nostra stella madre.

E di questo evento spettacolare l'osservatorio Soho, della Nasa, ci offre le prime immagini. Tuttavia, anche se l'eruzione di questi giorni somiglia molto alla precedente, la quale scatenò un vento solare sulla Terra dando origine ad aurore coloratissime attorno al Polo Nord, questa volta "lo sciame di particelle che investirà il nostro pianeta non dovrebbe essere violento", suggeriscono gli esperti.

Infatti, spiegano gli astronomi, "non si dovrebbero temere tempeste magnetiche e tantomeno aurore suggestive". A meno che, come ha riportato una ricerca americana pubblicata recentemente su Nature, "le tempeste solari prendano un'altra direzione", accellerando e virando verso la Terra.


Raggi-X: nuova tecnica vede dettagli da 100 nanometri

Martin Dierolf e un team di scienziati tedeschi e svizzeri hanno perfezionato le tecniche a raggi-X per ottenere risoluzioni molto più elevate di quelle delle strumentazioni tradizionali. La nuova tecnica consentirebbe di ottenere immagini di variazioni strutturali ossee piccole fino a 100 nanometri di diametro, circa le dimensioni di un virus di media grandezza.

Le apparecchiature a raggi-X tradizionali, come quelle utilizzate negli ospedali, sfruttano i raggi-X per ottenere delle immagini del tessuto osseo. Il potere risolutivo di queste macchine è aumentato dalla prima applicazione pratica dei raggi-X, soprattutto grazie all'utilizzo di acceleratori di particelle che consentono di ottenere radiazioni più potenti e penetranti.

Un acceleratore di particelle che emette raggi-X tuttavia non è sfruttabile sugli esseri umani, ma solo nella ricerca microscopica dei materiali troppo spessi per essere analizzati con un miscroscopio elettronico.
Ad aggiungersi a questo, c'è il problema della difficoltà nella manipolazione dei raggi-X, difficili da focalizzare anche sfruttando l'uso di lenti correttive.

Sembra però che fino ad ora si sia sbagliata tecnica, e limitate le capacità dei raggi-X per una questione di approccio non corretto al problema della risoluzione. I raggi-X producono immagini dele ossa in base all'assorbimento dei raggi stessi da parte del tessuto osseo.
Quello che invece ha fatto Dierolf è ribaltare la tecnica: si è focalizzato su come i raggi-X vengano rifratti o deviati durante l'attraversamento di diversi tipi di materiali, ottenendo una risoluzione maggiore di quanto possibile finora.

Dierolf si è liberato delle lenti collettive, e ha "sparato" raggi-X attraverso un foro, raccogliendo ed analizzando i raggi-X deviati dopo l'attraversamento di un campione.
Attraverso i dati ottenuti, si è costruito un software che ha creato un modello 3D del campione, calcolando la traiettoria dei raggi-X deviati.

"E' come ricostruire una tazza rotta facendo girare il filmato all'indietro, e facendo quello si vede come i raggi-X abbiano reagito all'attraversamento del campione" spiega Henry chapman dell' Università di Amburgo.
Il prototipo della nuova macchina a raggi-X è stato testato a Zurigo, al sincrotone Swiss Light Source, e si è ottenuta un'immagine estremamente dettagliata: mostra infatti le cavità in cui gli osteociti risiedono, cavità di soli 100 nanometri di diametro.

Le applicazioni pratiche potrebbero essere molto utili, soprattutto in campo medico dove, come spiega Pierre Thibault della Technical University di Monaco, potrebbero consentire di studiare più a fondo malattie ossee. "Il nostro metodo non è molto adatto agli ospedali, e non sono sicuro che sia ciò a cui puntiamo. Sarebbe più indicato per studi pre-clinici alla ricerca, ad esempio, dell'inizio di osteoporosi a livello nanometrico, per vedere cosa accade alle cellule delle ossa. E' qualcosa che faremo nei prossimi mesi".

Non solo medicina e ricerca tuttavia, ma anche ingegneria dei materiali: "Si possono osservare leghe, come si combinano due metalli diversi su scala nanometrica, perchè si ha una risoluzione talmente buona per quanto riguarda le densità da poter distinguere i due metalli nella lega, e controllare fratture all'interno dei materiali e vedere cosa accade".


giovedì 23 settembre 2010

Dietro le collisioni planetarie si nascondono gli alieni? Ne parla la Nasa

In futuro, potrebbe non escludersi l’ipotesi di forme di vita extraterrestri rintracciate dopo le collisioni planetarie. È questa la conclusione a cui sono giunti alcuni ricercatori della Nasa’s Spitzer Space Telecope, dopo aver analizzato un importante quantitativo di polveri orbitanti attorno tre coppie di stelle.

Si pensa che queste polveri possano essere il risultato di tremendi scontri tra pianeti. Essendo le collisioni galattiche molto comuni, “è teoricamente possibile che, attorno a queste doppie stelle possano esistere pianeti abitabili”, spiega Jeremy Drake dell’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics.

La distanza fra tali stelle, denominate RS Canum Venaticorums o in breve RS CVns, è di circa 3.2 milioni di chilometri, paragonabile al 2 per cento della lontananza tra la Terra ed il Sole. I corpi si orbitano a vicenda per alcuni giorni, sempre rivolgendosi lo stesso lato. La loro velocità è molto elevata e da questa dipende la potenza dei rispettivi campi magnetici.

Pertanto, il magnetismo genera forti venti stellari che le spingono l’una verso l’altra nel corso del tempo. Sarebbe proprio questa reciproca influenza gravitazionale a causare dei disturbi alle loro orbite. Le comete e i pianeti presenti nei sistemi cominciano così letteralmente a rimbalzare fino a quando non si scontrano, causando forti collisioni.

E la zona attorno alle stelle gemelle è una regione nella quale le temperature permettono l’esistenza di acqua. Sebbene però non siano ancora stati scoperti pianeti abitabili in quest’area, è ormai certo che essi siano presenti all’interno dei doppi sistemi stellari.

Gli astrofisici sostengono che di norma le polveri scompaiono dopo la collisione. Ma il fatto che alcune di esse siano persistenti potrebbe lasciar presupporre che qualcos’altro debba ancora aver luogo. Sarà il telescopio Spitzer a monitorare la regione grazie agli infrarossi di cui è dotato.


Scoperto il kosmoceratopo: un dinosauro con 15 corna

Un gruppo di paleoantropologi ha scoperto nello Utah una nuova specie di dinosauro con ben 15 corna. Un record assoluto. Ma a che cosa gli servivano?

L’aspetto inquietante della creatura ritratta qui accanto fa pensare che sia meglio non urtarne la sensibilità, ma il fatto rimane: è il più cornuto tra tutti gli animali che abbiano mai calcato il suolo terrestre. Ne ha scoperto i resti un gruppo di ricercatori americani durante uno scavo nello Utah.

Cornutissimo, ma per amore
Il kosmoceratopo (Kosmoceratops richardsoni), questo il nome dello strano animale, è vissuto circa 76 milioni di anni fa ed è sostanzialmente un predecessore dei moderni rinoceronti. Aveva una testa enorme, lunga circa due metri, con ben 15 corna e poteva arrivare a pesare fino a 2,5 tonnellate. Parente stretto del più noto triceratopo, aveva corna un po’ dappertutto: uno sul naso, uno sopra ogni occhio, due che fuoriuscivano dalle guance e una corona di altre dieci subito dietro la testa.
Ma ai dinosauri cosa servivano tutte queste corna? Secondo gli scienziati non venivano usate per difendersi o per attaccare altri animali, ma come strumento di richiamo sessuale e arma da combattimento per la conquista del partner, proprio come accade oggi tra i moderni cervi.

Femmine mascoline
Erano insomma una sorta di etichetta ben visibile che serviva agli animali per stabilire le gerarchie, spesso senza nemmeno bisogno di arrivare allo scontro. E anche le femmine ne erano dotate: imitare le sembianze del maschio le aiutava a tenere lontani i predatori.
Nello stesso sito gli archeologi hanno rinvenuto i resti di un animale ancora più grande, l’utahceratopo (Utahceratops gettyi), così ribattezzato in onore dello stato americano. Si tratta di una nuova specie, sempre vicina al Triceratopo, ma con soli tre corni disposti, più tradizionalmente, al centro del naso e sopra gli occhi.


Termometri per vulcani, ecco la nuova strabiliante invenzione

Dentro un vulcano fa davvero caldo, ma esattamente quanto ancora non si sa. Per ora. I ricercatori del Centro delle tecnologie per ambienti estremi dell'Università di Newcastle, però, stanno creando un congegno elettronico in carburo di silicio in grado di funzionare a temperature elevatissime come quelle interne al motore di un jet o, appunto, di un vulcano. Secondo quanto raccontato sulle pagine di The Engineer, il team per ora ha sviluppato tutti i componenti necessari e sta lavorando per integrarli in un dispositivo della grandezza di un iPhone.

Il carburo di silicio (o carborundum) è un materiale dalla durezza quasi di un diamante, ottenuto in laboratorio fondendo silicio e carbonio tra i 1.600 e i 2.500 gradi centigradi. Questo materiale ha una maggiore resistenza alle alte temperature rispetto ad altri materiali perché gli atomi al suo interno sono connessi da legami molto stretti, che richiedono grandi quantità di energia per rilasciare gli elettroni necessari per la conduzione elettrica.

E' grazie a questo materiale che i ricercatori stanno creando il piccolo congegno in grado di raccogliere e trasmettere - in tempo reale - i dati dei vulcani. Misurando minimi cambiamenti dei livelli dei gas come l’anidride carbonica e l’anidride solforosa, i sensori wireless presenti sul dispositivo restituiranno in superficie informazioni sull’attività vulcanica e su eventuali improvvise eruzioni. “Ad oggi non abbiamo modo di monitorare la situazione all’interno dei un cratere attivo – ha spiegato Alton Horsfall, a capo del progetto sull’impiego del carburo di silicio - e la maggior parte dei dati disponibili riguarda la fase post-eruzione. Non è certo l’ideale, considerando i 500 milioni di persone che vivono all’ombra di un vulcano”.

Inoltre il carborundum ha un’alta tolleranza alla pressione e alle radiazioni, cosa che lo rende adatto anche ad usi nell’industria nucleare. Congegni di formato ridotto, in grado non solo di sopportare temperature estreme, ma anche di funzionare in modo affidabile, potrebbero essere utilizzati in centrali elettriche o nei motori degli aerei. “L’umanità sta crescendo e vive anche in ambienti ostili. Diventa necessario quindi esplorare nuove aree e trovare alternative fonti di energia. Ecco perché la ricerca nella 'tecnologia estrema' sta diventando sempre più importante”, ha concluso Nick Wright, coautore dello studio.

Un viaggio (pericoloso) nell’ammasso galattico della Chioma

A 320 milioni di anni luce da noi si trova uno straordinario ammasso di galassie, il “Coma Cluster”, posizionato nella costellazione della Chioma di Berenice. Un’immagine dello Space Telescope ci mostra una galassia che si è avvicinata troppo al centro della struttura e che ha il suo destino ormai segnato.

Figura 1
La galassia a spirale NGC 4911 è stata ripresa dallo Space Telescope producendo una straordinaria e accuratissima immagine. Si vedono chiaramente linee di gas e polvere vicine al suo centro, ma anche zone di nascita stellare. Più tenui sono visibili anche le braccia esterne in cui si individuano diverse deformazioni. Queste sono il primo segno che la nostra galassia si è avvicinata troppo al centro dell’ammasso. Come moltissime altre sorelle essa sarà trasformata in una galassia ellittica, perdendo materiale che andrà ad arricchire la parte centrale dell’enorme struttura e innescando la creazione di nuove stelle e ammassi stellari. Nella Fig. 1 si vede la NGC4911 con sullo sfondo alcune galassie ellittiche che già hanno subito la trasformazione.

Il “coma Cluster” contiene circa 1000 galassie, che lo fanno uno degli “oggetti” più massicci dell’Universo conosciuto. I veri padroni di tutto l’insieme sono due super-galassie ellittiche, sicuramente formatisi divorando numerose galassie a spirale: NGC 4874 e NGC 4889. La zona è talmente ricca che prima o poi tutte le galassie interagiranno tra loro e se di massa simile formeranno una nuova galassia ellittica, oppure verranno inglobate in strutture più grandi. La Fig. 2 mostra un’immagine del “cuore” dell’ammasso galattico, dove la fanno da padrone le due strutture più grandi menzionate prima, mentre la freccia bianca indica la NGC 4911. In Fig. 3 si riporta invece lo schema con i nomi delle galassie della stessa zona.
Figura 2
Figura 3


mercoledì 22 settembre 2010

LHC - Cos' è il "Plasma primordiale" che potrebbe essere stato scoperto nell'esperimento di Ginevra

Il plasma primordiale composto da quark e gluoni (QGP, Quark-Gluon Plasma) e' la materia comparsa subito dopo il Big Bang e che potrebbe essere stata osservata dall'Lhc (il Large Hadron Collider) del Cern di Ginevra.

E' uno stato della materia che esiste solo a temperature e densità molto elevate.

Il QGP contiene quark e gluoni, cosi' come la comune materia costituita da adroni. Queste ultime sono particelle composte da fermioni (come quark e antiquark) e bosoni (come i gluoni).

La differenza tra questi due stati della materia e' che nella materia normale ogni quark si accoppia col proprio antiquark per formare un mesone (che e' a sua volta un adrone), oppure si unisce a due altri quark per formare un barione (come ad esempio il protone ed il neutrone).

Nel plasma primordiale, invece, mesoni e barioni perdono la loro identita' e formano una massa di quark e gluoni molto piu' grande.

Inoltre, mentre nella materia normale i quark sono confinati, nel plasma primordiale sono liberi di muoversi.

Nel plasma non valgono piu' nemmeno le leggi che governano il comportamento della materia normale perche' le cariche elettriche sono schermate a causa della presenza di altre cariche in movimento; in altre parole viene modificata la legge di Coulomb, secondo la quale l'interazione presente tra due corpi elettricamente carichi (forza di Coulomb) e' misurabile ed e' proporzionale all'inverso del quadrato della distanza.

La legge di Coulomb si e' dimostrata non valida per le distanze piccolissime che separano ad esempio i nucleoni di un nucleo atomico e anche, in questo caso, la carica di colore dei quark e dei gluoni nel plasma primordiale.

Questo e' un glossario del plasma primordiale:

- ACCELERATORE: e' una macchina costruita per produrre fasci di particelle ad alta energia per studiare oggetti molto piccoli. - ADRONE: particella composta da fermioni (come quark e antiquark) e bosoni (come i gluoni) - BARIONE: famiglia di particelle che costituisce la materia normale e che comprende i protoni, i neutroni (collettivamente chiamati nucleoni), e una serie di particelle pesanti e instabili (chiamate iperoni) - BIG BANG: e' il modello cosmologico riguardante lo sviluppo e l'espansione dell'universo predominante nella comunita' scientifica. Teorizza che l'universo inizio' ad espandersi a partire da una condizione iniziale estremamente calda e densa e che questo processo di espansione dura per un intervallo di tempo finito e continua tuttora - GLUONE: particella elementare, della classe dei bosoni, che come una colla tiene uniti assieme i quark, per formare gli adroni. Sono adroni, ad esempio, protoni e neutroni - PLASMA PRIMORDIALE: e' la materia primordiale comparsa subito dopo il Big Bang - QUARK: e' un fermione (deriva il nome da Enrico Fermi, con il bosone e' una delle classi fondamentali in cui si dividono le particelle). In natura non si trova mai in isolamento, ma unito in particelle composte dette adroni, come per esempio il protone e il neutrone.


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