Panoramica:

martedì 31 agosto 2010

Scoperto in Romania il 'Dragone Tozzo', un parente del feroce Velociraptor.

Lo hanno chiamato "dragone tozzo" ed era un predatore ferocissimo che terrorizzava i piccoli animali dell'Europa del Tardo Cretaceo con due grossi artigli posti sui piedi: e' un dinosauro di una nuova specie, vissuta circa 65 milioni di anni fa e descritta sulla rivista dell'Accademia delle Scienze degli Stati uniti (Pnas).

Scoperta in Romania da un gruppo di paleontologi romeni e americani dell'universita' di Bucarest e del Museo di Storia Naturale Americano (Amnh), questa nuova specie era imparentata con i Velociraptor che vivevano nelle altre zone del pianeta e i dinosauri piumati della Cina e usava gli artigli per attaccare e sventrare le prede.

Questa parentela, secondo il coordinatore dello studio, Zoltan Csiki, dell'universita' di Bucarest, dimostra per la prima volta che nonostante l'Europa all'epoca fosse un arcipelago di isole con animali diversi da quelli dei continenti "avesse almeno una connessione faunistica con i continenti alla fine del Cretaceo".

In quel periodo, spiegano i ricercatori, l'Europa era un arcipelago popolato di animali piu' piccoli e primitivi rispetto ai cugini continentali. Il nuovo dinosauro, invece, appartenente a una specie battezzata in romeno 'Balaur bondoc' (dragone tozzo), aveva le stesse dimensioni dei suoi parenti delle altre parti del globo e dimostrava caratteristiche anatomiche avanzate di adattamento incluse ossa fuse insieme e i due grandi artigli sui piedi.

L'animale misurava circa 1,8 o 2,1 metri di lunghezza e aveva una foggia tozza simile ai Velociraptor come si evince dai resti che includono arti anteriori e posteriori, zampe, spina dorsale, costole e ossa della coda. Arti e zampe posteriori erano molto tozzi con ossa fuse insieme e le pelvi avevano enormi aree di attacco muscolare.

nella foto in testa: un EVELOCIRAPTOR.

tratto da: http://www.ansa.it/

Furto di reperti archeologici in Iraq

C'è un'altra questione, in Iraq, oltre alla situazione turbolenza degli ultimi anni. Non si tratta di soldati o civili uccisi, di condizioni di vita ai limiti, di contraddizioni e problemi di una guerra sempre più difficile da digerire.

Si tratta della fuga di materiale archeologico e artistico. L'Iraq è infatti collocato in una regione che è stata definita "la culla della civiltà": le civiltà più antiche del mondo sono nate nella Mezzaluna Fertile, ed hanno prodotto una quantità di artefatti, di edifici e di documenti che hanno pochi eguali nella storia.

Da quando è iniziata la guerra, si assiste ad una costante fuga di artefatti, il cui valore artistico è inestimabile, e il cui valore economico è solo lontanamente immaginabile. Nel solo 2003, si stima che siano stati sottratti al Museo Nazionale Iracheno circa 15.000 artefatti, dei quali solo un terzo sono stati ritrovati e restituiti.

Fino ad ora, sarebbero centinaia di migliaia i reperti di estremo interesse storico e artistico sottratti all' Iraq, un Paese che vantava i primi posti nella classifica delle nazioni con più importanza archeologica del mondo.

"Questi numeri sono approssimativi, semplicemente non sappiamo quanti siano. I saccheggiatori arrivano sul posto e scavano. Non documentano ciò che fanno" spiega John Russell, consulente culturale del Dipartimento di Stato americano. "La prima volta che ci si accorge del furto di questi artefatti è quando vengono sequestrati dalla polizia, o vengono rivenduti".

In uno dei sequestri si sono recuperate dozzine di tavolette con incisioni cuneiformi, che fino a poco tempo prima nessun sapeva nemmeno esistessero. Nei soli Stati Uniti, sono stati scoperti 1054 reperti provenienti dall'Iraq e ottenuti illegalmente. Tra questi, una coppia di orecchini d'oro assiri, vecchi di 2800 anni e parte del cosidetto Tesoro di Nimrud.
Ad aggiungersi al conto degli artefatti depredati e restituiti ci sono poi i più di 2.500 reperti ritrovati in Giordania nel 2009, i più di 760 scoperti in Siria, i quasi 20 trovati in Italia.

"E' un problema Iracheno. Gli Iracheni ed il goveno dovrebbero fare il primo passo, ed iniziare a proteggere il loro patrimonio culturale" afferma Donny George Youkhanna, ex direttore dell' Iraqi National Museum, fuggiso dal Paese nel 2005 e ora insegnante della Stony Brook University di New York.

I saccheggiatori non operano solo nei musei, ma anche nei centinaia di siti archeologici a cielo aperto, scavando senza alcun criterio e danneggiando i ritrovamenti per ottenere oro, preziosi e reperti di incredibile valore artistico.
Senza contare che siti di importanza mondiale, come quello di Babilonia, sono stati danneggiati dalle truppe americane, nonostante parte di esse siano state impiegate proprio a protezione di siti di importanza culturale.
Alcuni pezzi d'arte moderni inoltre vengono distrutti di proposito per rimuovere ogni simbolo di Saddam Hussein dal Paese.

"E' stata la prima mossa del processo anti-Baath...poi ci fu saccheggio e distruzione, e ci furono alcune cose che offesero la sensibilità religiosa. C'era sempre una ragione per distruggere" sostiene Nada Shabout, insegnante della University of North Texas. "Alcuni dei monumenti pubblici moderni erano di cattivo gusto e brutti, e non mi si spezzerebbe il cuore il loro abbattimento. Ma erano parte della storia del Paese".

tratto da: http://www.ditadifulmine.com/

Accendi un gene e l'operaia diventa regina

Regina o operaia: il destino di una formica è scritto nel Dna, ma dipende dal modo in cui questo poi viene "letto". Il sequenziamento del genoma di due specie di formiche, la formica saltatrice Harpegnathos saltator e la formica rodilegno Camponotus floridanus, mostra infatti che sarebbe l'attivazione o l'inattivazione di alcuni geni a determinare il ruolo degli insetti – portatori della medesima informazione genetica - all'interno della colonia. Lo studio, pubblicato su Science, è stato condotto dal gruppo di ricerca di Roberto Bonadio presso il Langone Medical Center della New York University e dai loro colleghi dell’Howard Hughes Medical Institute Investigator guidati da Danny Reinberg.


Le formiche, insieme alle api, sono fra i più conosciuti insetti sociali e sono organizzati in caste: regina, operaie e maschi. Sequenziando i 17.064 geni della formica rodilegno e i 18.564 di quella saltatrice, i ricercatori hanno scoperto che a determinare il ruolo di un insetto nella colonia, così come il comportamento e la longevità, sono meccanismi epigenetici che “accendono o spengono” i geni in risposta a condizioni variabili. Nelle colonie di formiche saltatrici, per esempio, la nuova regina - ovvero la formica che assume il ruolo alla morte della precedente regina - vive molto a lungo e ha una maggiore espressione sia di proteine connesse alla longevità sia di piccole molecole (small Rna) che regolano l’espressione genica.

Altre differenze si osservano tra alcuni esemplari delle formiche rodilegno. In questa specie le lavoratrici sono di due tipi, con ruoli diversi nella comunità: un tipo protegge la colonia l’altro si occupa del cibo. I ricercatori hanno osservato che nei cervelli di queste due classi di lavoratrici l’espressione genica – per esempio quella legata alla percezione degli odori - è molto diversa, e detta probabilmente i diversi compiti da svolgere. “Il prossimo passo potrebbe essere manipolare il genoma di queste formiche per capire il ruolo dei geni connessi al comportamento e alla longevità” ha spiegato Bonasio. Nello studio gli scienziati hanno anche scoperto che queste due specie di formiche condividono ben il 33 per cento dei loro geni con gli esseri umani.

tratto da: http://www.galileonet.it/

Il pranzo spaziale su Marte

Posted by GUARDIAMO A 370° 10:53, under ,, | No comments

Pensiamo a un pranzo spaziale e pensiamo a quelle palline di cibo o scie di acqua che 'galleggiano' nell'astronave. È capitato a tutti di chiedersi come fanno gli astronauti a mangiare durante le loro missioni spaziali. E riguardo ai piatti nulla di nuovo, perchè sono comuni a quelli che fanno capolino sulle nostre tavole. La novità, invece, è come vengono ‘serviti’: in modo del tutto inusuale.

Partiamo dai "No!". Briciole e cibi con un contenuto acquoso sono letteralmente messi al bando: le prime provocherebbero danni all’interno della navicella; i secondi emanerebbero cattivo odore nel giro di pochi giorni e si sa che, nello spazio, non è possibile uscire per disfarsi dei rifiuti.

La questione sta diventando un vero e proprio studio, al fine di garantire agli astronauti il trasporto di cibi ed il loro ingerimento evitando la perdita di quelle che sono le caratteristiche essenziali per il buon nutrimento dell’uomo. Michele Perchonok, dell’Institute of Food Technology, spiega come gli alimenti perdono il loro apporto nutritivo dopo un anno. La vitamina A e l’acido folico scompaiono gradualmente, mentre la vitamina C è praticamente assente dopo alcuni mesi.

Ed ora che l’uomo si appresta a sbarcare su Marte, la soluzione si fa più urgente. “Occorrono dai 6 agli 8 mesi per giungere su Marte ed altrettanti per tornare. L’equipaggio deve affrontare così almeno 18 mesi prima del rientro a casa”, chiarisce la Perchonok.

I cibi in scatola hanno una buona durata, ma non possono essere riscaldati nel microonde e, inoltre, sono considerevolmente troppo pesanti per un equipaggio di almeno 6 membri. Ecco il motivo per cui si rende essenziale il trasporto degli alimenti in appositi sacchetti sterilizzati che mantengono il calore, altrimenti detti MREs.

Una sorta di 'pranzo al sacco', già sperimentato con le truppe militari inviate in guerra, che dietro nasconde una tecnica studiata a tavolino da C. Patrick Dunne dell’Army Natick, Mass.-based Soldier R&D Center. Gli MREs, infatti, hanno una durata di tre anni se conservati ad una temperatura di 26°C e faranno sentire meno agli astronauti la mancanza di un vero e proprio pasto, poiché sarà più facile mantenere intatto, almeno in parte, il sapore degli alimenti.

tratto da: www.nextme.it

La causa del mal di testa stà nel DNA

L'emicrania avrebbe un fondamento genetico. È questa l'interessante scoperta di un gruppo di ricercatori britannici del Trust Sanger Institute, pubblicata sulla rivista scientifica Nature Genetics.

Secondo la ricerca, un piccolo difetto del DNA, in particolare sul cromosoma 8, è all'origine del fastidioso mal di testa, che colpisce 300 milioni di persone al mondo. In realtà, un legame genetico era già stato portato alla luce, ma relativamente ad alcune rare forme di emicrania, non a quella comune.

In particolare, l'allele che provocherebbe il mal di testa sarebbe l' rs1835740 ed è appunto collocato sul cromosoma 8, tra due geni, PGCP e MTDH/AEG-1. Tale allele ha il compito di regolare il livello del glutammato, che a sua volta si occupa di mantenere il collegamento tra i neuroni.

Il problema si verifica qualora il gene MTDH/AEG-1 non funzioni bene. La conseguenza è una sorta di 'ingolfamento' delle sinapsi. Un blocco del traffico cerebrale, per intenderci, dovuto all'accumulo del glutammato, che genera l'emicrania.

Per giungere a tale conclusione, gli studiosi hanno messo a confronto il genoma di 3000 persone che soffrono di emicrania con il genoma di oltre 10.000 persone sane. Così hanno scoperto che le persone affette da emicrania presentavano molto spesso una mutazione a cavallo dei due geni.

Nonostante si tratti ancora di ipotesi, la scoperta potrebbe aprire nuove strade verso terapie diverse rispetto agli attuali antidolorifici. L'emicrania purtroppo è molto diffusa, colpisce una donna su sei e un uomo su 12 ed è considerata il problema neurologico più dispendioso sia in Europa che in America.

tratto da: http://www.nextme.it/

lunedì 30 agosto 2010

Allarme elio, riserve agli sgoccioli

Il gas sparirà nel giro di una generazione. A rischio risonanze magnetiche, centrali a fusione e palloncini!

Stiamo dissipando un prezioso gas, l’elio, e nel giro di una generazione, con i consumi attuali, sparirà. Con gravi conseguenze in molti campi della nostra vita, a partire dagli ospedali. L’avvertimento e l’invito a fare qualcosa in fretta arriva dal Nobel americano Robert Richardson della Cornell University di Ithaca (New York) che meritò il premio proprio per le sue scoperte su questo prezioso elemento di cui la natura del nostro pianeta è estremamente avara. Ma ci si chiederà perché sia così importante: l’elio non entra facilmente nei discorsi quotidiani anche se ha segnato la nostra infanzia grazie ai palloncini colorati che potrebbero, quindi, anch’essi scomparire.


Eppure l’elenco delle sue utilizzazioni è lungo, a cominciare dagli esami clinici con la risonanza magnetica il cui scanner viene raffreddato con l’elio liquido. Lo ritroviamo, inoltre, nei sistemi di rilevamento più diversi, compresi quelli per l’antiterrorismo, e anche in svariati processi industriali, nei sofisticati strumenti di analisi di laboratorio, negli apparati di respirazione per immersioni profonde, per trasportare in sicurezza i combustibili o per raffreddare sia alcuni impianti delle centrali nucleari attuali sia certi satelliti astronomici,e pure per far volare i dirigibili o i palloni sonda meteorologici. Ma ancor di più, all’elio è legato persino il nostro futuro energetico perché le centrali a fusione nucleare che si cerca di costruire saranno alimentate proprio dall’elio. Questo elemento chimico conosciuto sotto forma di gas senza odore o sapore è inerte ed è per questo che viene impiegato e troppo spesso sprecato. Con esso, ad esempio, si puliscono i condotti degli impianti di propulsione di tutti razzi militari e civili e poi invece di essere riciclato si disperde nell’aria. Questo del riciclo è uno dei suggerimenti che avanza il professor Richardson che però, in un rapporto appena pubblicato, accusa il governo americano di essere il maggiore responsabile della distruzione del prezioso elemento. Il Congresso infatti approvò nel 1996 una legge (Helium Privatisation Act) che obbligava entro il 2015 la vendita dell’intera riserva di elio custodita nel sottosuolo vicina ad Amarillo, in Texas. La US National Helium Reserve, più nota come la «capitale mondiale dell’elio», racchiude in profondità un miliardo di metri cubi del gas, ossia la metà delle riserve esistenti sul pianeta. «Il guaio – dice Richardson – è che il suo prezzo nel mercato è troppo basso ed ora quello messo da parte viene in pratica svenduto: nel giro di 25-30 anni resteremo completamente sprovvisti».

\L’elio (scoperto nel 1868 esaminando la luce del Sole) è estremamente raro. Si trova in dosi minime nell’atmosfera, è frutto di alcune reazioni nucleari, e viene ricavato per separazione dal gas naturale. Proprio pensando alle future necessità delle centrali a fusione, l’elio (nel suo isotopo elio-3) è diventato uno dei motivi per ritornare sulla Luna nella cui superficie esiste in quantità interessanti capaci di garantire senza limiti la produzione di energia sulla Terra. «Bisogna smettere di dissipare questa preziosa risorsa – sottolinea il Nobel Richardson - e il primo provvedimento da attuare è un rialzo del suo costo dal venti al cinquanta per cento. In secondo luogo il governo di Washington deve bloccare il provvedimento di svendita della riserva ai privati che venne votato senza rendersi conto del grave danno che si stava procurando alla nazione e al mondo intero, favorendo solo bassi interessi commerciali». Un curiosità: l’elio tanto raro sulla Terra è invece il secondo elemento più diffuso dell’universo dopo l’idrogeno. Il 41 per cento del Sole è costituito di elio e così le altre stelle.

tratto da: www.corriere.it

Revolute: l’auto-moto del futuro

Posted by GUARDIAMO A 370° 12:09, under ,,,, | No comments

Il design futuristico è spesso straordinariamente originale, specialmente quando si parla di nuove forme di mobilità. L’ultima novità in proposito giunge dall’India, per opera di Harsha Varhan: un prototipo a metà fra auto e moto, nato con l’obiettivo di combinare il meglio di entrambe.

Revolute è una monoposto completamente elettrica, realizzata per gran parte in fibra di carbonio e lexan, uno speciale tipo di plastica trasparente ed estremamente resistente agli urti. Il modello può assumere due diverse posizioni, quella statica e quindi 'chiusa' quando Revolute viene parcheggiata, o quella dinamica, più allungata ed ergonomicamente più predisposta alla strada. Ciò è possibile grazie alla flessibilità delle ruote anteriori e posteriori, il cui movimento è attivato dal conducente per mezzo di un telecomando collegato ad un computer di bordo.

L’interno risulta essenziale ma non manca di comfort quali sedili e porte scorrevoli; l’abitacolo in larghezza non supera le dimensioni di un comune scooter cittadino, piuttosto combina tali misure alla praticità di un mezzo in grado di viaggiare anche in caso di pioggia e vento.

La sicurezza di un’automobile, l’agilità e la manegevolezza di una moto: il tutto alimentato dalla batteria e la stazione combustibile poste al di sotto del sedile e collegate alle ruote flessibili.

Harsha Varhan, che ama definirsi “un designer e un’artista, dedita a combinare bellezza e funzionalità nel pieno rispetto dell’ambiente e delle generazioni future”, sembra aver raggiunto il suo obiettivo con il prototipo di Revolute: malgrado il design risulti lievemente troppo futuristico, l’idea di base è senza dubbio vincente.

tratto da: http://www.nextme.it/

Prossima missione: scoprire il mistero dell'energia oscura

Andare alla ricerca dei profondi segreti dell’Universo e dell’annosa questione dell’origine dell'energia oscura. È questa la sfida lanciata da alcuni astronomi cimentati ad ingegnare sempre più sofisticate tecniche per catturare perfino i più deboli ed elusivi segnali che lo spazio suggerisce loro.

Ma sull'espansione dell’universo ancora nessuna risposta soddisfacente, anche se sono stati numerosi i tentativi compiuti attraverso l'uso di nuove tecnologie per svelare i misteri del cosmo.

Al momento, però, una delle teorie più accreditate sostiene che l’universo ‘parli’, ossia le onde sonore, provenienti dagli angoli più remoti dello spazio, lascerebbero il segno del loro passaggio. E proprio grazie alla misurazione in larga scala delle strutture lasciate da queste onde sarebbe possibile una precisa valutazione quantitativa dei parametri dell’energia oscura.

Esperti come Tzu-Ching Chang, Jeffrey Peterson, Ue-Li pen e Kevin Bandura si sono serviti del Green Bank Telescope, situato in West Virginia, per provare a ‘mappare’ l’universo localizzando le strutture di gas idrogeno, essendo questo l’elemento più comune all’interno delle galassie. Gli atomi di idrogeno sono caratterizzati da un ‘colore’ caratteristico facilmente rilevabile dagli strumenti radio.

Tuttavia, sebbene questo progetto finora abbia portato a dei risultati entusiasmanti, le difficoltà non hanno tardato a presentarsi. Infatti, secondo quanto si apprende, gli studiosi sarebbero già all'opera per eliminare le interferenze radio prodotte dall’uomo e isolare le fonti di esclusiva provenienza spaziale. Solo in questo modo sarà possibile comprendere quello che davvero l’universo ha da dirci!

tratto da: http://www.nextme.it/

domenica 29 agosto 2010

New Mexico, scoperto un “cugino” del T-Rex

Una nuova specie di tirannosauro è stato scoperto nel New Mexico da due paleontologi. Thomas Williamson, del Museo di Storia Naturale del New Mexico, e Thomas Carr del Cartagine College.

Si chiama Bistahieversor sealeyi ed è stato ritrovato nella desolata zona del Bisti / De-na-Wilderness Zin del New Mexico e nelle terre della nazione Navajo. Il suo cranio e lo scheletro sono stati ritrovati durante il primo scavo, in una ziona desertica e un campione è stato inizialmente trasportato in elicottero dell'Air Wing.

Come ha riferito Williamson: "Bistahieversor sealeyi è il primo nuovo genere di tirannosauro ad essere rintracciato dal Nord America occidentale in oltre 30 anni".

I ritrovamenti più frequenti di Tirannosauri risalenti a 65-75 milioni di anni fa sono stati nella regione delle Montagne Rocciose del Nord America. La scoperta di Bistahieversor fornirà quindi nuove informazioni sulla storia evolutiva del gruppo.



Spiega Thomas Carr che "Il Bistahieversor è importante perché dimostra che il muso profondo e le potenti mascelle dei tirannosauri, caratteristiche avanzate come nel T-Rex, sono stati adattamenti speciali, legati ad un'evoluzione datata circa 110 milioni di anni fa, dopo che la metà orientale e occidentale del Nord America sono state separati da un mare poco profondo".

Bistahieversor era diverso dagli altri suoi simili, soprattutto per un'apertura al di sopra del suo occhio e una chiglia, lungo la mandibola. A differenziarlo anche il numero dei suoi denti, più numerosi rispetto al lontano cugino T-Rex.

Attualmente, i resti del tirannosauro, formati dal teschio e da parte dello scheletro, si sono attualmente in mostra al Museo di Storia Naturale del New Mexico, mentre più la scoperta dettagliata è stata pubblicata sul numero di gennaio del Journal of Vertebrate Paleontology.

tratto da: http://www.nextme.it/

Una ciambella galattica fotografata da Hubble!

Guardate bene questa foto. No, non è una stella intorno a cui ruota una nebulosa planetaria. La "ciambella" è un ammasso di stelle. Ed anche la sfera luminosa gialla centrale, anch'essa è un ammasso di stelle! Da togliere il fiato, no?

Il telescopio spaziale Hubble ha registrato questa osservazione nel Luglio 2001. Questo oggetto celeste si chiama Hoag's Object (oggetto di Hoag) dal nome dell'astronomo Arthur Allen Hoag che ne fece la scoperta nel 1950. Si tratta di un caso molto particolare di ciò che gli astronomi chiamano 'Ring Galaxy', galassia ad anello.

Ci troviamo a circa 600 milioni di anni luce dalla Terra, nella costellazione del Serpente. L'anello esterno è dominato da stelle luminose (in blu) mentre nel centro sono raccolte stelle più antiche (in giallo). La spazio che separa le due formazioni stellari appare nero anche se contiene alcuni cluster di stelle troppo deboli per essere viste.

La domanda posta da Hoag è: siamo in presenza di una galassia oppure le galassie sono due?

Evento ancora più raro è la presenza di un'altra galassia ad anello che si vede ad ore 1 rispetto all'anello esterno, galassia probabilmente ancora più lontana.

tratto da: http://www.newsspazio.com/

Cinghiali radioattivi in crescita in Germania

Quando Georg van Bebber riuscì ad uccidere un enorme cinghiale dopo giorni di caccia nella foresta di Edesberg fu ben soddisfatto della sua preda. Ma la sorpresa fu che il contatore Geiger rilevò una quantità di radiazioni ben oltre la soglia di guardia, lasciando intendere che avrebbe dovuto distruggere la carcassa dell'animale.
A circa 25 anni di distanza dal disastro di Chernobyl del 1986, il fallout rimane un problema in alcune regioni della Germania, dove migliaia di cinghiali uccisi dai cacciatori mostrano livelli di radioattività allarmanti.

In caso di cinghiali radioattivi, il governo tedesco impone la distruzione delle carcasse degli animali. Solo l'anno scorso, Berlino ha speso una somma pari a 425.000 euro per liberarsi dei cinghiali radioattivi, contro i 25.000 euro di 10 anni fa. "Il motivo è che ci sono sempre più cinghiali in Germania, e ne vengono cacciati sempre di più; è per questo che la carne contaminata aumenta" spiega Thomas Hagbeck, portavoce del governo. "E questo mostra anche quanto possa persistere il fallout radioattivo nell'ambiente".

I cinghiali sembrano essere una delle specie animali che più ha risentito degli effetti di Chernobyl. Si nutrono spesso di funghi e tartufi, che tendono a conservare la radioattività. E visto che il cambiamento climatico dell'Europa Centrale favorisce la crescita della popolazione di cinghiali (attraverso raccolti più ricchi e cibo in abbondanza), anche il numero di cinghiali radioattivi è in crescita.

"Il numero di cinghiali in Germania è quadruplicato o quintuplicato nel corso degli ultimi anni, così come il numero delle uccisioni" spiega Torsten Reinwald, della German Hunting Federation. Anche Francia e Polonia assistono ad una moltiplicazione di questi animali. Vivendo in Polonia, ho assistito personalmente alla cattura di qualche cinghiale (il vicino di casa dei genitori della mia compagna ne ha inseguiti un paio giusto una settimana fa, con spari assordanti durante tutta la notte...), e mi hanno confermato che la popolazione sta crescendo.

Nella sola Germania, durante la scorsa stagione di caccia sono state registrate 640.000 uccisioni. Tra queste, un numero compreso tra i 2000 ed i 4000 cinghiali mostrava una contaminazione radioattiva pari a 600 bacquerel per chilogrammo di carne, da 3 a 5 volte superiore a 10 anni fa.

"L'impatto del fallout di Chernobyl in Germania è diminuito" afferma Florian Emrich. Ma il terreno di alcune foreste colpite maggiormente dal disastro, specialmente in Bavaria, ospita ancora grandi quantità di Cesio-137, che ha un periodo di dimezzamento di circa 30 anni.
Il Cesio si sta spostando nel terreno, e ha raggiunto il livello in cui crescono i tartufi, dei quali i cinghiali vanno ghiotti.

Per ora non ci sono prove che i cinghiali subiscano effetti evidenti per queste alte concentrazioni di radioattività. Ma l'introduzione della loro carne nella catena alimentare umana potrebbe avere effetti imprevedibili. "Possiamo garantire che non c'è carne contaminata sul mercato" sostiene Ulrich Baade, portavoce dell'associazione cacciatori di Baden-Wuerttemberg. "Nelle regioni coinvolte, ogni singolo cinghiale ucciso viene testato prima di essere venduto".

In Bavaria e nella regione di Baden-Wuerttemberg sono infatti state installate decine di stazioni di controllo, che forniscono anche dei risarcimenti per la carne distrutta grazie alla legge tedesca sull'energia atomica. "Per un giovane cinghiale, il governo paga 100 euro; per un cinghiale adulto, 200." spiega Guenther Baumer, veterinario che conduce i test in Bavaria. "Questo copre totalmente il danno economico".

tratto da: http://www.ditadifulmine.com/

sabato 28 agosto 2010

Due o più meteoriti, non uno solo, causarono estinzione dei dinosauri

L'ormai celebre evento KT, la catastrofe che estinse i dinosauri circa 65 milioni di anni fa, pare non sia stato causato da un solo meteorite, ma da almeno due. Il sito dell'impatto era stato inizialmente identificato con un enorme cratere nel Golfo del Messico, ma ad aggiungersi a questo ci sarebbe anche un cratere in Ucraina recentemente scoperto.

La scoperta, pubblicata sulla rivista scientifica Geology, è stata effettuata da David Jolley, dell' Università di Aberdeen, e apre un nuovo scenario sull'estinzione dei dinosauri: non un solo, massiccio meteorite, ma una sorta di pioggia di meteoriti.

Il sito del primo impatto sarebbe l'ormai celebre cratere Chicxulub, nel Golfo del Messico, considerato la prova principale a dimostrazione che, 65 milioni di anni fa, ci sia stato un impatto meteoritico di proporzioni bibliche.

Si scopre ora, però, che ci sarebbe un altro cratere da impatto: il cratere Boltysh, scoperto in Ucraina nel 2002, e che recentemente è stato messo in relazione col cratere Chicxulub.
Analizzando pollini e spore delle piante fossili presenti negli strati di fango che hanno riempito il cratere, si è notata una strana distribuzione delle spore di felce. Non che la felce sia rara nelle zone devastate da impatti meteoritici, anzi, è un ottimo indicatore di eventi catastrofici passati per la sua abilità straordinaria di sopravvivere.

Ma è stato notato che la felce appariva in due differenti strati sovrapposti, distanziati di circa un metro. La presenza di felce nello strato più profondo dimostrerebbe che l'impatto di Boltysh è avvenuto qualche migliaio di anni prima di quello di Chicxulub, anche se quest'ultimo ha lasciato tracce nel Vecchio Mondo. "Interpretiamo questo secondo strato di felce come le conseguenze dell'impatto di Chicxulub" afferma Simon Kelley della Open University, co-autore della ricerca.

Kelley continua aggiungendo che "è probabile che in futuro troveremo prove di altri impatti".
Pare quindi che, invece di un singolo e massiccio impatto, l'estinzione dei dinosauri sia stata causata da una pioggia di meteoriti letale, la cui origine rimate tuttavia ancora sconosciuta.
Secondo Monica Grady, studiosa di meteoriti alla Open University, potrebbe essere stata "una collisione tra Oggetti Near Earth".

tratto da: http://www.ditadifulmine.com/

Ecco la rana più piccola del "vecchio mondo"

La rana più piccola di Europa, Africa e Asia è la Microhyla nepenthicola, scoperta all'interno di alcune piante nella foresta pluviale del Borneo. La rana è talmente piccola da non superare, allo stadio adulto, le dimensioni di un pisello: rimane entro i 15 millimetri di lunghezza.

La scoperta, pubblicata su Zootaxa, è stata fatta da Indranel Das e Alexander Haas, rispettivamente impiegati all' Istituto di Biodiversità e Conservazione Ambientale dell' Università di Sarawak, Malesia, e al Biozentrum Grindel und Zoologisches Museum di Amburgo.

"Ho visto alcuni esemplari in una collezione di un museo, vecchi di oltre 100 anni. Gli scienziati del tempo probabilmente ritennero che fosse un esemplare giovanile di altre specie, ma è saltato fuori che sono adulti di una nuova specie microscopica" afferma Das.

La mini rana è stata scoperta ai margini di una strada che conduce sulla cima del monte Gunung Serapi, nel Kybah National Park. Il nome Microhyla nepenthicola deriva dalla pianta da cui queste rane dipendono per la loro sopravvivenza, la Nepenthes ampullaria, una delle tante piante carnivore "a brocca" che vivono nella foresta pluviale del Borneo.

Le rane infatti depositano le loro uova sulle pareti di queste piante, ed i girini crescono nel liquido che si accumula all'interno della brocca.
I maschi adulti raggiungono le dimensioni di quasi 13 millimetri. Ed è stata proprio questa la principale sfida che i ricercatori hanno dovuto affrontare: trovare un animale di quelle dimensioni è decisamente difficile, soprattutto in una foresta pluviale.

Le rane sono state seguite grazie ai loro richiami. Generalmente iniziano ad emettere i loro richiami al tramonto, con i maschi che si raccolgono attorno alle piante carnivore e cantano fino al sorgere del sole. (Ascolta il loro richiamo qui: Microhylid frog )
Per esaminarle, le si è fatte saltare su un panno bianco, per studiarne le caratteristiche anatomiche.

tratto da: http://www.ditadifulmine.com/

Una meravigliosa foto del Sistema Terra-Luna dalla distanza di 183 milioni di chilometri

E' stata ripresa il 6 Maggio 2010 questa bellissima, spettacolare foto. Terra e Luna appaiono come piccole sferette di luce vicine tra loro.

Il fotografo è la sonda NASA MESSENGER (Mercury Surface, Space Environment, Geochemistry and Ranging) attualmente impegnata nella sua missione in orbita intorno a Mercurio.

Da una distanza di 183 milioni di chilometri - tenete presente che la distanza media Terra-Sole è di 150 milioni di Km - MESSENGER si è girato per dare un'occhiata alla sua casa ed ha fotografato ciò che state vedendo. L'immagine è stata ripresa con la fotocamera Wide Angle Camera (WAC) del Mercury Dual Imaging System (MDIS).

Ma anche se la foto è di una bellezza sconvolgente (vero?) l'intento è stato assolutamente scientifico.
Uno dei compiti della sonda americana è infatti anche quello di cercare i "Vulcanoidi", piccoli corpi rocciosi la cui esistenza è stata postulata in orbita tra Mercurio ed il Sole. Anche se fino ad ora non ne è stato trovato nessuno, MESSENGER si trova in una posizione privilegiata, specialmente quando la sua orbita lo porta nel punto più vicino al Sole.

Non è certo la prima volta che vediamo il sistema Terra-Luna da posizioni inconsuete per noi. Un'immagine "speciale" è certamente la Terra che sorge nell'orizzonte lunare così come la videro gli astronauti di Apollo 8 nel 1968, anche se forse la più densa di significato è senza dubbio Pale Blue Dot.

tratto da: http://www.newsspazio.blogspot.com/

Trovare ET? E' più facile cercando i segnali creati da macchine intelligenti

Se si vuole scoprire se non siamo soli in questo universo, il modo migliore non e' cercare forme di vita biologica in altri pianeti, ma concentrarsi sui segnali creati da macchine intelligenti.

A sostenerlo e' Seth Shostak, astronomo dell'Istituto per la ricerca di intelligenza extraterrestre (Seti) di Mountain View in California, in un articolo pubblicato su 'Acta Astonautica'.

Secondo l'esperto è piu' "facile scoprire le macchine dotate di intelligenza artificiale, costruite dagli alieni, che cercare forme di vita biologica extraterrestre. Inoltre e' piu' probabile imbattersi nelle civilta' che stanno inviando segnali nello spazio da tempo e che le macchine intelligenti siano piu' prolifiche e vivano piu' a lungo dei loro predecessori biologici".

Per l'astronomo questo dovrebbe essere il principio che dovrebbe guidare l'attivita' del Seti nel futuro, "focalizzandosi meno sui sistemi stellari, che comprendono mondi rocciosi, con atmosfere dense e acqua. Le macchine intelligenti a bassa potenza - conclude - potrebbero tirare fuori energia dai flussi interstellari, mentre i supercomputer potrebbero essere posti vicino a grandi fonti di energia, come i buchi neri stellari o le stelle di neutroni".

tratto da: http://www.ansa.it/

venerdì 27 agosto 2010

Attività solare sembra influenzare la radioattività terrestre

E' stato rilevato uno strano collegamento tra l'attività solare e la radioattività di alcuni elementi terrestri. La scoperta, se confermata e studiata a fondo, potrebbe avere diverse implicazioni nel mondo della fisica e nella spiegazione dell'interazione tra pianeti e stelle.

Per ora è ancora un mistero il perchè il decadimento radioattivo di alcuni elementi, custoditi nei laboratori terrestri, risenta dell'attività solare. I ricercatori della Stanford University e della Purdue University credono che il collegamento tra Sole e radioattività ci sia, ma sono ancora ben lontani dal fornire una spiegazione al misterioso fenomeno.

C'è addirittura la possibilità che questo comportamento sia dovuto ad alcune particelle finora sconosciute emesse dal Sole. "Questo sarebbe davvero notevole" afferma Peter Sturrock, professore emerito di fisica alla Stanford.

Fino ad ora si riteneva che il decadimento di materiale radioattivo avesse una specifica durata, basata sull'elemento. Questo concetto è quello su cui si basano diverti metodi di ricerca, come ad esempio la datazione di reperti organici attraverso il Carbonio 14.

Ma c'è un risvolto imprevisto, scoperto, tra l'altro, da un team di ricerca che non si occupava nemmeno di materiali radioattivi, ma dedicava la propria ricerca ai numeri casuali.
Ephraim Fischbach, fisico della Purdue University, stava cercando di trovare un metodo di produzione di numeri casuali dal decadimento di alcuni isotopi radioattivi, quando si è imbattuto in una discrepanza tra le misurazioni del decadimento di alcuni elementi, che si supponeva fossero costanti fisiche ben accettate.

Ad esempio, il decadimento a lungo termine del silicio-32 e del radio-226 sembra mostrare delle variazioni stagionali: è più veloce durante l'inverno rispetto all'estate.
Queste fluttuazioni erano reali, o solo un errore della strumentazione di misurazione? "Si pensava che dovessero essere errori sperimentali, perchè tutti credevamo che il decadimento fosse una costante" afferma Sturrock.

Ma nel dicembre 2006, il Sole fornisce un importante indizio: durante un "lampo solare", si genera un flusso di particelle diretto verso la Terra. Questo flusso ebbe influenza sulle misurazioni del manganese-54, facendone diminuire il periodo di decadimento a partire da addirittura un giorno e mezzo PRIMA del lampo solare.

Se questo legame tra il Sole e la radioattività si dimostrasse reale, potrebbe portare ad un metodo di previsione dei lampi solari, metodo che risulterebbe molto utile per evitare o limitare i danni alle attrezzature spaziali e agli astronauti in orbita.

Ma questo porta anche ad altre conseguenze: se l'influenza solare si verifica prima che le particelle ionizzate dei suoi lampi raggiungano la Terra, a cosa è dovuta questa interazione con gli elementi radioattivi sul nostro pianeta?
Una delle ipotesi è che ci si trovi di fronte a "neutrini solari", particelle quasi prive di peso che si muovono ad una velocità prossima a quella della luce, attraversando ogni cosa senza (apparentemente) avere effetti sulla materia.

La Terra sarebbe bombardata da una quantità di neutrini variabile in base all'orbita del nostro pianeta ed alla "faccia" che il Sole ci mostra. Sembra ci sia uno schema ricorrente, lungo 33 giorni, che pare essere legato alla rotazione del nucleo interno del Sole, che ruota più lentamente della superficie della nostra stella, e nel quale avvengono reazioni nucleari in grado di produrre neutrini.

"Non ha senso secondo le teorie tradizionali" spiega Fischbach. "Quello che crediamo è che qualcosa che non interagisce con il resto della materia stia modificando qualcosa che non può essere modificato".
"E' un effetto che nessuno ha finora compreso" aggiunge Sturrock. "I teorici iniziano a dire 'Che diavolo succede?' Ma questo è ciò a cui le prove puntano. E' una sfida per i fisici e per gli studiosi del Sole".

tratto da: http://www.ditadifulmine.com/

Ritrovate le più antiche punte di freccia

Archeologi in Sud Africa hanno scoperto le tracce più antiche di punte di freccia in roccia. Le punte di freccia, piccole pietre poligonali, risalirebbero a 64.000 anni fa, oltre 20.000 anni prima di quanto si pensasse in precedenza sull'utilizzo dell'arco come metodo di caccia.

Marlize Lombard, dell' Univeristà di Johannesburg, ha ritrovato queste presunte punte di freccia nei sedimenti della caverna Sibudu in Sud Africa, in uno strato che si fa risalire a 100.000 anni fa. "Abbiamo recuperato le pietre direttamente dal sito, le abbiamo riposte in sacchi di plastica e le abbiamo portate in laboratorio. Poi ho iniziato il lavoro di analisi, osservando la distribuzione dei residui di sangue e ossa".

Non è ancora stato confermato tuttavia se si tratta di punte di frecce, anche se molti indizi indurrebbero a pensarlo. Per prima cosa, sono state ritrovate tracce di ossa e sangue su queste pietre. C'è poi la forma geometrica dei reperti, che sembrano mostrare inoltre il punto in cui hanno impattato contro il bersaglio, che sarebbe coerente con l'ipotesi delle punte di freccia.

Le pietre mostrano inoltre residui di colla, una resina vegetale che gli scienziati ritengono possa essere stata usata per attaccare meglio le punte alle frecce. "La presenza di colla implica che queste persone fossero in grado di produrre strumenti composti, strumenti in cui elementi diversi di materiale differente sono uniti per realizzare un singolo artefatto" spiega Lombard.


"Cacciare con arco e frecce richiede una pianificazione complessa, raccolta del materiale e preparazione degli strumenti, e implica una classe di abilità di comunicazione e sociali innovative".
Secondo Lombard, la scoperta aiuterà a rispondere ad una delle domande più importanti sull'evoluzione umana: quando abbiamo iniziato a pensare come facciamo ora?
"Possiamo ora iniziare ad essere sempre più certi che 60-70.000 anni fa, in Sud Africa, le persone si comportavano, a livello cognitivo, in modo molto simile a noi" spiega Lombard alla BBC.

Della stessa opinione sembra essere Chris Stringer, del Museo di Storia Naturale di Londra. La scoperta sembra confermare l'ipotesi che gli esseri umani del tempo avessero iniziato a cacciare in un modo del tutto nuovo. Neanderthal ed altri ominidi infatti usavano fare agguati alle loro prede, metodo che prevede di attaccare da distanza ravvicinata.
L'arco invece ha cambiato il metodo di caccia, consentendo ai cacciatori di rimanere a distanza, di correre meno rischi, e di aumentare le loro posibilità di sopravvivenza.

tratto da: http://www.ditadifulmine.com/

Tornado di fuoco filmato in Brasile

Posted by GUARDIAMO A 370° 14:07, under ,,,,, | No comments

Avete mai visto un tornado di fuoco? Io no, e probabilmente molti di voi nemmeno.
Ma ad Aracatuba, in Brasile, alcuni automobilisti di passaggio sull'autostrada sono riusciti a filmare un vero e proprio tornado di fuoco.

La regione di Aracatuba sta subendo da mesi un periodo di siccità senza precedenti. Arbusti secchi e venti di forte intensità generano incendi devastanti, che stanno mettendo in serio pericolo la popolazione ed il raccolto.

Ed è grazie a queste circostanze particolari che è stato possibile assistere al passaggio di un tornado di fuoco. Quando c'è un flusso di aria calda che si incontra con un incendio, c'è la possibilità che si generi un vortice di fiamme. Man mano che l'aria si riscalda, inizia a generare turbolenze, e a prendere la forma di un tornado.

L'autostrada è stata bloccata per via dell'incendio, consentendo ad uno degli automobilisti di riprendere il raro fenomeno. Un tornado di fuoco più raggiungere l'altezza di 50 metri, anche se in casi particolari può innalzarsi fino ad un chilometro.
Un tornado di fuoco ha venti che soffiano a 160 km/h, e può persistere per oltre 20 minuti, sradicando alberi di oltre 15 metri e generando incendi anche a grande distanza dal fenomeno.

Uno degli esempi più estremi di tornado di fuoco si è verificato nel 1923 in Giappone. Il "Grande Terremoto di Kanto" ha creato una vera e propria tempesta di fuoco che ha ucciso 38.000 persone in soli 15 minuti.
Un altro tragico incidente, che fortunatamente ha fatto soltanto due vittime, è stato quello a San Luis Obispo, California, nel 1926, quando un fulmine ha dato fuoco ad una cisterna di petrolio, dando origine a migliaia di piccoli tornado di fuoco nell'arco di 4 giorni.

Il tornado di fuoco è un fenomeno che si può replicare con un semplice esperimento, effettuabile con pochi materiali. stave Spangler, nel suo sito Making Science fun!, spiega come ottenere questo effetto spettacolare.

tratto da: http://www.ditadifulmine.com/

La meningite si scopre in un'ora

Non è un caso che il nome di un nuovo test per la meningite batterica sia Lamp. L'esame è infatti in grado di diagnosticare la meningite batterica in una sola ora, contro le 24 o addirittura 48 necessarie finora. Il test è stato sviluppato dai ricercatori della Queen's University di Belfast in collaborazione con i colleghi della Belfast Health and Social Care Trust (Belfast, Regno Unito) guidati da Mike Shields.

La meningite è un'infiammazione delle membrane che avvolgono il cervello e il midollo spinale (le meningi) e, in alcune forme rare ma molto pericolose, è causata da batteri meningococchi. Non sempre identificare precocemente l'infezione è cosa semplice, perché i primi sintomi della malattia (vomito, febbre, mal di testa) sono molto simili a quelle delle comuni infezioni virali. Per questo accade spesso che i medici somministrino i farmaci per la meningite anche in casi sospetti, in attesa dei risultati degli esami, o che, al contrario, le prescrivano in ritardo.

Grande come una stampante portatile, il dispositivo analizza campioni di sangue o di saliva per rintracciare l'infezione da meningococco in pochissimo tempo. Lamp (Loop mediated isothermal amplification) identifica la presenza o meno di alcuni geni comuni a tutti i ceppi di meningococco sul campione analizzato. Come risposta il macchinario emette una segnale colorato, che indica se il paziente presenta o meno l'infezione.

Il test è facile da eseguire anche per il personale medico non specializzato. Al momento, il sistema è in prova presso il Royal Victoria Hospital for Sick Children di Belfast, mentre i ricercatori stanno lavorando per ridurne ulteriormente le dimensioni.

tratto da: http://www.galileonet.it/

Una super Terra a 2000 anni luce

Il satellite della Nasa Kepler ha scoperto l'esistenza di due pianeti poco più piccoli di Saturno che orbitano attorno alla stessa stella madre, denominata Kepler-9. Un'altra osservazione, ancora da verificare, riguarda la possibile presenza di un terzo pianeta di dimensioni simili alla Terra (il raggio sarebbe 1,5 volte quello del nostro pianeta). I dati, pubblicati su ScienceExpress, si riferiscono a un monitoraggio di sette mesi (da maggio 2009 a dicembre 2009) di un'area che si trova a più di 2.000 anni luce di distanza da noi, nella costellazione della Lira.

Per determinare l’esistenza di pianeti in luoghi così remoti, il satellite Kepler è dotato di sistemi di misurazione della luce estremamente precisi, capaci di registrare anche le minime variazioni luminose delle stelle dovute al passaggio di un corpo celeste. Nei sette mesi di osservazione Kepler ha raccolto dati da 156.000 stelle e identificato 5 esopianeti sicuri e 700 possibili.

Studiando in particolare le oscillazioni luminose della stella Kepler-9, i ricercatori della Nasa sono riusciti a determinare non solo l’esistenza dei due pianeti, ma anche la loro massa e il periodo di rivoluzione. E’ così emerso che i due pianeti, denominati Kepler-9b e Kepler-9c, impiegano 19,2 e 38,9 giorni per completare un giro attorno alla stella, con delle variazioni di 4 e 39 minuti ogni orbita percorsa. Inoltre, dopo aver filtrato le variazioni di intensità luminosa dovute al passaggio dei due pianeti, i ricercatori hanno rilevato una terza oscillazione luminosa della stella. Se venisse confermato che queste misurazioni sono dovute a un pianeta, KOI-377.03 (nome del corpo celeste), questo dovrebbe avere dimensioni paragonabili a quelle della Terra, ma un periodo di rivoluzione di soli 1,59 giorni. Insomma, potrebbe avere dimensioni e massa paragonabili a quelli terrestri, ma sarebbe comunque estremamente diverso dal Pianeta Verde.

L'annuncio della scoperta segue quello dell'identificazione di un altro sistema che conterebbe ben sette pianeti (cinque sicuri, due da verificare) a soli 127 anni luce da noi. La notizia è stata data dall'European Southernn Observatory (Eso) lo scorso 24 agosto. Lo studio, condotto da Christophe Lovis dell'Osservatorio dell'Università di Ginevra (Svizzera) e non ancora pubblicato, è stato presentato alla rivista Astronomy and Astrophysics ed è attualmente consultabile on line.

tratto da: http://www.galileonet.it/

La Sicilia come un piccolo grande UFO

Sempre affascinante e d’attualità, quello degli UFO è un argomento che interessa moltissimi studiosi e non solo. Tra gli esperti spicca il nome di Margherita Campagnano, nata ad Agrigento ma residente a Trapani, in Sicilia.

Numerose le qualifiche per le quali è conosciuta: ricercatrice, scrittrice ed astrofila, oltre che insegnante specializzata di informatica applicata alla didattica da diciotto anni, membro del comitato di accoglienza dei bambini Bielorussi colpiti da contaminazione radioattiva, autrice di articoli e studi pubblicati su riviste, siti internet ed esperta di cerchi nel grano.

"La Sicilia è un luogo di misteri geologici, archeologici e personalità misteriose”, ha dichiarato nei giorni scorsi e i numeri non le danno torto. Le stime sono del 'Centro Italiano Studi Ufologi' e del 'Centro Ufologico Nazionale', e mostrano infatti che gli avvistamenti in Sicilia hanno frequenze decisamente costanti: nel 2000 ci sono stati 436 avvistamenti, nel 2001 885, nel 2002 817, nel 2003 597.

In una classificata stilata da alcuni istituti di ricerca del comparto la dantesca Trinacria risulta pertanto tra le prime posizioni in fatto di avvistamenti di eventuali alieni. In pole: la Lombardia.

In terra sicula, secondo quanto si apprende, la città più battuta da visite extraterrestri sarebbe Catania, mentre Agrigento viene registrata come fanalino di coda, dove dal 1939 al 1998 ci sono stati solo 46 casi e un solo caso nel 2003 a San Leone.

A proposito delle testimonianze, Margherita Campagnano sostiene che "tutte possono considerarsi vere, ma purtroppo non tutte verificabili". Quando le si chiede un caso emblematico come esempio, racconta di "un avvistamento avvenuto nel dicembre 1997 quando un oggetto volante rettangolare, quasi 'un paese che cammina nell’aria', sorvolò una decina di pescherecci della flotta mazarese in attività nelle acque internazionali del canale di Sicilia". Riguardo ai cerchi nel grano, invece, "in Italia non ci sono casi significativi".

tratto da: http://www.nextme.it/

giovedì 26 agosto 2010

L'Ams in giro per lo spazio a caccia di antimateria

A caccia di antimateria nello spazio per scoprire l'esistenza di eventuali universi paralleli al nostro. E' l'operazione lanciata dal premio Nobel Samuel Ting e da Roberto Battiston, dell'Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), che coinvolge 16 nazioni, 60 università e centri di ricerca e 600 fisici.


La sfida del mistero è stata assegnata all'Alpha Magnetic Spectrometer (AMS), che grande come un monolocale e pesante quasi otto tonnelate, cercherà tracce dell'antimateria liberandosi nello spazio in assenza di gravità, ancorato alla Stazione Spaziale Internazionale (Iss). "Se il magnetometro catturerà qualche antinucleo di eliogli gli antimondi non saranno più una concezione fantastica", dichiara Battiston.

L'avventura di Ams sembra nascere in merito alle spiegazioni degli scienziati sulla nascita dell'universo. "Al momento del Big Bang, il grande scoppio iniziale dal quale sono nate stelle, pianeti e noi stessi, esisteva materia e antimateria. Poi è successo qualcosa per cui è prevalsa la materia, ma dove sia finita l’antimateria nessun lo sa".

"Il guaio - proseguono gli esperti - è che materia e antimateria se vengono a contatto si distruggono reciprocamente". E per acchiappare l’antimateria "nascosta nei raggi cosmici bisogna andare fuori dell’atmosfera terrestre – chiarisce ancora Battiston – perché quando incontrano lo strato d’aria, interagendo si trasformano".

Si riparte quindi alla scoperta di altri mondi. In particolare grazie al nuovo amministratore nominato dal presidente Obama che ha ripristinato la missione di Ams dietro la spinta del Congresso. Dopo il disastro dello shuttle Columbia 2003, infatti, la Nasa aveva cancellato ogni possbilità di avviare il progetto, al quale oggi l'Italia collabora in prima fila con una quota del 25 per cento dell’investimento complessivo di 150 milioni di euro.

Attraverso l’Agenzia spaziale italiana, scienziati ed industrie italiane hanno partecipato alla realizzazione di Ams, come ad esempio i rilevatori al silicio necessari per intrappolare le antiparticelle. A breve il rilevatore verrà sistemato a bordo dello shuttle Endeavour che lo porterà sulla stazione spaziale nel febbraio del prossimo anno. Ad accompagnarlo, l’astronauta italiano Roberto Vittori.

tratto da: http://www.nextme.it/

Ecco come funzionano i neuroni della paura

Fuggire, combattere o restare pietrificati. Diverse sono le possibili reazioni davanti a un evento terrificante e dipendono dall’attivazione di uno specifico tipo di neuroni nel cervello che alcuni ricercatori dello European Molecular Biology Laboratory di Monterotondo hanno finalmente identificato. In collaborazione con alcuni colleghi della sede di Verona della GlaxoSmithKline, il team di ricerca di Cornelius Gloss ha infatti scoperto che non è solo l’amigdala a controllare le reazioni aanche altre parti del cervello.


Nello studio, pubblicato su Neuron, i ricercatori hanno controllato l’attività di specifiche cellule del cervello in topi indotti in uno stato di paura cui normalmente rispondono restando immobili, letteralmente pietrificati. Gli animali utilizzati, però, erano stati geneticamente modificati: solo alcuni neuroni conservavano il recettore per un particolare farmaco in grado di bloccarne l’attività elettrica. In particolare i ricercatori hanno “spento” una serie di neuroni, chiamati cellule di tipo I, nell’amigdala, la regione del cervello nota per essere coinvolta nella risposta alla paura. Poi, per provocare lo stato di panico, gli scienziati hanno condizionato gli animali associando a un suono uno shock doloroso.

“Quando abbiamo spento questi neuroni, i topi non sono rimasti pietrificati nell'udire il suono. Questo non ci ha sorpreso perché è esattamente ciò che ci aspettavamo una volta inibita l’attività dell’amigdala. Quello che invece mi ha molto stupito è stato osservare i topi fare molte altre cose, come impennarsi o fuggire”, ha raccontato Gloss: “Sembrava che non avessimo bloccato la paura, ma semplicemente cambiato il modo di rispondere ad essa, passando da una strategia passiva a una attiva competenza di altre parti del cervello”. Attraverso la risonanza magnetica gli scienziati hanno scoperto, infatti, una grande attività della corteccia cerebrale negli animali. Bloccando poi farmacologicamente la reazione della corteccia, i ricercatori hanno osservato che il cervello ripristina automaticamente la reazione passiva, e che i topi si immobilizzano nuovamente. Proprio come se quello della paura fosse un circuito in cui si possono attivare diverse aree, a seconda di determinate condizioni.

tratto da: http://www.galileonet.it/

Una coppia di quasar catturati in una “collisione” galattica

L’immagine composta che presentiamo qui sotto mostra due galassie “acchiappate” nel mezzo di un processo di fusione. Nel dettaglio, una immagine acquisita dal Chandra X-ray Observatory ci mostra una coppia di quasar in colore blu, posti alla rispettabile distanza di circa 4,6 miliardi di anni luce da noi, ma separati tra loro di “appena” 70 mila anni luce. Queste sorgenti brillanti, chiamate collettivamente SDSS J1254+0846 (certo, non troppo mnemonico…….) sono alimentate da materiale che cade dentro buchi neri supermassivi.


Una immagine in banda ottica fornita dal telescopio Baade-Magellan, in Cile (in giallo) mostra poi bene le code mareali – formate da materiale in forma di lunghe strisce di stelle e gas, createsi per le interazioni gravitazionali del sistema – che fuoriescono dalle due galassie in collisione.
Due spettacolari galassie (con quasar) “colte” nell’atto di fondersi in una sola entità…
L’immagine è davvero importante, poiché è la prima volta che una coppia di quasar luminosi viene rilevata chiaramente in un sistema di galassie in fase di fusione. “I quasar sono gli oggetti compatti più luminosi nell’Universo. e sebbene se ne conoscano attualmente circa un milione, è un lavoro davvero duro quello di trovare due quasar fianco a fianco” ha detto Paul Green, dell’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics in Cambridge, che dirige il team che ha condotto la ricerca.

La coppia di quasar è stata rilevata la prima volta tramite la Sloan Digital Sky Survey, un importantissimo progetto di survey astronomica a largo campo di galassie e quasar. Successivamente il sistema è stato osservato al telescopio Magellan per determinare se i quasar fossero abbastanza vicini per mostrare chiari segni di interazione tra le loro galassie “ospiti”.

Il risultato è esaltante, ed è una forte evidenza che la coppia di quasar viene davvero coinvolta nel processo di fusione.

tratto da: http://www.gruppolocale.it/

Il robot che esprime emozioni

Chi ha detto che i robot non sono in grado di interagire emozionalmente con gli esseri umani? Si tratta di un mito da sfatare. Ed è esattamente ciò che sta accadendo. La Dott.ssa Lola Cana, dell’Università di Hertfordshire, in collaborazione con un intero consorzio di università europee e aziende operanti nel settore della robotica, ha creato di recente il primo prototipo di robot capace di sviluppare e manifestare emozioni attraverso il linguaggio del corpo.


Il prototipo, frutto del progetto interdisciplinare FEELIX GROWING (Feel, Interact, Express) finanziato dalla Commissione Europea, interagisce con gli umani pressappoco come un bambino, reagisce agli stimoli e apprende tutta una gamma di reazioni, espressioni e comportamenti grazie ai quali manifesta emozioni molto simili a quelle umane.

Alla base del modello vi è infatti lo stesso processo di attaccamento che bambini e scimpanzè subiscono nel corso delle prime interazioni con chi si prende cura di loro: il robot stabilisce un legame 'affettivo' ed è programmato per adattarsi agli stati d’animo e alle azioni di colui/colei che lo assiste, utilizzando gli stessi segnali espressivi e comportamentali comuni fra i bambini. Più alta è l’interazione, più forte è il legame stabilito e l’insieme di reazioni apprese.
Rabbia, paura, tristezza, felicità, angoscia, sono solo alcune delle emozioni che l'automa è in grado di interpretare per apprendimento. "Le emozioni si rivelano attraverso posture fisiche, gesti e movimenti del corpo, più che l’espressione facciale o verbale - ha spiegato la dott.ssa Cananero - Ecco perchè stiamo lavorando su indizi non linguistici”.

Tra le più imminenti applicazioni di questo progetto, che durerà circa quattro anni e mezzo ancora, c’è la reale possibilità che il robot diventi un supporto affettivo e terapeutico per i bambini in ambito ospedaliero: un compagno intelligente, dunque, capace di adeguarsi sempre più ai profili individuali attraverso azioni e reazioni verbali e non.

L’accettazione di un simile “strumento” non è chiaramente scontata, specie nel delicato contesto ospedaliero infantile; le ripercussioni possibili, quando entrano in gioco le emozioni, possono essere molteplici a seconda dei contesti e delle personalità coinvolte. Il team di ricercatori è però all’opera per prevederle tutte, e offrire alla sanità un prototipo efficace ed efficente, possibilmente senza complicazioni.

tratto da: http://www.nextme.it/

Un nuovo materiale per le staminali

Posted by GUARDIAMO A 370° 11:14, under ,,, | No comments

Un nuovo materiale a servizio della biologia e della medicina, per far crescere le cellule staminali senza più ricorrere a cellule e proteine di topo. A realizzarlo sono stati i ricercatori del Mit di Boston guidati da Ying Mei e da Krishanu Saha della University of California di Berkeley, primi autori dello studio apparso su Nature Materials. Si tratta della prima superficie totalmente sintetica che permette alle cellule staminali di vivere e continuare a riprodursi per almeno tre mesi, formando colonie di cellule identiche a quelle di partenza.


Le cellule staminali possono essere adulte o embrionali. Quelle embrionali, a loro volta, possono essere “originali” o derivate dalle cellule somatiche (per esempio della pelle) regredite a uno stadio pluripotente. Al momento, le malattie per cui il trattamento con le cellule staminali è dichiarato sicuro ed è entrato nella pratica medica sono pochissime, anche a causa della forte propensione di queste cellule a sviluppare tumori. Per molte altre patologie, comunque, sono in corso studi e sperimentazioni (c’è fermento soprattutto per le staminali neuronali e quelle in grado di produrre insulina, da poter impiegare in pazienti con traumi al midollo spinale e con diabete di tipo 1). Certo, serviranno almeno una dozzina di anni prima di poterne vedere le applicazioni in campo medico. Quando questo accadrà, però, sarà fondamentale avere a disposizione un sistema di coltura efficiente, dal momento che per una sola terapia possono servire miliardi di cellule.

Attualmente, le superfici di crescita consistono in un disco di plastica ricoperto con una sostanza gelatinosa su cui poggiano cellule o proteine murine, necessarie per mantenere in vita le staminali. Precedenti studi avevano suggerito che numerose proprietà chimiche e fisiche della superficie – come la ruvidità, la rigidità e l’affinità per l’acqua – possano influenzare la crescita delle cellule. Partendo da queste informazioni, Mei e Saha hanno creato circa 500 polimeri (lunghe catene di molecole che si ripetono) e valutato le loro performance. Risultato: le superfici migliori per le staminali sono quelle idrofobiche che includono nella struttura un’alta percentuale di acrilati, ricoperte da una proteina sintetica chiamata vitronectina, che promuove l’attecchimento delle cellule. Ruvidità e rigidità, al contrario, non sembrano avere alcun effetto sulla loro crescita.

tratto da: http://www.galileonet.it/

mercoledì 25 agosto 2010

M87 e l’attività del suo buco nero supermassiccio

Questa immagine mostra l’eruzione di un “super-vulcano” galattico, come è stato definito, nella galassia M87 e ripresa dal Chandra X-Ray Observatory della NASA e dal Very Large Array (VLA) in New Mexico dell’NSF. Ad una distanza di circa 50 milioni di anni luce, M87 ha al suo centro un buco nero massiccio molto grande che sta impedendo la formazione di centinaia di milioni di nuove stelle. La galassia è relativamente vicina alla Terra e si viene a trovare nel centro dell’Ammasso della Vergine che contiene migliaia di galassie.

L’ammasso che circonda M87 è ricco di gas caldi che emettono in X (mostrato in blu) e che sono stati rilevati da Chandra. Man mano che il gas si raffredda viene a “cadere” verso il centro della galassia dove continua a raffreddarsi rapidamente e porterebbe alla formazione di nuove stelle.

Tuttavia, osservazioni radio con il VLA (in rosso nell’immagine) suggeriscono che il processo viene interrotto dai getti di particelle di alta energia prodotti dal buco nero massiccio al centro di M87 che sollevano i gas in avvicinamento al centro della galassia allontanandoli da essa. Questi getti allontanano il gas relativamente freddo dal centro della galassia producendo delle one d’urto nell’atmosfera della galassia proprio a causa della loro velocità supersonica. Le onde d’urto prodotte da questa interazione tra il gas e l’ambiente sono molto simili a quelle prodotte dal vulcano Eyjafjallajokull in Islanda nell’aprile di quest’anno. Col vulcano Eyjafjallajokull sacche di gas caldo sono penetrate attraverso la superficie della lava, generando delle onde d’urto osservate passare attraverso il fumo grigio del vulcano. Questo gas caldo poi sale nell’atmosfera, trascinando con sè la cenere scura.

Questo risultato mostra come un buco nero supermassiccio influenzino enormemente l’evoluzione delle galassie in cui si sono formati. La notizia è stata diffusa da un gruppo di ricercatori dell’Università di Stanford e pubblicata sul Monthly Notices of the Royal Astronomical Society.

tratto da: http://www.gruppolocale.it/

MAREA NERA: LA TERRA SI DIFENDE DALL'INQUINAMENTO

Il Nostro pianeta ha dichiarato guerra all'inquinamento di petrolio nel Golfo del Messico. Nuove specie di batteri mangia-petrolio finora sconosciute stanno ”banchettando” e consumando ‘con voracita” il ‘pennacchio’ di petrolio che si e’ formato a causa del flusso di greggio fuoriuscito dal pozzo della BP nelle acque del Golfo del Messico.


SCIENZIATI SBALORDITI!!
Hanno degradato petrolio a ritmi piu’ sostenuti dei normali batteri mangia-petrolio finora noti e per di piu’ senza consumare ossigeno, quindi salvaguardando le altre specie viventi.

Sono i risultati emersi da uno studio che sara’ pubblicato questa settimana sulla rivista science e verranno anticipati oggi dagli scienziati che l’anno condotto nel corso del meeting della International Society for Microbial Ecology, i ricercatori del Lawrence Berkeley National Laboratory. Diretti da Terry Hazen, hanno lavorato con due navi dal 25 maggio al 2 giugno e raccolto 200 campioni da 17 siti, per poi esaminarli con le piu’ moderne strumentazioni per l’analisi del Dna.
E’ emerso che la colonna di greggio del Golfo e’ stata mangiata a ritmi mai visti da una serie di batteri degradatori di idrocarburi con l’avanguardia di alcune specie finora ignote che hanno fatto la gran parte del lavoro, somiglianti, spiegano gli esperti, a membri della famiglia ‘Oceanospirillales’; si tratta cioe’ di batteri abituati a vivere in condizioni estreme di temperatura e pressione.

Secondo i biologi questi batteri sono divenuti cosi’ efficienti nel mangiare il petrolio adattandosi nel lungo periodo a ‘mangiucchiare’ idrocarburi naturalmente fuoriusciti attraverso crepe naturali del fondale. Nel loro lavoro di degradatori di greggio, spiegano i ricercatori, i batteri sono probabilmente stati avvantaggiati dagli effetti dello spargimento di una sostanza per ripulire le acque dal greggio che ha ridotto il petrolio in goccioline, facilitando loro il lavoro.

”I risultati mostrano che questi batteri giocano un ruolo significativo nel controllare il destino ultimo della macchia di petrolio dispersa nelle acque”, concludono i ricercatori.

tratto da: http://www.ansa.it/

Un altro incidente nella 'Galleria dei Misteri', a Tremonzelli.Un nuovo 'caso Caronia?'

Coincidenze o c'e' davvero qualcosa nella galleria di Tremonzelli che manda in tilt auto e mezzi provocando incidenti a catena?


E' l'interrogativo al quale dovranno rispondere gli esperti dopo l'ennesimo, strano, incidente all'interno della galleria, lungo l'autostrada A19 Palermo-Catania. L'ultimo episodio, avvenuto sabato scorso e che ha coinvolto un giornalista in auto con un'amica entrambi rimasti illesi, riapre quello che per molti e' ormai il mistero della galleria di Tremonzelli.

I "casi", quelli noti, finora sono stati cinque o sei, in un arco temporale di circa vent'anni. La dinamica e' sempre la stessa. L'auto entra in galleria, quando all'improvviso subentra un black-out, i fari e il motore si spengono e chi e' alla guida perde il controllo del veicolo, sbandando. Poi, sempre all'improvviso, il motore riparte e le luci si riaccendono. Rimangono la paura e i danni ai mezzi.

Vito Piero Di Stefano, del coordinamento del Centro ufologico nazionale (Cun) di Palermo, da' la sua spiegazione: "Potrebbe essere un fenomeno dovuto a un campo elettromagnetico o a una fonte di calore presente nella zona".

L'esperto ricorda che "anche l'anno scorso un motociclista in quella galleria, ha avuto un incidente con la stessa dinamica, senza conseguenze gravi fortunatamente".

"Ci stiamo occupando del fenomeno - aggiunge Di Stefano - ma per rilevazioni di campi elettromagnetici servono apparecchiature particolari, come quelle usate a Canneto di Caronia nel messinese, di cui dispone solo la Protezione civile".

Ugo Dibennardo, direttore regionale Anas per la Sicilia, assicura che, a seguito dell'ultima segnalazione, nei prossimi giorni avviera' un ulteriore monitoraggio dell'impianto della galleria. Ma nega che "all'interno o in prossimita' della galleria Tremonzelli siano stati riscontrati fenomeni di improvvisi black-out o di malfunzionamento dei veicoli in transito'. "La galleria Tremonzelli - aggiunge Dibennardo - e' dotata di un impianto di illuminazione con alimentazione elettrica tradizionale, con corpi illuminanti di potenza pari a 400, 250 e 150 watt. Tale impianto e' stato adeguato nel 2003 alla nuova normativa, con appositi lavori, e al fine di garantirne il regolare funzionamento, e' frequentemente sottoposto a interventi di manutenzione ordinaria, come quelli previsti per il prossimo mese di settembre. Come avviene in qualunque galleria, anche a Tremonzelli, nel corso degli anni, si sono verificati alcuni guasti all'impianto, dovuti a sporadici malfunzionamenti delle cabine di trasformazione, prontamente ripristinati grazie anche alla collaborazione con i funzionari e i tecnici dell'Enel".

tratto da: http://www.ansa.it/

Scoperto un sistema planetario simile a quello terrestre

Scoperto un sistema planetario simile al nostro. A cominciare dal numero dei pianeti, sette (quello terresstre ne ha 8), che orbitano intorno ad una stella, battezzata HD10180 e situata a 127 anni luce di distanza nella costellazione australe Hydrus, che pare proprio il nostro Sole. Ad identificare i corpi celesti sono stati gli astronomi dell'osservatorio europeo australe (Eso) a La Silla, in Cile.


Il team internazionale ha utilizzato lo spettrografo HARPS, aggiunto al telescopio da 3,6 metri dell'Eso, e ha seguito per sei anni la stella HD 10180, "riuscendo a misurare le influenze gravitazionali dei pianeti che le orbitano intorno". La notizia è stata annunciata al convegno 'Rilevamento internazionale e dinamica dei pianeti extrasolari in transito', presso l'Observatoire de Haute-Provence.

I cinque segnali più forti, secondo quanto riportato dagli esperti, corrispondono a "corpi simili a Nettuno, con periodi orbitali che vanno dai 6 ai 600 giorni". Inoltre, dagli studi è emersa la possibilità della presenza di altri due pianeti. Il primo avrebbe "una massa minima di 65 masse terrestri e un'orbita di circa 2.200 giorni", molto vicino alle caratteristiche di Saturno. Il secondo, invece, sarebbe l'esopianeta di minor massa mai scoperto fino ad ora: 1,4 volte quella della Terra.

Tuttavia, una marcata differenza con il nostro sistema planetario c'è, e si tratta delle distanze dei vari pianeti dalla loro stella, che sono di gran lunga minori. Quello più piccolo, ad esempio, si troverebbe a "una distanza pari al 2% di quella fra la Terra e il Sole, con un periodo orbitale di soli 2 giorni".

"Abbiamo trovato quello che è il sistema con il maggior numero di pianeti finora scoperto", ha dichiarato Christophe Lovis, dell'Osservatorio dell'Univesità di Ginevra. "Questa notevole scoperta evidenzia anche come stiamo entrando in una nuova era nella ricerca degli esopianeti: lo studio di complessi sistemi planetari e non soltanto dei singoli pianeti. Gli studi dei moti planetari nel nuovo sistema rivelano complesse interazioni gravitazionali tra i pianeti e ci dà la possibilità di intuire l'evoluzione a lungo termine del sistema".

Ad oggi, erano solo quindici i sistemi con almeno tre pianeti di cui si era a conoscenza. L'ultimo arrivato era 55 Cancro, con cinque pianeti, due dei quali giganti. "Sistemi di corpi celesti di piccola massa, come quelli intorno a 10180 HD - precisa ancora lo scienziato - sembrano essere abbastanza comuni, ma la loro storia di formazione rimane un puzzle".

Anche se, grazie alla nuova scoperta, gli astronomi hanno trovato un equivalente della legge di Titius-Bode, presente nel nostro sistema solare, ovvero che le distanze dei pianeti dalla loro stella seguono uno schema regolare. E per Michel Mayor, membro dell'equipe che ha svolto le ricerche, potrebbe perfino trattarsi di "una firma del processo di formazione di questi sistemi planetari".

tratto da: http://www.nextme.it/

Virus da batterie

Le batterie, leggere e flessibili, le fanno i virus. I ricercatori del Mit di Boston (Usa), guidati da Mark Allen, sono infatti riusciti a modificare geneticamente un virus per indurlo a produrre alcune componenti che si trovano all'interno delle batterie al litio ricaricabili. La ricerca è stata presentata al meeting annuale dell' American Chemical Society (ACS) in corso questa settimana a Boston.
Le batterie forniscono energia elettrica convertendo l'energia chimica intrappolata al loro interno. In una tradizionale batteria al litio, gli ioni litio si muovono attraverso un elettrolita (un fluido che conduce corrente) dall'estremità negativa (anodo), generalmente formata da grafite, all'estremità positiva (catodo), spesso costituita da ossidi di cobalto o litio-ferro-fosfato.

I ricercatori del Mit hanno messo a punto un nuovo materiale per i catodi a partire da una forma modificata del batteriogafo M13, un virus che infetta i batteri ma che è completamente innocuo per la specie umana. Il materiale del polo positivo è formato a partire da fluoruro ferrico e viene accumulato dall'attività di sintesi del virus. Secondo i ricercatori, i catodi prodotti in questo modo potranno costituire batterie leggere, flessibili e con basso potere dispersivo. Tutti i componenti sono lavorati a temperatura ambiente e in acqua. Inoltre, come spiegano i ricercatori, i materiali utilizzati sono meno pericolosi di quelli impiegati nelle attuali batterie al litio.

Ideali per essere incorporate nei vestiti, queste batterie potrebbero fornire energia per molti dispositivi ricaricabili.“Generalmente i militari devono portare con loro una grande quantità di batterie pesanti. Queste batterie permetterebbero loro di viaggiare e muoversi con molto meno peso” ha concluso Allen.

tratto da: http://www.galileonet.it/

Il suono di uno scontro galattico

Le emissioni radio provenienti dagli ammassi di galassie sono gli echi degli scontri tra le galassie stesse. Lo ha rivelato uno studio italo-statunitense condotto dai ricercatori dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) e dall’ Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics di Cambridge, che sarà pubblicato su Astrophysical Journal Letters.


Per svelare il mistero dell’origine delle emissioni radio (aloni radio) i ricercatori hanno studiato trentadue ammassi di galassie osservati alla stessa epoca cosmologica, ovvero circa tre miliardi di anni fa. Queste enormi strutture contengono migliaia di galassie e si formano grazie a scontri e aggregazioni (merger) tra ammassi più piccoli. Le collisioni sono altamente energetiche (nell’Universo attuale sono secondi solo a quanto stimato per il Big Bang) e producono un “rumore”. Secondo i ricercatori, il riverbero di questo rumore sono proprio le emissioni che gli astrofisici captano con i radiotelescopi in banda radio. Combinando i dati raccolti da questi strumenti con quelli ottenuti nella banda dei raggi X dal satellite Chandra, gi scienziati hanno dimostrato, infatti, che le emissioni radio vengono generate solo durate la formazioni degli ammassi di galassie.

Le emissioni dei raggi X mostrano proprio il momento di aggregazione tra due ammassi più piccoli e rispecchiano le quantità di gas caldo creatosi durante lo scontro. Grazie a questo dato di riferimento, i ricercatori hanno potuto far combaciare i momenti di emissione nella banda radio con quelli degli scontri galattici. “Le osservazioni hanno mostrato che tutti gli ammassi con alone radio sono caratterizzati dalla presenza di merger in corso, o sono ammassi in formazione” ha commentato Rossella Cassano, post-doc presso l’Inaf- Istituto di Radioastronomia di Bologna e autrice dell’articolo.

“Le emissioni in banda radio, quindi, permettono di ottenere informazioni sugli ammassi di galassie complementari a quelle ottenute in altre bande dello spettro elettromagnetico. Ora Lofar, il grande radiotelescopio europeo inaugurato lo scorso giugno, permetterà di studiare questi fenomeni fino a epoche remote, circa otto miliardi di anni fa”, ha concluso la ricercatrice.

tratto da: http://www.galileonet.it/

martedì 24 agosto 2010

Lo spazio fa invecchiare: dopo 6 mesi gli astronauti diventano come ottantenni

Ma una volta tornati sulla Terra recuperano in breve tempo

MILANO - Gli astronauti possono diventare deboli come ottantenni dopo soli sei mesi di soggiorno sulla Stazione spaziale internazionale (Iss). Lo sostiene uno studio della Marquette University di Milwaukee apparso sul Journal of Physiology, sottolineando che però, dopo pochi mesi sulla Terra, tutto ritorna alla normalità. Ma cosa succederebbe se, una volta giunti su Marte, fosse necessaria un’urgente passeggiata per portare a termine una riparazione? Potrebbero questi uomini (o donne) trovare le energie e le forze per affrontare i lavori di routine? Questione di giusto esercizio e terapie appositamente studiate nel campo della medicina rigenerativa e dell’anti-aging: insomma gli astronauti possono, in parte, contrastare il logoramento psicofisico registrato in orbita, ma se non cercano di annientarlo sei mesi possono diventare come quarant’anni.
LO STUDIO - Il team della Marquette University, guidato dal dottor Robert Fitts, ha seguito nove russi e statunitensi residenti nella Iss, monitorandone il livello muscolare del tricipite della sura (un muscolo della gamba) attraverso biopsie e osservandoli dal 2002 al 2005, all’inizio e alla fine di una missione. Il risultato dello studio è che, oltre alla compromissione della salute nella fisiologia cardiovascolare c’è anche un tale indebolimento della massa muscolare da rendere quella un uomo di quarant’anni equivalente a quella di un ottantenne e una volta tornati a terra, non riescono per un periodo di 2-4 settimana a guidare un'auto. L’aspetto affascinante e decisamente peculiare è la transitorietà del fenomeno in questione, che ha un effetto decisamente effimero: subito dopo essere tornati sulla Terra gli astronauti riprendono il tono muscolare corrispondente a quello della loro età.

tratto da: http://www.corrirere.it/

Batteri comuni sopravvivono 553 giorni nello spazio

Alcuni batteri prelevati dalle colline di Beer nella costa sud della Gran Bretagna hanno dimostrato di riuscire a resistere per 553 giorni all'esposizione diretta allo spazio.


I batteri sono stati esposti all'esterno della Stazione Spaziale Internazionale, nel modulo dell' ESA Technology Exposure Facility del laboratorio Columbus. Per un anno e mezzo, sono rimasti esposti alle radiazioni cosmiche ed all'ambiente estremo dello spazio. Alcuni di essi sono morti, ma altri sono riusciti a sopravvivere secondo dinamiche non ancora chiare, ma che la Open University, dove sono ora custoditi i campioni, vuole scoprire.

L'esperimento fa parte di un progetto per verificare quanto possano essere utili alcuni microrganismi nell'esplorazione dello spazio. "E' stato proposto che i batteri possano essere usati nei sistemi di supporto vitale per riciclare ogni cosa" spiega Karen Olsson-Francis, della Open University. "C'è anche l'idea che se riuscissimo a creare basi sulla Luna o Marte, potremmo usare i batteri per il 'bio-mining', utilizzarli per estrarre minerali dalla roccia".

La ricerca supporta inoltre la teoria secondo la quale alcuni microrganismi possano aver viaggiato a bordo di rocce cosmiche, da un pianeta all'altro o addirittura attraverso diversi sistemi solari.

Già era noto che le spore batteriche potessero resistere diversi anni nello spazio. Lo stesso possono fare anche licheni e tardigradi, anche se per un periodo più limitato.

Ma questo è il primo esempio di cianobatteri in grado di sopravvivere in un ambiente così estremo. I microrganismi sono stati classificati con la sigla OU-20, e somigliano ad alcuni cianobatteri noti come Gloeocapsa.

"I Gloeocapsa formano una colonia di cellule esterne che probabilmente proteggono le cellule interne dall'esposizione a radiazione ultravioletta, e forniscono una resistenza all'essiccamento" afferma Charles Cockell, che lavora con Olsson-Francis nel Planetary and Space Sciences Research Institute della Open University.

Quando si posizionò la roccia proveniente dalla Gran Bretagna a bordo del laboratorio orbitale, si sapeva soltanto che il campione conteneva diverse colonie di batteri differenti tra di loro. Nessuno sapeva se sarebbe sopravvvissuto qualcosa. "Avremmo potuto mandare batteri noti come 'estremofili' e saremmo stati sicuri della loro sopravvivenza. Ma in questo caso abbiamo usato una comunità di batteri per selezionare i sopravvissuti. Sono organismi comuni che vivono sulla costa di Beer nel devon, e possono sopravvivere nello spazio" dice Olsson-Francis.

tratto da: http://www.ditadifulmine.com/

Il pavé che ripulisce l'aria

Un pavé contro l'inquinamento. Sarebbe questa la nuova strategia per ripulire l’aria nelle città. I prossimi manti stradali potrebbero infatti essere costruiti con lastre speciali che, sotto l'azione della luce solare, riducono la presenza in atmosfera di alcune sostanze inquinanti come gli ossidi di azoto. L'invenzione è dell'azienda tedesca Franz Carl Nüdling Betonelemente che ha sviluppato le lastre “Air Clean” in collaborazione con i ricercatori del Fraunhofer Institute for Molecular Biology and Applied Ecology di Schmallenberg, guidati da Monika Herrchen .

Gli ossidi dell'azoto, rilasciati soprattutto dai veicoli, sono tra gli inquinanti più nocivi perché reagiscono con altre molecole presenti in atmosfera, come ossigeno e idrocarburi incomposti, e producono composti chimici dannosi (per esempio l’ozono); essendo idrosolubili, portano poi alle piogge acide (contenenti acido nitrico e nitroso). Per avere un’idea del problema, si pensi che in Germania, nel corso del 2009, i livelli di ossidi dell'azoto registrati nelle maggiori città tedesche hanno superato i limiti permessi nel 55 per cento.

La soluzione proposta da F. C. Nüdling Betonelemente consiste in lastre di cemento ricoperte di nanoparticelle di biossido di titanio (TiO2), un fotocalizzatore che si serve della luce solare per accelerare alcune reazioni chimiche che avvengono naturalmente. In questo caso, le nanoparticelle velocizzano la reazione che converte gli ossidi di azoto in nitrati meno nocivi. Questa reazione è tanto più rapida quanto maggiore è la disponibilità di luce solare. I test iniziali sul funzionamento, condotti ad una altezza di circa tre metri dalle lastre e in condizioni variabili di luce e ventilazioni, hanno mostrato che le concentrazioni di ossidi di azoto possono essere ridotte dal 20 al 30 per cento in media, con punte del 70 per cento in assenza di vento. Inoltre, come spiegano i ricercatori, questo tipo di pavimentazione è molto resistente e non perde la sua efficacia nel lungo periodo. Le lastre saranno ora sperimentate su una strada della città tedesca.

tratto da: http://www.galileonet.it/

Vetrina Aggiornamenti

Iscriviti per email

Archivio Blog

Blog Archive