Panoramica:

sabato 31 luglio 2010

UFO: gli avvistamenti del passato. Siamo figli degli alieni? Nuovo Dossier

Secondo alcune teorie, credibili o meno sta a voi deciderlo, la storia dell'umanità sul pianeta Terra è iniziata grazie all'arrivo di popolazioni extraterrestri dotate di speciali capacità, che hanno reso l'uomo 'civilizzato'.


Si narra che in tempi molto remoti, l'uomo potrebbe aver avuto un contatto con gli alieni, che in quell'occcasione ci avrebbero fatto dono della civiltà. Si tratta della Teoria degli antichi astronauti. Secondo gli ufologi, gli alieni che per la prima volta sbarcarono sulla Terra erano originari della Grande Nube di Magellano.

Antica Grecia. Nell'antica Grecia viene ipotizzato un contatto dai racconti del navigatore greco Timoleone che, nel 343 a.C. salpò da Corinto in direzione Sicilia. Nella sua narrazione, spiega di aver visto, navigando in alto mare, una specie di torcia ardente volare nel cielo, al di sopra di lui, indicandogli il cammino.


Roma. Anche nell'antica Roma sono presenti dei racconti riguardanti strane apparizioni, come quella di clypeus ardens (scudi ardenti in cielo). Gli studiosi dell'ufologia li hanno messi in relazione con il carro solare di Apollo. Vi sono poi i racconti di Giulio Ossequente che redasse un catalogo di tutti gli avvistamenti di oggetti non identificati nel cielo.

India. Dall'antica India provengono numerose testimonianze in materia di UFO, presenti anche nella letteratura vedica e nei grandi poemi epici indiani, come il Mahabharata e il Ramayana, dove vengono descritte alcune macchine volanti (i vimana), di forma ovale, sferica o a cupola.

Carlo Magno. Nel 776, durante il regno di Carlo Magno, mentre i Sassoni tentavano di conquistare Sigiburg, apparirono due scudi di fuoco. Anche Benvenuto Cellini vissuto nel 1550, descrive di aver visto sopra Firenze una trave infuocata.

Norimberga. Il più stupefacente avvistamento UFO del passato è datato 14 aprile 1561, a Norimberga, dove numerosi testimoni videro diverse migliaia di oggetti volanti di varie forme (lancia, croce o fuso), intenti in un'apocalittica battaglia.

tratto da: http://www.nextme.it/

Bolzano: mappato il genoma di Oetzi, ora non ha più segreti!

Il Dna di Oetzi, la mummia del Similaun, non ha più segreti. A quasi vent'anni dal suo ritrovamento - che si celebrerà con varie iniziative nel 2011 - i ricercatori dell'Eurac di Bolzano e dell'Università di Tubinga hanno completato la mappatura del patrimonio genetico dell'uomo vissuto cinquemila anni fe e conservatosi fino ai giorni nostri sotto i ghiacci, al confine fra Austria e Italia dove venne scoperto per caso da una coppia di escursionisti austriaci.


A renderlo noto è la stessa Eurac, che proprio in occasione del ventennale dalla scoperta di Oetzi renderà pubblici i risultati scientifici della ricerca. Anche perché il vero lavoro degli scienziati comincia adesso: l'enorme quantità di dati disponibile grazie al genoma completo, potrà aprire la strada a molte investigazioni e scoperte, riportando indietro di cinquemila anni l'orologio biologico dell'umanità.

Esistono lontani discendenti di Oetzi ancora in vita? Quali mutazioni genetiche si sono verificate nel passaggio dalle popolazioni antenate a quelle attuali? Sarà possibile studiare malattie ereditarie e patologie come il diabete o il cancro?

Queste e altre domande sono alla base del lavoro del team di esperti che ha tracciato la mappa del Dna di "Iceman": Albert Zink, direttore dell'Istituto per le mummie e l'Iceman dell'Accademia Europea di Bolzano; Carsten Pusch dell'Istituto di genetica umana dell'Università di Tubinga; e Andreas Keller, bioinformatico dell'Azienda specializzata in biotecnologia "febit" di Heidelberg.

Quello tra Zink e Pusch è un binomio professionale già collaudato: i due esperti hanno infatti pubblicato di recente l'esito dei loro studi su Tutanakhamon e sulla sua famiglia. L'incontro con il bioinformatico Keller ha permesso di individuare milioni di sequenze di dati appartenenti al genoma dell'Iceman grazie alla avanzate tecnologie di sequenziamento.

I tre ricercatori hanno prelevato dal bacino di Ötzi un campione osseo e grazie alla nuova tecnologia di sequenziamento SOLiD, ne hanno estratto la più grande quantità di DNA mai prelevata dal corpo mummificato, una biblioteca del DNA.

Si è trattato di uno studio pilota sulla mummia: questa nuova tecnologia è stata infatti utilizzata per la prima volta per analizzare dei campioni di Ötzi.

"Il Dna sul quale interveniamo ha più di 5000 anni ed è estremamente frammentato. Tuttavia con l’ausilio di queste tecnologie avanzate, che garantiscono un margine di errore minimo, siamo riusciti a identificare con grande rapidità il genoma competo dell’Iceman", sottolinea Albert Zink, responsabile della conservazione della mummia.

Fonte: http://altoadige.gelocal.it/

Svelato il segreto del Blu Maya

E' stato creato un nuovo inchiostro in grado di resistere per migliaia di anni, basandosi su una ricetta di vecchia data. Da dove vengono le proprietà eccezionali di questo inchiostro? Da un'antica formula di un pigmento Maya, un blu brillante che è sopravvissuto fino ai giorni nostri.


"Il pigmento è rimasto stabile per secoli nelle condizioni avverse della giungla" spiega Eric Dorryhee del Brookhaven National Laboratory. "Stiamo cercando di imitarlo con un nuovo materiale".

Dooryhee ed un team i fisici francesi hanno speso gli ultimi anni studianto oggetti storici ai raggi-X utilizzando un sincrotone in grado di vedere la struttura atomica di artefatti antichi. Hanno finora analizzato cosmetici egiziani, vasellame romano, dipinti rinascimentali, ricreando alcune delle proprietà chimiche e fisiche di questi materiali ed imparando sempre di più ad imitare questi antichi composti per realizzare materiali moderni in grado di sopravvivere a lungo nel tempo.

Ed hanno scoperto le proprietà del Blu Maya. Al contrario della maggior parte dei pigmenti, il Blu Maya è estremamente resistente al deterioramento. Non solo è resistente all'erosione dovuta al clima, al calore ed alla luce, ma anche a quella di potenti acidi e solventi da laboratorio.

Il pigmento del Blu Maya è stato sviluppato circa 1700 anni fa, ed è stato scoperto nel 1931 nel sito di Chichen Itza grazie al ritrovamento di un vaso. Veniva utilizzato dai Maya per opere d'arte e rituali per la pioggia: da quanto hanno scoperto gli archeologi, oggetti sacri e vittime umane venivano ricoperte di blu e gettate nel Cenote Sacro, la dimora del dio della pioggia Chaak.
Il pigmento è realizzato bruciando l'incenso ottenuto dalla resina di alberi, e col calore ottenuto si faceva bollire una mistura di piante di indigo (hennè ottenuto dalla pianta Indigofera Tinctoria) ed un tipo di argilla chiamata paligorschite (allumino silicato idrato di magnesio a struttura pseudolamellare), un minerale utilizzato dai Maya anche per scopi curativi.

"Offrendo incenso a Chaak, i Maya combinavano due elementi curativi" spiega Dean Arnold, antropologo del Wheaton College che ha esaminato un vaso rinvenuto nel Cenote Sacro che presenta tracce di incenso e paligorschite. "Questo era significante per il rituale perchè la pioggia curava la loro terra".

Le analisi a raggi-X di Dorryhee hanno scoperto il segreto del Blu Maya. Con il riscaldamento della mistura, le molecole di indigo riempiono un network di piccoli canali all'interno dell'argilla. L'indigo blocca i pori di superficie dell'argilla, prevenendo la fuoriuscita del colore.

L'argilla inoltre protegge l'hennè dall'ambiente. Agenti chimici aggressivi possono distruggere le molecole di indigo, cambiando il suo colore da blu a giallo; ma l'argilla previene l'attacco del tempo e delle sostanze aggressive, e salva il colore.

Per ricreare la combinazione utilizzando materiali moderni, Dorryhee ha ricreato con successo il Blu Maya con un materiale poroso chiamato zeolite, già noto per essere una componente di supplementi alimentari, cemento e detergenti, realizzando un pigmento blu in grado di resistere a lungo.

tratto da: http://www.ditadifulmine.com/

Nasa: il rover Opportunity raccoglie polvere marziana

Dopo oltre 6 anni di esplorazioni, il rover Opportunity della Nasa ha finalmente colto la polvere del suolo di Marte. A differenza del suo gemello, il robot Spirit, che nel corso delle sue operazioni ha fatto numerosissime foto, i tentativi di 'catturare' la polvere dei tornando non erano andate a buon fine. Almeno fino ad ora. Ma il 15 luglio, le telecamere montate sul rover hanno finalmente mostrato che Opportunity è riusciuto a raccogliere un'alta colonna di polvere in movimento.


Mark Lemmon, studioso della Texas A & M University, rivela: "Questa è la prima polvere vista da Opportunity". Opportunity ha scattato le foto, guardando in direzione est-sud-est.

Dalle analisi della 'polvere diavolo' del pianeta rosso è emerso che il terreno che si trova nelle aree esplorate da Spirit, ossia dentro il cratere 'Gusev', è più ruvido e polveroso rispetto a quello della regione Meridiani Planum, dove opera Opportunity. In queste aree, i vortici di vento si formano più facilmente, potendo essere captati più facilmente dal rover della Nasa.

I veicoli spaziali che orbitano attorno a Marte hanno fotografato le tracce di polvere lasciate dai vortici, e potranno continuare ancora a farlo, sperando che tali segni resistano alla forza del vento.

I due veicoli della Nasa, Opportunity e Spirit sono sbarcati sul suolo marziano nel 2004, con la previsione di rimanere per una missione della durata di tre mesi. Opportunity è atterrato su Marte il 25 gennaio 2004.

Spirit è atterrato prima di Opportunity, ma è stato fermo oltre un anno, dopo essere rimasto incastrato nell'aprile del 2009 in una crepa del suolo marziano. Rimesso in funzione nel marzo di quest'anno, Spirit adesso opera a bassa potenza per contrastare l'inverno marziano.

tratto da: http://www.nextme.it/

venerdì 30 luglio 2010

Nasce una nuova ipotesi:materia oscura nel cuore del Sole?

E’ un’ipotesi molto suggestiva e potrebbe essere anche qualcosa di più di un’ipotesi. Ad avanzarla è Stephen West, del Department of Physics at Royal Holloway, University of London, che dice: “La materia oscura rappresenta più dell’80% della massa totale dell’universo. Sappiamo che esiste, ma finora non è mai stata prodotta in laboratorio, né osservata nel corso di esperimenti, cosicché abbiamo pochissime informazioni su che cosa realmente sia. E’ importante valutare tutte le possibili vie per dimostrare la natura della materia oscura, e il Sole può fornirci un inatteso laboratorio nel quale farlo“.


L’ipotesi poggia sull’abbondante presenza di materia oscura negli aloni galattici, fatto che sembra ormai accertato attraverso la sua interazione con la materia visibile negli ammassi di galassie. Anche la nostra galassia possiede dunque un alone di materia oscura e tutte le stelle che orbitano attorno al centro vengono a contatto con essa e le particelle che la compongono possono collidere con quelle della tipica materia stellare.

Il Sole non fa eccezione, e nel corso delle numerose orbite finora descritte attorno al centro della Galassia (una ventina) può aver accumulato un cospicuo quantitativo di materia oscura, che simulazioni al computer indicano concentrata nel nucleo. Le simulazioni indicano anche che la materia oscura rivestirebbe un ruolo che potremmo, forse impropriamente, definire convettivo, poiché sarebbe in grado di trasportare efficacemente il calore del nucleo al di fuori di esso, negli strati superiori, raffreddandolo e limitando così la produzione di neutrini, tipico sottoprodotto delle reazioni nucleari che avvengono nel centro del Sole.

Attraverso un adeguato studio dei neutrini (tutt’altro che semplice, vista la loro predisposizione naturale a non interagire quasi per nulla con la materia ordinaria) e l’elaborazioni di modelli che prevedano la presenza di materia oscura nel cuore del Sole, dovrebbe essere possibile farsi un’idea del ruolo che essa gioca nella fisica solare e capire fino a che punto può condizionare l’evoluzione di tutte le stelle

tratto da: http://www.gruppolocale.it/

La nuova tuta spaziale del futuro

Una nuova tuta spaziale per i futuri astronauti. Due designer di New York l'hanno presentata lo scorso venerdì a Manhattan davanti ad una folla di giovani artisti e di geek.


Si tratta di un luminoso abito giallo sormontato da un ampio casco spaziale, dotato anche di guanti di colori differenti, guanto blu per la mano destra e guanto nero per la mano sinistra.

Il guanto blu è stato progettato all'ingegnere moscovita Nikolay Moiseev, che lo ha dotato di una flessibilità senza precedenti, soprattutto nel metacarpo della mano. Il guanto nero, inventanto dall'artista e inventore Ted Southern, ha un design particolare, con singolo strato a base di uretano. L'auspicio futuro sarà quello di unire le due funzionalità differenti dei due guanti, dando vita al cosiddetto 'guanto metacarpo'.

Moiseev e Southern hanno unito i loro talenti già in passato, partecipando ad un concorso Nasa con un premio in palio di 100.000 $, ed assicurandosi il secondo posto nel Challenge 2009. Dopo la vittoria, hanno deciso di ampliare la loro partnership con il nome di Final Frontier Design, per progettare non solo un 'semplice' guanto ma anche una tuta spaziale.

Ed ecco allora da dove nasce la tuta. Grazie alle speciali chiusure, è molto semplice da indossare e richiede davvero poco tempo. È inoltre abbastanza leggera, permettendo così di muoversi con facilità.

Moiseev e Southern hanno cercato una comune filosofia progettuale: il primo fornendo le idee e le tecniche per la flessibilità e il movimento, e il secondo creando veri e propri pezzi tuta in nylon termosaldati ricoperti da laminare uretano.

Chissà se la vedremo presto addosso agli astronauti della Nasa.

tratto da: http://www.nextme.it/

Le sonde Voyager: 33 anni di passeggiate spaziali

Treantatre anni nello spazio. È la durata della missione Voyager 1 che, a oggi, conta 12.000 giorni tra pianeti e stelle. E allo stesso modo, anche il progetto Voyager 2 ha raggiunto 12.000 giorni proprio il 28 giugno di quest’anno. Entrambe le sonde spaziali sono gli oggetti creati dall’uomo più lontani nell’Universo.


Ma vediamo come tutto è iniziato. Voyager 1 ha lasciato il pianeta Terra il 5 settembre 1977. Nel momento in cui si scrive, ha percorso 14 miliardi di miglia. Solo nel marzo del 1979 ha sfiorato Giove, giungendo a quasi 217.000 miglia dalla superficie del pianeta regalando a quanti la seguivano osservazioni dettagliate sulle lune del gigante gassoso.

Ma anche Saturno è stato ripreso dal suo obiettivo. Nel novembre 1980, infatti, la sonda ha catturato le immagini note come 'Pale Blue Spot', grazie alle quali si sono potute acquisire nuove e interessanti informazioni riguardo alla sua atmosfera ed ai suoi anelli, nonché su Titano, la sua Luna gigante.

Nel suo viaggio di ritorno verso il sistema solare, l’astronomo Carl Sagan propose di orientare il suo obiettivo verso la Terra. Il nostro pianeta appare come un piccolo puntino sospeso nell’immensità dello spazio.

La sonda gemella Voyager 2, invece, ha il merito di aver osservato Urano e Nettuno, oltre a Giove e Saturno. Nei primi anni del 2005, Voyager 1 è giunta ad una distanza dal Sole pari a circa 94 volte di quanto non lo sia la Terra. Nei successivi 5 anni, la sonda è entrata nello spazio interstellare per scrutare i confini del sistema solare, incluso la Kuiper Belt. Questo viaggio la porterà lontano dal nostro pianeta almeno fino al 2020.

tratto da: http://www.nextme.it/

Fine della storia per il volto di Cydonia

La famosa "faccia di Cydonia" non smette mai di infiammare la fantasia del mondo intero. Non importa che sia già stato ampiamente dimostrato che l'immagine della Viking 1 mostra quello che sembra un volto solo per questioni di risoluzione e di illuminazione. Non bastano le foto scattate fino ad ora da HiRISE. La faccia di Marte è ancora di piena attualità.

Ma ecco che compare una recentissima foto di HiRISE che, si spera, porrà fine al dibattito: la faccia di Cydonia non è altro che una collina nel deserto marziano.

La prima immagine di questo post la foto più ravvicinata mai scattata del presunto volto marziano. Da quando, nel 1976, la Viking 1 scattò la famosa fotografia che portò la faccia alla ribalta, le speculazioni sono cresciute di giorno in giorno, e lievitate grazie alla vendita di numerosi libri che, cavalcando l'onda della cospirazione della NASA e dell'artefatto extraterrestre, hanno venduto milioni di copie.

HiRISE però mostra qualcosa di diverso. L'apparato a bordo del Mars Reconnaissance Orbiter, a circa 300 km dalla superficie marziana, mostra una formazione rocciosa, una collina con pareti ripide ed una cima relativamente piatta.

Il volto di Cydonia è un artefatto costruito da una civiltà extraterrestre? No, è solo una collina alta qualche centinaio di metri. Già lo si sapeva da almeno una ventina d'anni, anzi, era già stato ampiamente spiegato negli anni '80. Ma è risultato estremamente difficile persuadere chi ormai si era convinto dell'esistenza del volto di Marte.

La foto che generò il mito del volto di Cydonia fu scattata dalla Viking 1 durante la ricerca di un sito di atterraggio adatto a Viking 2.

"La foto mostra una collina erosa. La formazione rocciosa al centro, che sembra somigliare ad una testa umana, è creata da ombre che danno l'illusione di occhi, naso e bocca" spiegano dalla NASA. "Questa struttura è lunga 1,5 chilometri, con il sole che la comlpisce con un angolo di 20 gradi. L'apparenza dell'immagine è dovuta ad errori di elaborazione, ed enfatizzata dall'ingrandimento della foto."


tratto da: http://www.ditadifulmine.com/

Mistero: la scomparsa del fitoplancton nei nostri mari

Negli oceani di tutto il mondo si sta assistendo ad un inspiegabile e massiccio declino del fitoplancton. Il fitoplancton, organismi fotosintetici alla base della catena alimentare degli oceani, è diminuito del 40% rispetto agli anni '50, secondo lo studio di Daniel Boyce, ecologo marino il cui studio è apparso sulla rivista Nature.


Il fitoplancton costituisce circa la metà di tutti gli organismi vegetali del nostro pianeta. La sua scomparsa non solo minaccia gli ecosistemi marini, dagli animali più piccoli a quelli più imponenti, ma anche la stabilità del clima, e pone un serio rischio all'industria della pesca e alle risorse alimentari di alcuni Paesi del mondo.

"E' davvero difficile immaginare che il fitoplancton possa essere così importante, perchè la maggior parte delle persone non riesce nemmeno a vederlo" spiega Boyce. "E' microscopico e vive nei mari. Ma ogni cosa che accade al fitoplancton ha effetti sull'intera catena alimentare marina, incluso l'uomo".
Boyce ed i suoi colleghi hanno raccolto mezzo milione di misurazioni della salute degli oceani dai registri pubblici, a partire dal 1899, per avere un quadro completo del declino del fitoplancton.

Secondo i dati, nell'ultimo secolo il fitoplancton è scomparso al ritmo dell' 1% ogni anno in almeno 10 vaste regioni oceaniche. Il maggior declino si è verificato nelle aree attorno ai poli, vicino all'equatore ed in mare aperto. Il tasso di scomparsa è cresciuto dagli anni '50, con un declino totale del 40% da quel periodo. "E' davvero massiccio" dice David Siegel, scienziato marino dell' Università della California di Santa Barbara. "Sono abbastanza allarmato da quanto sia grande il dato".

Gli scienziati non possono ancora dire cosa stia causando la scomparsa su larga scala del fitoplancton, ma i dati sulla temperatura possono offrire un indizio. Il declino è stato peggiore in località in cui la superficie del mare si è riscaldata maggiormente. Un oceano più caldo limita la quantità di nutrienti che possono essere sfruttati dalle profondità marine alla superficie, nutrienti di cui il fitoplancton ha bisogno per sopravvivere.

Con meno fitoplancton nei nostri mari, il pesce ha meno cibo. Il declino di questi minuscoli organismi ha effetti sull'intera catena alimentare: i pescatori avranno meno pesce da pescare, e le economie basate sul mare ne risentiranno.

Il fitoplancton inoltre ha effetti sul clima, contribuendo ad assorbire calore e a convertire anidride carbonica.

tratto da: http://www.ditadifulmine.com/

giovedì 29 luglio 2010

La sonda Keplero scopre 140 pianeti simili alla Terra

La nostra galassia, la Via Lattea, è piena di pianeti simili alla Terra. Secondo le osservazioni e i dati forniti dalla sonda Keplero della Nasa, il numero di 'mondi' assimilabili per dimensioni al nostro pianeta sono molti più di quanto si pensasse: ben 140.


La sonda Keplero è stata inviata in orbita eliocentrica nel marzo 2009, proprio con la funzione di andare alla ricerca di pianeti simili alla Terra. A dare la notizia è stato uno dei ricercatori, che ha anticipato i risultati ufficiali durante una conferenza a Oxford: "I pianeti come la Terra ci sono, la nostra galassia ne è piena".

Un altro studioso, Dimitar Sasselov dell'Università di Harvard, intervenuto alla "TEDGlobal conference", ha mostrato un grafico che mostra la distribuzione di circa 265 pianeti esaminati da "Kepler". E di essi circa 140 sono stati classificati come "simili alla Terra".

Simili quanto? Si tratta di pianeti il cui raggio è inferiore al doppio di quello terrestre. Fino ad ora, la maggioranza dei pianeti extrasolari noti agli astronomi erano 'giganti gassosi', più simili a Giove, e non 'rocciosi', come la Terra e Marte.

Ma freniamo l'entusiamo. Questi pianeti sono simili alla Terra, innegabile, ma ciò non significa che in essi possiamo trovare le condizioni adatte alla vita. Fino a oggi, la Terra può conservare questo primato, che la rende unica.

tratto da: http://www.nextme.it/

Una vacanza alternativa sui laghi di...Titano

Il lago Ontario, il più grande bacino liquido dell’emisfero Sud di Titano, potrebbe diventare una meta esotica perfetta per le vostre vacanze. Sempre che siate in grado di sopportare temperature piuttosto “fredde” e che vi piaccia nuotare in una mistura di idrocarburi.



Recenti pubblicazioni concernenti le immagini riprese dalla sonda Cassini rivelano la presenza di spiagge, baie nascoste dove attraccare i panfili e deliziosi delta fluviali da guadare a piedi. Stiamo parlando dei numerosi laghi di Titano, che, oltretutto, mostrano evidenti cambiamenti stagionali sia in profondità che in dimensioni. Il ché permette di soggiornare nello stesso specchio liquido cambiando di volta in volta il panorama. Una vacanza emozionante, sempre che le agenzie di viaggio siano in grado di equipaggiarvi adeguatamente per la mancanza di ossigeno.


Al momento Titano è l’unico corpo del nostro sistema solare in cui si sia osservata la presenza di liquido in superficie. Ovviamente, a causa della temperatura estremamente bassa (90°K) il liquido è formato da metano, etano e propano. Il lago Ontario, con la sua superficie di circa 15000 kmq è molto simile all’omonimo lago terrestre tra Canada e Stati Uniti. Esso è stato analizzato in dettaglio durante svariati anni e si è vista la sua drastica riduzione di ampiezza (e di profondità) a causa dell’evaporazione del metano che ne è il principale componente. Ci si aspetta però un ritorno alle condizioni primitive con il ritorno dell’inverno titaniano dell’emisfero sud.

Questi cambiamenti di livello stagionali sono molto simili a quelli che capitano nella Valle della Morte in California, con grandi somiglianze anche nella topografia limitrofa. Scienziati della NASA hanno preparato un suggestivo filmato che mostra queste analogie

Un’immagine del lago Ontario di Titano ripresa dalla sonda Cassini il 12 gennaio del 2010

tratto da: http://www.astronomia.it/

Anche le piante pensano

Se credevate che la memoria fosse esclusivamente prerogativa umana, ecco dalla Polonia lo studio scientifico che vi farà ricredere: anche le piante immagazzinano informazioni, e sono capaci di rispondere ad esse.


Il risultato delle ricerche, riportato dalla BBC il 14 Luglio e pubblicato online su Plant Cell, dimostra infatti che le piante hanno un sistema di comunicazione interno che agisce pressappoco come quello nervoso centrale negli animali: ricevuto un impulso, l’informazione in entrata genera una serie di eventi a catena tali da produrre reazione successive in tutto il 'corpo'.

I ricercatori hanno messo a fuoco il comportamento di una Arabidopsis Thaliana sottoposta in piccola parte a raggi di luce, constatando in essa una reazione diffusa e non limitata alle foglie esposte.
Una volta sottratta alla luce hanno poi verificato la persistenza di tale effetto, a conferma dell’avvenuta costruzione di una memoria a breve termine della pianta stessa, "capace di ricordare - secondo quanto riportato dall’autore dello studio, Stanislaw Karpinski - i diversi eccessi di luce e utilizzare questa informazione per migliorare, ad esempio, il proprio sistema immunitario di conseguenza”.

Il “ricordo” ha inoltre valore sia in termini qualitativi che quantitativi; a seconda del tipo di esposizione le reazioni chimiche di difesa della pianta si sono infatti rivelate diverse. Il sistema di comunicazione interno che permette tutto questo agisce tramite particolari cellule, presenti in tutti i tipi di pianta, per mezzo di impulsi elettrici: nulla di particolarmente nuovo, se non in potenza.

L’osservazione di Karpinski mira pertanto a comprendere i meccanismi che stanno alla base di questi segnali chimici e quindi al funzionamento del sistema stesso: ciò consentirebbe l’ottimizzazione delle colture alimentari e in generale il benessere della flora intorno a noi.

“Supponiamo che una foglia giovane stia emergendo da una pianta - ha dichiarato William John Lucas, professore di biologia vegetale dell'Università della California-Davis e presidente del dipartimento di Biologia Vegetale - sarebbe interessante ch’essa fosse in grado di conoscere fin dall’inizio le condizioni climatiche e alimentari in cui crescerà”. Significherebbe in sostanza riconoscerle una capacità evolutiva volta a svincolare la propria esistenza dai mali dell’ambiente esterno, come i cambiamenti di luce, l’assenza d’acqua o le malattie di stagione.

tratto da: http://www.nextme.it/

Dei bambini colombiani filmano un ufo con il cellulare

Un video molto nitidio risalente all’8 Luglio sta facendo rapidamente il giro della rete. I media ne hanno preso visione soltanto alcuni giorni fa. Nel filmato, girato da un gruppo di bambini colombiani con il loro cellulare, si vede un ovni, il classico disco volante, sopra ad alcune case in un cielo abbastanza libero da nuvole. Ogni tanto nella base del disco compaiono delle luci bianche intermittenti.


Purtroppo il tutto dura solo 8 secondi, non ci sono punti di riferimento spaziali o temporali, e la veridicità del video non è stata ancora provata.

Voi potete farvi un'idea vedendo il video.



tratto da: http://www.ufoonline.it/

mercoledì 28 luglio 2010

UFO: una battaglia tra alieni avvistata nei cieli russi. E' ancora mistero

Una battaglia tra UFO nei cieli russi. Il 16 settembre 1989, al di sopra della cittadina portuale di Zaostrovka, si consuma uno dei più grandi avvistamenti della storia. In molti, secondo numerose testimonianze, ebbero la 'fortuna' di ammirare una lotta tra 6 dischi grigi. "Si muovevano in senso rotatorio e attaccavano un 7° disco dorato, che cercava di fuggire".


Dopodichè, da quanto si racconta, i 6 UFO fecero una brusca virata, raggiunsero velcomente una quota più alta, eppoi scesero di nuovo sotto i 5.000 piedi di quota, sparando "lampi di luce al 7° UFO, ancora impegnato a difendersi,nella fretta di fuggire".

Ma la strana battaglia coinvolse direttamente la città, perchè l’energia generata dai presunti UFO fu così forte da abbattere la centrale elettrica di Zaostrovka, che si ritrovò completamente al buio.

Infine, dopo vari attacchi, i 6 ebbero la meglio: colpirono l'altro disco con una specie di lampo. Così, pur rimanendo per qualche minuto sotto controllo, cercando un posto dove atterrare, sparì dietro una casa, a quasi 10 km dal porto cittadino, in un bog di una base militare ormai in disuso.

Secondo le indiscrezioni, inoltre, un gruppo di ricerca tornò sul posto l'anno dopo per osservare i resti del disco, ma la zona era già stata completamente ripulita. Dell'UFO non restava alcuna traccia. Una squadra militare aveva infatti isolato la zona prima dell’arrivo degli ufologi, come testimonia anche un ufficiale che riportò gravi ustioni e altri operai che avevano rimosso i rottami dell’UFO.

Ovviamente, la curiosità sul fatto rimase molto viva. Il mistero insoluto. Un aereo civile non autorizzato cercò di sorvolare il sito per cercare ancora qualche traccia, ma i suoi strumenti di bordo andarono in tilt, e fu costretto a rientrare. Dopo quest'episodio, l'intera base fu chiusa ed il suo perimetro oggi è controllato a vista.

tratto da: http://www.nextme.it/

Ricercatore italiano: gli Ufo arrivano dai buchi neri

Gli Ufo esistono, ma non sono certamente i dischi volanti protagonisti della fantascienza: non si tratta di «oggetti», ma di «getti non identificati», gigantesche quantità di materia (con una massa pari a quella del Sole) espulse dai buchi neri. Li descrivono, rende noto la Newsletter dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), due articoli firmati dall'astrofisico italiano Francesco Tombesi, che lavora negli Stati Uniti, alla Nasa. Una delle due ricerche è stata pubblicata sull' Astrophysical Journal e l'altra è in via di pubblicazione su Astronomy and Astrophysics. È la conferma di un fenomeno che per anni non si era mai riusciti a spiegare. I getti di materia, chiamati Ultra Fast Outflows (Ufo), osservati da Tombesi vengono espulsi quasi alla velocità da giganteschi buchi neri, che si trovano al centro delle galassie con nucleo attivo.


«È da qualche anno che se ne osservavano alcune evidenze - ha osservato Tombesi - ma molti astrofisici erano ancora scettici. Ora, grazie alla nostra analisi sistematica, per la prima volta siamo riusciti a mettere un punto fermo». Per arrivare a questo risultato, Tombesi ha analizzato lo spettro di galassie dal nucleo attivo distanti centinaia di milioni di anni luce dalla Terra, utilizzando i dati raccolti dal satellite Xmm-Newton dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa). Altri dati (in via di pubblicazione) provengono dal satellite giapponese Suzaku. I getti sono composti da plasma ionizzato: atomi di ferro ai quali sono stati strappati quasi tutti gli elettroni, fino a lasciarne uno o due appena, come fossero atomi d'idrogeno o di elio. L'interesse scientifico di questo fenomeno è notevole: «l'esistenza degli Ufo - ha osservato il ricercatore - ci permette di spiegare il cosiddetto feedback, cioè l'interazione fra il buco nero supermassiccio e la galassia ospite. La grande massa di materia e la loro altissima velocità, infatti, fanno sì che gli Ufo riescano a interagire con l'intera galassia ospite, e perfino a uscirne fuori».

tratto da: http://www.guardiamoa370.blogspot.com/

Ecco la prima Mappa Navigabile del Pianeta Marte!

A spasso fra i crateri, i vulcani spenti, i canyon e le rosse pianure polverose di Marte, non solo come semplici 'turisti spaziali' ma anche per aiutare la scienza a catalogare e studiare le meraviglie del pianeta rosso.


E' possibile grazie alla prima mappa dettagliata che copre tutta la superficie del pianeta. Il progetto nasce dalla collaborazione fra il Jet Propulsion Laboratory della Nasa , l'Arizona State University e Microsoft e si puo' accedere alla mappa gratuitamente attraverso il sito: http://beamartian.jpl.nasa.gov

In tutto sono 21.000 le immagini che compongono il mosaico dell'intera superficie marziana, realizzato dopo un lavoro durato otto anni grazie alle fotografie scattate dalla fotocamera Themis installata a bordo del satellite della Nasa Mars Odyssey lanciato nel 2001.

''Il gruppo che elabora le immagini fornite da Themis ha realizzato un prodotto spettacolare che costituisce una mappa base da qui a molti anni per gli scienziati che si occupano di Marte'' ha osservato uno degli scienziati del progetto Odyssey Jeffrey Plaut.

Nonostante vi siano altre mappe anche piu' dettagliate su singole aree di Marte questa appena diffusa e' la prima che copre l'intera superficie del pianeta rosso.

E' come se tutto il globo di Marte, spiegano gli esperti, fosse stato stirato e ora e' disponibile su un unico piano.

Si possono focalizzare i particolari fino a 100 metri di risoluzione. Il progetto permette sia di 'viaggiare' semplicemente, curiosando nei paesaggi di Marte ma anche di fornire un contributo all'esplorazione del pianeta esaminando e catalogando le strutture presenti sulla sua superficie.

''Alla base del progetto vi e' il proposito di rendere l'esplorazione di Marte accessibile, affascinante per tutti, e fornire un accesso facile alle immagini di Marte sia al pubblico sia agli scienziati'' ha osservato Philip Christensen, direttore del Mars Space Flight Facility.

Le nuove mappe, spiegano gli esperti, gettano le basi per nuovi studi sulla composizione dei minerali e sulla natura fisica dei materiali che emergono sul suolo di Marte e sono utili per selezionare i luoghi su cui puntare gli strumenti delle sonde che orbitano intorno al pianeta, nonche' per scegliere il sito di atterraggio del prossimo rover che la Nasa intende inviare su Marte, il Mars Science Laboratory , il cui lancio e' previsto per il 2011.
 
tratto da: http://www.ansa.it/

Asteroide potrebbe colpire la Terra nel 2182

Gli impatti tra asteroidi ed il nostro amato pianeta sembrano essere avvenuti con una certa regolarità: ogni 26-30 milioni di anni, occorrono estinzioni di massa che sembrerebbero legate ad eventi cosmici di proporzioni catastrofiche, come piogge di comete o di asteroidi.


Ed è di recente stato individuato un potenziale asteroide pericoloso: (101955) 1999 RQ36. Ha una possibilità su 1000 di colpire la Terra, e circa 1 su 500 che l'evento si verifichi nell'anno 2182.

"Le probabilità totali di impatto possono essere stimate a 0,00092, circa una su mille. Ma ciò che più sorprende è che circa la metà di questa probabilità corrisponde alla data 2182" spiega Maria Eugenia Sansaturio, dell' Università di Valladolid. La ricerca ha coinvolto anche scienziati dell' Università di Pisa, del Jet Propulsion Laboratory e dell' INAF-IASF di Roma.

L'asteroide '(101955) 1999 RQ36' è considerato un Potentially Hazardous Asteroid, con una certa possibilità di poter collidere con il nsotro pianeta per via della sua orbita. E' stato scoperto nel 1999 dal LINEAR (LIncoln Near-Earth Asteroid Research), ed ha il diametro di 510 metri. La sua orbita è stata monitorata costantemente dall' Osservatorio di Arecibo e dal Deep Space Network.

La sua orbita è ben nota grazie a 290 osservazioni ottiche e 13 misurazioni radar, ma c'è una certa incertezza sul suo percorso, dato che questo asteroide viene influenzato da quello che viene definito "effetto Yarkovsky". Questo disturbo gravitazionale modifica l'orbita di piccoli oggetti del Sistema Solare per via del fatto che, durante la loro rotazione, questi oggetti irradiano la radiazione assorbita dal Sole in diverse direzioni.

I modelli matematici hanno fornito dei possibili scenari tenendo conto dell'effetto Yarkovsky: fino al 2060, la divergenza dalle orbit di impatto è moderata; tra il 2060 ed il 2080 aumente, dato che l'asterode si avvicinerà alla Terra; dopo il 2080, aumenterà fino al 2162, per poi diminuire fino al 2182, anno più statisticamente probabile per una collisione.

In precedenza, la probabilità di un impatto era stata calcolata da Andrea Milani, dell' Università di Pisa, come non superiora allo 0,07%. La data dell'impatto era stata stabilita tra il 2169 ed il 2199.

"La conseguenza di questa complessa dinamica non è solo il calcolo della probabilità di un vasto impatto, ma anche che una procedura di deviazione dell'asteroide potrebbe essere attuata solo prima del 2080, più facilmente prima del 2060" afferma Sansaturio. "Se l'oggetto fosse stato scoperto dopo il 2080, la deviazione avrebbe richiesto una tecnologia attualmente non disponibile".

tratto da: http://www.physorg.com/

Impatto su Nettuno 200 anni fa

Duecento anni fa, una gigantesca cometa potrebbe aver impattato sulla superficie di Nettuno, il gigante gassoso blu ai confini del nostro Sistema Solare. Esaminando l'atmosfera di Nettuno grazie alle analisi dell'osservatorio spaziale Herschel, gli astronomi hanno trovato una distribuzione particolare del monossido di carbonio che suggerirebbe un impatto cometario.


La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Astronomy e Astrophysics il 16 luglio scorso.

Le comete lasciano tracce nell'atmosfera di giganti gassosi come Giove e Nettuno, sotto forma di tracce chimiche. E' possibile rilevare queste tracce dalle radiazioni che i pianeti emettono in direzione dello spazio.

Ed è proprio in questo modo che, ad esempio, gli scienziati del Max Planck Institute for Solar System Research hanno scoperto lo scorso febbraio forti indizi che suggerirebbero un impatto cometario su Saturno 230 anni fa. Seguendo lo stesso procedimento, è stato possibile esaminare anche la storia dell'atmosfera di Nettuno.

Le misurazioni sono state esegute dal PACS (Photodetector Array Camera and Spectrometer) di Herschel, strumentazione che ha permesso di studiare le radiazioni infrarosse di Nettuno. Esaminando l'atmosfera di Nettuno, costituita principalmente da elio e idrogeno, hanno scoperto una distribuzione insolita del monossido di carbonio, con concentrazioni superiori nella stratosfera rispetto alla troposfera.

"Le alte concentrazioni di monossido di carbonio nella stratosfera possono solo essere spiegate da un'origine esterna" spiega Paul hartogh, che si occupa del programma di analisi della chimica del Sistema Solare attraverso Herschel. "Normalmente le concentrazioni di monossido di carbonio nella troposfera e stratosfera dovrebbero essere le stesse, o diminuire con l'aumento dell'altezza".

Un impatto cometario spiegherebbe questa stranezza nell'atmosfera di Nettuno: il monossido di carbonio intrappolato nel ghiaccio della cometa si sarebbe distribuito nella stratosfera nel corso degli anni. "Dalla distribuzione del monossido di carbonio possiamo dedurre il periodo dell'impatto" afferma Thibault Cavalie. E si è giunti ad una data approssimativa di circa 200 anni fa.

Ma le analisi hanno sollevato un altro problema: se è vero che la strana distribuzione di monossido di carbonio (già nota da tempo su Nettuno) può essere spiegata da un impatto cometario, i dati hanno mostrato una maggiore concentrazione di metano rispetto a quanto ci si aspettasse. Si ipotizza che sia "nato" direttamente sul pianeta, e che si sia diffuso col tempo in tutta la stratosfera, ma saranno necessari ulteriori studi per confermare questa ipotesi.

tratto da: http://www.space.com/science

Un tramonto dalla ISS

Sedici "discese" del Sole, sedici tramonti infuocati sull'orizzonte terrestre: tanti ne vedono, ogni giorno, gli astronauti della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), a causa dell'elevata velocità orbitale (circa 28 mila chilometri all'ora) con cui viaggiano intorno al nostro pianeta. Nonostante l'elevato numero di crepuscoli, riuscire a fotografarne uno non è così semplice, ciascuno di questi spettacoli da lassù, dura appena qualche secondo. Grande tempismo quindi, ha avuto il cosmonauta che ha immortalato questo tramonto sull'Oceano Indiano. In arancione sopra al profilo scuro della Terra, la troposfera (fino a 20 chilometri sopra alla superficie della Terra) dove si concentra la maggior parte delle nuvole e precipitazioni. In rosa e bianco, la stratosfera (fino a 50 chilometri d'altezza), in blu l'alta atmosfera e in nero, infine, lo spazio profondo.


Guarda anche LA TERRA CON L'AUREOLA

tratto da: http://www.focus.it/

La Terra con l'aureola

Di tutti gli spettacoli osservabili dalla Stazione Spaziale Internazionale, quello dell'aurora australe (nella foto) è forse il più suggestivo. Questo ipnotico alone luminoso è stato fotografato durante una tempesta geomagnetica causata probabilmente da un'eiezione di massa coronale, un'espulsione di materiale dalla corona solare avvenuta il 24 maggio scorso. Le aurore di questo tipo si verificano quando gli ioni del vento solare si scontrano con gli atomi di ossigeno e azoto presenti nell'alta atmosfera. Gli atomi eccitati da queste collisioni, emettono luce di colori diversi, a seconda della lunghezza d'onda (tra i colori più comuni il verde, il rosso, ma anche il viola e il blu).

Guarda anche un tramonto dalla ISS

tratto da: http://www.focus.it/

Le strane bellezze del popolo dei Pokot

Fotografata dall'alto sembra appena sbucata da un cesto di vimini. Invece questa bimba sta semplicemente sfoggiando alcune delle decorazioni tradizionali in uso presso la sua popolazione, quella dei Pokot. Le donne di questo gruppo etnico diffuso tra Kenya e Uganda si adornano il collo con larghe collanine intrecciate con fibre di palma o altre piante locali. Il girocollo, impastato con ocra rossa e grasso animale, viene poi addobbato con bottoni e perline a seconda delle possibilità economiche di chi lo indossa (e soprattutto, del marito). Altre forme di cura dell'aspetto esteriore sono più dolorose e includono pratiche di scarificazione, come la rimozione degli incisivi centrali inferiori.

tratto da: http://www.focus.it/

Due astronauti russi in missione sull'ISS

Due astronauti a spasso per lo spazio. Hanno avviato una missione fuori dalla Stazione spaziale internazionale che durerà sei ore. Fyodor Yurchikhin e Mikhail Kornienko devono infatti sostituire "una telecamera utilizzata per monitorare l’attracco dei veicoli di trasferimento automatico", inviati dall’Agenzia spaziale europea.


Inoltre, secondo quanto riporta il centro di controllo dell'ISS, i cosmonauti hanno anche il compito di collegare il resto della stazione spaziale al modulo russo Rassvet, inviato a maggio come mini-laboratorio.
Chiamato anche 'MIM-1', il modulo Rassvet pesa circa 8 tonnellate e l'ISS lo ha ricevuto da uno shuttle in maggio. Servirà a "condurre una serie di esperimenti scientifici, specialmente in biotecnologia e scienza dei materiali", spiegano gli esperti.

Tuttavia, il compito prinicpale è collocare un’antenna wireless al di fuori del modulo Rassvet, dopodichè una telecamera per il sistema di attracco al suo esterno. "I due cosmonauti hanno iniziato a preparare ormai da settimane il piccolo modulo scientifico Rassvet", ha commentato infine un portavoce del centro di controllo alle porte di Mosca.

tratto da: http://www.nextme.it/

martedì 27 luglio 2010

Scoperta una nuova tomba Maya sigillata

Pervasa dall'odore della morte, colma di ciotole riempite con dita umane, con i resti di un bambino in parte bruciato e denti in cui erano incastonate pietre preziose, una tomba reale maya scoperta di recente sembra uscita da un film dell'orrore.


La camera funeraria perfettamente sigillata risalente a 1.600 anni fa, rinvenuta sotto una piramide nascosta dalla giungla in Guatemala, è ricca di tesori in oro ma anche di reperti a dir poco inquietanti, come notano gli studiosi che hanno lavorato agli scavi.


"La tomba era più protetta di Fort Knox", dice l'archeologo Stephen Houston della Brown University, che ha condotto gli scavi nell'antica città Maya El Zotz, completamente ricoperta dalla vegetazione.

Gli archeologi hanno trovato tra l'altro una sorta di “millefoglie”, in cui erano sovrapposti pietre piatte e ossa umane preservate nel fango, legni intagliati, stoffe e altro materiale organico.

"I manufatti di questa sepoltura reale potrebbero gettare luce sull'economia politica degli antichi re, ritenuti divini, che imponeva tributi e doni”, commenta Markus Erbel, antropologo della Vanderbilt University che non ha partecipato agli scavi.

Il capo della spedizione Houston aggiunge: "Si tratta di indizi su forme d'arte perdute."

Dita, denti, e punti cardinali

Gli archeologi hanno trovato tracce inquietanti già prima di raggiungere la tomba maya: vasellame rosso colmo di dita umane e mucchi di denti avvolti in materiale organico, forse foglie.

Le dita e i denti erano "forse alimenti o offerte simboliche da mangiare”, ipotizza Houston. "Sono presenti anche nel pane sacro dello Yucatan in Messico”.

Quel che resta di un bambino in parte bruciato è stato trovato in un altro recipiente al di sopra della tomba risalente a un periodo che va dal 350 al 400 d.C. I recipienti più vicini alla camera funeraria erano disposti come il cosmo maya: i quattro punti cardinali più il centro del mondo.







Danza macabra e sacrifici umani



Il gelo di un obitorio e l'odore di decomposizione hanno smussato l'euforia dei ricercatori nel momento in cui sono finalmente riusciti ad accedere alla tomba il 29 maggio scorso.
Gli archeologi hanno rinvenuto i resti di ben sei bambini, un ritrovamento inconsueto nelle sepolture maya. Vicino ai resti hanno trovato una lama di ossidiana ricoperta di residui rossi- presumibilmente sangue.

La disposizione dei resti suggerisce che i bambini, alcuni di essi lattanti, siano stati vittime di sacrifici rituali nel momento in cui la salma del re veniva deposta nella tomba.

Perché siano stati uccisi i bambini è un mistero, secondo Andrew Scherer, antropologo della Brown University che faceva parte della squadra di ricercatori.

La giovanissima età delle vittime suggerisce che il valore del loro sacrificio fosse accresciuto, agli occhi dei Maya, dal fatto che non fossero ancora persone fatte.

Secondo Houston, "almeno quattro dei bambini non erano ancora in grado di parlare né camminare, il che li rendeva creature alle soglie dell'esistenza umana".

Il ruolo del re nella sua sepoltura appare meno oscuro.

I ricercatori hanno trovato ornamenti adatti a tintinnare e scandire il ritmo, fatti di conchiglie e “battagli” fatti di denti di cane, messi intorno alla vita e alle gambe del re.

Sono gli stessi ornamenti raffigurati in danze rituali nei dipinti maya: ciò induce a pensare che nella cerimonia di sepoltura fosse stata data al re defunto la “parte” del danzatore, nonostante fosse affetto da artrite, come evidente dalle giunture e dalle ossa rinvenute.


La tomba del Re Tartaruga è una miniera d'oro

Il re sepolto, con i denti incastonati di gioielli e gemme, potrebbe essere - ipotizza Houston - il fondatore della dinastia El Zotz, nell'attuale regione di Petén in Guatemala.

Secondo la parziale decifrazione dei glifi sulle pareti della tomba, probabilmente si chiamava Tartaruga Rossa o Grande Tartaruga.

I ricercatori, che continuano a lavorare alla decodificazione dei geroglifici, si accingono a effettuare ulteriori analisi e a restaurare le stoffe e i manufatti della tomba.

"Questa tomba”, conclude Houston "potrebbe essere una miniera d'oro di informazioni."

Fonte: la Repubblica

Cercasi 'bombe ad orologeria' nello spazio per conoscere le supernove

La supernova è una stella che cessa di brillare; letteralmente ‘muore’ nel momento in cui la sua luminosità collassa in un buco nero estremamente denso. Perché alcune stelle esplodono nelle supernova rimane ancora un mistero insoluto e, a quanto sembra, più complesso del previsto.


Per cercare di approfondire le conoscenze su queste esplosioni cosmiche, gli astronomi sono alla ricerca di vere e proprie ‘bombe ad orologeria’, come definiscono gli addetti ai lavori le stelle in procinto di diventare supernova. Sebbene la difficoltà stia nella totale mancanza di luminosità.
L’attenzione degli studiosi si è rivolta verso un gruppo di supernove chiamato Type la sipernovas che, in astronomia, rappresenta il nucleo di interesse. Si sostiene che queste esplodano quando una stella pallida e densa (la nana bianca) raggiunge un certo limite di massa. Ogni nana bianca, erompendo in una Type la supernova, brilla alla sua stessa luminosità. Ciò permette agli astronomi di individuarle e di definire la loro distanza. Per questa ragione esse sono definite 'candele standard' (standard candles).

Ora, l’unico aspetto che rimane ignoto alla scienza è il motivo che porta le nane bianche ad esplodere una volta raggiunta una certa massa. A questo quesito stanno cercando di rispondere gli astronomi dell'Harvard-Smithsonian Center for Astronomers, tramite la loro portavoce Rosanne Di Stefano.

Gli esperti stanno cercando le nane bianche nello stadio immediatamente antecedente alla loro esplosione. In particolare, l’obiettivo della ricerca è rivolto a quelle che loro chiamano 'super-soft X-rays', ossia quelle stelle che vengono create nel momento in cui il gas di una colpisce la superficie dell'altra, provocando la fusione nucleare.

Tuttavia, al momento non pare vi siano stati progressi in ricerca. Laddove ci si aspettava di imbattersi in centinaia di super-soft X-rays, infatti, si è palesata solo una di queste stelle. La speranza di Di Stefano è di trovare dunque nuovi mezzi per giungere all’identificazione dei ‘progenitori’ delle Type la supernova.

tratto da: http://www.nextme.it/

Putin: nel 2015 una nuova base spaziale per la Russia

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"La Russia investirà 800 milioni di dollari in una nuova base spaziale" che sarà costruita vicino alla città di Uglesgorsk, nell’Amur, una regione della Russia orientale al confine con la Cina.


Lo ha annunciato oggi il premier russo, Vladimir Putin. Il progetto ha lo scopo di diminuire la dipendenza russa dal sito di lancio di Baikonur, in Kazakhstan. Il nuovo cosmodromo sarà utilizzato principalmente per i voli civili e sarà operativo nel 2015.

L'ex Leader russo ha inoltre aggiunto che "il governo, per finanziare l’inizio della costruzione dell’impianto che si chiamerà “Vostochny”, stanzierà 24,7 miliardi di rubli (809 milioni di dollari) per i prossimi tre anni".

Putin ha inoltre sottolineato che “il nuovo sito verrà utilizzato principalmente per i voli civili e che diventerà il primo cosmodromo nazionale riuscendo a garantire la completa indipendenza della Russia per le attività spaziali”. Il capo della agenzia spaziale federale, Anatoly Perminov Roscosmos, ha dichiarato che per realizzarlo “saranno impiegati almeno 30.000 specialisti”.

La Russia progetta di costruire una nuova generazione di navi spaziali che saranno utilizzate anche per i voli interplanetari e, in particolare, per un viaggio verso Marte. Gli ingegneri dovrebbero iniziare a progettare i siti delle rampe di lancio del Vostochny, il montaggio e il collaudo, già dal prossimo anno, mentre i lavori più grandi partiranno nel 2012.

tratto da: http://www.ufoonline.it/

Composti idratati sulla Luna, il nostro satellite si scopre vivo

Sulla Luna c’è un’enorme quantità di acqua, o meglio di gruppi ossidrilici legati all’interno di un minerale lunare – l’apatite – riportato Terra con una delle missioni Apollo. È quanto si legge sull’ultimo numero di Nature in un articolo firmato da ricercatori del California Institute of Technology (Caltech) e dell’Università del Tennessee.


Finora era opinione comune che la Luna fosse priva di materiali idratati, e invece non è così”, ha commentato Robert P. Sharp professore di Geologia e di geochimica del Caltech, e coautore del lavoro. Il campione di roccia basaltica oggetto della scoperta è stato raccolto nel corso della missione lunare Apollo 14 del 1971 e l’idea di effettuare questo particolare tipo di analisi è stata di Larry Taylor, professore dell’Università del Tennessee a Knoxville, che ha anche provveduto a inviare il campione al Caltech.

Presso l’istituto californiano il cristallo di apatite è stato analizzato per cercare tracce di idrogeno, zolfo e cloro utilizzando una microsonda ionica in grado di analizzare i grani di minerali più piccoli dello spessore di un capello umano.le analisi con questa tecnica hanno così dimostrato che, per quanto riguarda il contenuto di idrogeno, zolfo e cloro, l’apatite lunare è indistinguibile dallo stesso tipo di minerale raccolto sulla Terra.

Sulle quantità di composto presenti sulla Luna ovviamente non ci sono certezze ma solo stime approssimative. In primo luogo la percentuale in peso è assai bassa, pari a circa 1600 parti per milione, ovvero lo 0,16 per cento. Inoltre, l’apatite studiata non è affatto abbondante sulla Luna.

Nonostante ciò, la scoperta è ritenuta importate per migliorare la comprensione della composizione del suolo lunare e dei processi che hanno portato alla sua formazione.
“Questi risultati implicano che i processi geologici sulla Luna sono in grado di produrre almeno un composto idratato”, ha concluso Eiler. "Recenti osservazioni spettroscopiche della Luna hanno mostrato che l’idrogeno è presente sulla sua superficie, anche in forma di acqua ghiacciata. Ma in tal caso l’idrogeno avrebbe potuto arrivare dalle comete o con il vento solare. Questi ultimi risultati mostrano invece che l’idrogeno è lì fino dalle epoche primordiali della storia del nostro satellite.”

tratto da: http://www.lescienze.it/

Si dimette prete che vede Ufo nella Bibbia

Si è dimesso il prete 'guaritore' di Pianosinatico (in provincia di Pistoia), don Samuele Viti, dopo il richiamo del vescovo Mansueto Bianchi. Il parroco passava da guaritore capace di miracoli; dava interpretazioni 'ufologiche' delle Sacre scritture (''Gli angeli? Sono extraterrestri'', avrebbe detto). Il religioso impartiva preghiere di guarigione ai malati. Troppo, per la diocesi di Pistoia. Da qui il richiamo del vescovo Mansueto Bianchi. Addio quindi alle preghiere di guarigione con musiche, balli e svenimenti, con benedizioni e interpretazioni “ufologiche” delle Scritture, a cui partecipavano fedeli da tutta Italia, anche con pullman organizzati. La chiesa quindi ha pensato bene di metterlo ai margini, forse tradendo un atteggiamento troppo intransigente. Eppure non è il primo religioso che lega gli alieni alla dottrina cristiana.


"Alcuni aspetti della sua dottrina e della sua prassi pastorale suscitavano, da qualche tempo, riserve e perplessità, oltre che frequenti rimostranze da parte di non pochi fedeli". Così mons. Mansueto Bianchi, vescovo di Pistoia, in una lettera inviata alla comunità parrocchiale di Pianosinatico e Rivoreta (due frazioni del comune di Cutigliano, sulla Montagna Pistoiese). Letta durante le messe di questa mattina dal Vicario Generale mons. Paolo Palazzi, la comunicazione di mons. Bianchi si riferisce alle dimissioni dalle due parrocchie ("irrevocabili") di don Luciano Viti (noto come "padre Samuele"). "Ne ho preso atto", sottolinea il vescovo: "organizzeremo il servizio pastorale in modo che la vita delle vostre due comunità non abbia a soffrirne".

La comunicazione entra nel merito della vicenda. "Quando sia da parte del vescovo sia di istanze superiori - prosegue la lettera di mons. Bianchi riferita a don Viti - è stato richiamato a un insegnamento più corretto secondo la dottrina cattolica e a un comportamento pastorale più in linea con la disciplina ecclesiale emanata dalla Santa Sede, egli ha preferitocercare altrove spazi di libertà che, a suo giudizio, gli erano qui preclusi".

In pratica pare che don Viti si sia avvicinato a un fantomatico gruppetto "ortodosso", peraltro non riconosciuto dalla Chiesa ortodossa, che si caratterizza per una intensa attività carismatico-miracolistica nei confronti di persone con malattie a cui vengono praticate anche preghiere di guarigione. Il tutto comunque estraneo alla chiesa cattolica e anche aquella ortodossa.

"La scelta - scrive mons. Bianchi - è certamente dolorosa per lui, per voi e anche per me. Credo però che dobbiamo rispettare la sua libertà di coscienza e di scelta, pur ritenendola oggettivamente errata". Invitati i parrocchiani ad "accompagnare don Luciano con la vostra preghiera, come anch'io sto facendo, perché il Signore lo illumini e lo soccorra in una situazione tanto difficile e dolorosa per la sua vita", il vescovo Bianchi informa che ("in attesa di una soluzione definitiva") l'emergenza di queste settimane sarà affrontata, nelle due parrocchie, attraverso la collaborazione di sacerdoti e diaconi della diocesi. Per necessità urgenti e impreviste l'invito è di rivolgersi al Vicario foraneo, don Tommaso Rekiel, parroco di San Marcello, Gavinana e Mammiano.

La situazione di "padre Samuele" e dei suoi comportamenti pastorali (comprese attività di "guarigioni" e di "benedizioni" nonché interpretazioni "ufologiche" delle Scritture) era da tempo nota alle autorità ecclesiastiche non solo pistoiesi. Mesi fa il vescovo Bianchi aveva precisato, in un duro documento, l'assoluta mancanza di approvazione da parte della Chiesa circa i comportamenti pastorali del sacerdote. Nato a Viterbo nel 1962, don Viti ha studiato a Lugano per poi trasferirsi a Lucca e da li, nel 2006, essere incardinato nella diocesi di Pistoia.

tratto da: http://www.ufoonline.it/

Il fisico Seth Lloyd del MIT di Boston: "La macchina del tempo è più vicina".

Il sogno di andare e venire nel tempo, come i protagonisti di "Ritorno al futuro", potrebbe diventare realta'. A giustificare, almeno in via teorica, quello che da sempre e' stato uno dei viaggi piu' affascinanti per l'uomo e' ora la meccanica quantistica.


Secondo uno studio del fisico americano Seth Lloyd, riportato dal Daily Telegraph, la chiave sarebbe nel meccanismo di 'postselezione' del nuovo processo di calcolo conosciuto con il nome di Quantum computing, iter che oppone un calcolo 'parallelo' a quello 'seriale' tradizionale.

La teoria del professor Lloyd combina la postselezione con il 'teletrasporto' di particelle, gia' sperimentato con successo. La postselezione permetterebbe di invertire la freccia temporale: ed ecco che di fatto una particella potrebbe essere teletrasportata non solo nello spazio ma anche nel passato e nel futuro.

La postselezione in particolare, ovvero la scelta di un particolare stato quantico una volta avvenuto il teletrasporto che debba avere infinite possibilita' di accadere, eviterebbe quello che viene definito il "paradosso del nonno", ovvero il cambiamento di un'azione gia' avvenuta che - ad esempio - impedirebbe una nascita gia' in realta' avvenuta nel futuro.
 
tratt da: http://www.agi.it/

Lord Rees: sccoperta di pianeti Earth-line nel giro di pochi anni

Lord Martin Rees, professore di cosmologia e astrofisica della Cambridge University, crede che siamo prossimi alla scoperta di pianeti simili alla Terra, scoperta che avverrà probabilmente nei prossimi 3-20 anni da ora. Aggiunge tuttavia che per scattare le prime immagini di questi pianeti potrebbero servire più di 20 anni di ricerca.

Lord Rees sostiene inoltre che la necessità di esplorazioni umane dello spazio stia diminuendo a favore di nuove tecnologie robotiche. Durante la discussione tenutasi alla University of Cambridge, l'idea che è emersa è che le future esplorazioni umane di pianeti come Marte potrebbero somigliare più alle avventurose spedizioni sull'Everest o ai Poli che a missioni finanziate da governi come quella che ha portato l'uomo sulla Luna.

"Kepler ci dirà se pianeti simili alla Terra orbitano attorno ad altre stelle" ha affermato Rees. "Se c'è vita da qualche parte dell'universo, il posto più ovvio in cui guardare sarà un pianeta simile alla Terra. Sono sicuro che in due o tre anni scopriremo dalle osservazioni di Kepler che ci sono molti altri pianeti come il nostro che orbitano attorno ad altre stelle. Ma credo che ci vorranno circa 20 anni per ottenere un' immagine di un pianeta come questi".

E continua: "Se avranno o meno vita, non accetterei scommesse. La biologia è una materia molto più complicata dell'astronomia, e non sappiamo come la vita sia iniziata sulla Terra. Spero che in 20 anni potremo capirlo. Una volta compreso come la vita è iniziata qui, avremo un'immagine più chiara di come probabilmente si sia formata in altri ambienti, e dove si trovano i migliori posti del cosmo in cui cercarla".

Secondo Rees, è finita l'era delle costose spedizioni umane, spesso motivate più da ragioni politiche che da puri fini scientifici. "Gli atterraggi sulla Luna sono stati un impulso importante per la tecnologia, ma ci si deve chiedere se sia il caso di mandare di nuovo persone nello spazio. Penso che questa situazione diventi sempre più improbabile con gli avanzamenti nel campo della robotica e della miniaturizzazione. E' difficile vedere una ragione specifica per andare sulla Luna o mandare persone nello spazio. Spero che le persone oggi in vita possano camminare su Marte, ma penso che sarà fatto non per scopi pratici ma per gli stessi motivi per cui si è scalato l'Everest. Credo che il futuro dell'esplorazione umana dello spazio sarà all'insegna del taglio dei costi, programmi ad alto rischio forse anche finanziati in parte dall'industria privata".

Rees aggiunge una nota di ottimismo per il futuro delle scoperte scientifiche in campo astronomico: "Stiamo cercando di rispondere a domande scientifiche che non ci si era posti vent'anni fa, e tra 20, 40, 60 anni da ora sono sicuro che i problemi che gli scienziati si troveranno ad affrontare saranno cose che nemmeno possiamo concepire oggi. Le domanda alla quale vorrei trovare una risposta è se ci sia vita nello spazio e come sia iniziata. E' una domanda che avrebbe affascinato Darwin e Galileo".



tratto da: http://www.physorg.com/

Cratere di meteorite scoperto con Google Earth da ricercatori Italiani

Un cratere da impatto incontaminato è stato scoperto in una remota area del deserto del Sahara grazie alle immagini di Google Earth. Ha un diametro di 45 metri, una profondità di 16, e si ritiene sia stato creato qualche migliaio di anni fa.


Il cratere, chiamato Kamil, è stato probabilmente formato dall'impatto con un meteorite ferroso. E' stato scoperto da un italiano, Vincenzo de Michele del Museo civico di Storia Naturale di Milano, nel 2008, attraverso l'analisi delle immagini di Google earth.

Un team di ricercatori, guidati da Luigi Folco, curatore dei meteoriti del Museo Nazionale dell'Antartide dell' Univeristà di Siena, ha scoperto che il cratere era già stato individuato da immagini satellitari scattate nel 1972, ed ha visitato il sito riportando il rapporto sulla rivista Science.

Il bordo del cratere è alto tre metri, ed è circondato da raggi di materiale colorato che è stato emesso dall'impatto. Folco sostiene che i "crateri a raggi" sono estremamente rari sulla Terra, ma molto comuni su Marte o sulla Luna, dove l'atmosfera rarefatta permette pochi processi atmosferici di erosione, processi che sul nostro pianeta contribuiscono a cancellare i raggi.

Gli scienziati hanno fatto visita al sito nel 2009, confermando la scoperta, e sono tornati sul luogo dell'impatto nel febbraio 2010. Durante le due spedizioni hanno scoperto oltre 5000 pezzi di meteorite, per un peso totale di 1,7 tonnellate, e stimato le dimensioni originali del meteorite: 1,3 metri per un peso di 5-10 tonnellate. Il bolide avrebbe colpito la Terra alla velocità di 3,5 chilometri al secondo, velocità che avrebbe fatto vaporizzare gran parte del meteorite.
Il cratere è così ben conservato da poter fornire preziosissime informazioni sugli impatti di piccola portata. Ci sono solo 176 crateri da impatto confermati sulla Terra, ma la maggior parte viene cancellata velocemente, e solo 15 di essi sono inferiori ai 300 metri di diametro.

Il nuovo cratere aiuterà gli scienziati a valutare il rischio degli impatti da piccoli meteoriti, che si verificano ogni 10-100 anni, mentre la maggior parte di questi bolidi non raggiunge nemmeno la superficie del pianeta.

Il team ha anche analizzato campioni di terreno e di vetro formatosi dalla fusione della sabbia alle alte temperature generate dall'impatto. Si spera che si possa determinare con precisione l'età dell'evento, stimata attualmente a non oltre 5000 anni fa.

tratto da: http://www.ditadifulmine.com/

Colorare i tetti di bianco può contribuire a raffreddare le nostre città

Possono dei tetti colorati contribuire a tagliare le emissioni di anidride carbonica? Si, secondo il Lawrence Berkeley National Laboratory. L'idea è vagata per gli ambienti accademici da anni, ma solo ora un nuovo studio sembra dare dimostrazione di quanto i colori chiari possano contribuire a creare edifici a basso impatto ambientale.


Non solo: colorare i tetti di bianco taglierebbe le emissioni di anidride carbonica, e contribuirebbe a rendere le nostre città più fresche, raffreddando in piccola parte il mondo intero.

I tetti bianchi riflettono molta più luce di tetti colorati con tinte scure. Se l'edificio è provvisto di aria condizionata, si risparmierebbe anche sulla bolletta, dato che i condizionatori potrebbero lavorare di meno.

Un tetto nero, oltre che innalzare la temperatura di edifici e città, ha anche un'effetto meno noto: riscalda l'atmosfera, irradiando energia che viene assorbita dalle nubi più basse e rimane intrappolata dall'effetto serra, contribuendo al riscaldamento globale.

Il Segretario dell' Energia americano Steven Chu ha annunciato una serie di iniziative del Dipartimento dell' Energia per implementare le tecnologie di raffreddamento dei tetti degli edifici federali. "Avere tetti freddi è uno dei modi più veloci e meno costosi per ridurre l'emissione di anidride carbonica ed iniziare il difficile lavoro di rallentamento del cambiamento climatico globale" spiega Chu. "Dimostrando i benefici di tetti freddi nei nostri edifici, il governo federale può guidare la nazione verso edifici più sostenibili, riducendo l'impronta ecologica federale e facendo risparmiare soldi ai contribuenti".
I Berkeley Lab hanno esaminato attraverso le strumentazioni della NASA l'impatto che i tetti bianchi potrebbero avere sul clima mondiale. Per l'estate dell'emisfero nord, hanno calcolato che l'introduzione di tetti e pavimentazioni riflettenti potrebbero compensare per 57 gigatonnellate di anidride carbonica (1 gigatonnellata equivale a 1 miliardo di tonnellate), il doppio delle emissioni mondiali di anidride carbonica nel 2006, nell'arco di due anni.

"Due anni di compensazioni delle emissioni è molto" sostiene Hashem Akbari, co-autore dello studio, "ma paragonato a cosa dobbiamo fare, è solo pezzettino del problema. Abbiamo riversato anidride carbonica nell'atmosfera per gli ultimi 200 anni come se non ci fosse un futuro".

Art Rosenfeld, fisico del Berkeley Lab che aveva già effettuato uno studio nel 2008 assieme a Akbari, afferma che "se tutti i tetti urbani adatti allo scopo, dai tropici alle regioni temperate, fossero convertiti al bianco, compenserebbero per 24 gigatonnellate di anidride carbonica, ma una tantum. Comunque, se consideriamo che i tetti rimangono in piedi per un periodo medio di 20 anni, possiamo calcolare un tasso annuo di 1,2 gigatonnellate per anno. Questa compensazione coprirebbe le emissioni di 300 milioni di automobili in 20 anni!".

Lo studio si basa sulla colorazione dei tetti e della pavimentazione tale da fornire un albedo (il potere riflettente di una superficie) di rispettivamente 0.25 e 0.15. Questo significa che i tetti neri (con albedo 0) non dovranno essere rifatti da zero con materiali e vernici di bianco puro (con albedo 1), ma solo colorati con colori più chiari.

I tetti e le pavimentazioni stradali costituiscono il 50-65% delle aree urbane, ed assorbono calore, rendendo le città più calde rispetto alle aree rurali circostanti.

Di certo colorare i tetti non è il metodo risolutivo per ridurre il riscaldamento globale: si prevede che, se le emissioni di anidride carbonica non dovessero rallentare, il globo si riscalderà di circa 3°C nei prossimi 40-60 anni.

La colorazione dei tetti e delle superfici urbane potrebbe contribuire ad un abbassamento pari a 0,01°C, contro i 0,05°C annui necessari per mantenere la temperatura attuale fino ai prossimi 60 anni.

Ma di certo aiuterebbe a risparmiare un po' di energia, e a rendere le nostre città più vivibili.

tratto da: http://www.ditadifulmine.com/2010/07/cratere-di-meteorite-scoperto-con.html

UFO, “getti volanti” identificati

Gli Ufo? A osservarli, questa volta, non è stato un patito di fantascienza dall’immaginazione galoppante, bensì un astrofisico di quelli seri, Francesco Tombesi, un giovane ricercatore italiano che lavora alla Nasa. Il quale, in ben due articoli scientifici su riviste altrettanto serie e prestigiose (uno è appena stato pubblicato su ApJ, l’altro lo sarà fra poco su A&A), conferma in modo inequivocabile l’esistenza di un fenomeno che ha visto per anni la comunità scientifica piuttosto perplessa. Il fenomeno in questione, sia chiaro, non è quello degli «oggetti volanti non identificati». Certo, gli Ufo scoperti da Tombesi «volano» (quasi alla velocità della luce) e fino a oggi erano stati solo parzialmente «identificati», ma non sono «oggetti», bensì «getti». Gli Ultra Fast Outflows, ecco spiegato l’acronimo Ufo, sono infatti getti ultrarapidi di materia altamente ionizzata, espulsi a decine di migliaia di chilometri al secondo dai buchi neri supermassicci che si trovano al centro delle galassie con nucleo attivo.

«È da qualche anno che se ne osservavano alcune evidenze», dice Tombesi, «ma molti astrofisici erano ancora scettici. Ora, grazie alla nostra analisi sistematica, per la prima volta siamo riusciti a mettere un punto fermo. E a dimostrare l’esistenza del fenomeno». Per arrivare a questo risultato, Tombesi e i suoi colleghi hanno compiuto un’analisi spettrale dei dati provenienti da campioni molto ampi di AGN, galassie dal nucleo attivo distanti centinaia di milioni di anni luce dalla Terra. Dati provenienti dai cosiddetti «radio-quiet AGN» raccolti dal satellite XMM-Newton dell’Esa (descritti nell’articolo in corso di pubblicazione su Astronomy & Astrophysics), e dati provenienti dai «radio-loud AGN», osservati invece dal satellite giapponese Suzaku (i risultati sono stati pubblicati sull’ultimo numero di Astrophysical Journal).
Entrambe le analisi confermano che gli Ultra Fast Outflows sono venti di materia a velocità molto elevate (viaggiano tipicamente a 30mila chilometri al secondo, ma possono arrivare fino a un terzo della velocità della luce), di massa enorme (l’equivalente di una massa solare all’anno), provenienti dai dischi di accrescimento che stanno attorno ai buchi neri supermassicci, quelli che si trovano appunto al centro degli AGN. La materia che li compone è anch’essa particolare: si tratta di getti di plasma estremamente ionizzato, identificabile osservando le righe di assorbimento del ferro. Atomi di ferro, dunque, ai quali sono stati strappati quasi tutti gli elettroni, fino a lasciarne uno o due appena, come fossero atomi d’idrogeno o di elio. Da qui il nome delle due classi di questi particolari ioni di ferro, hydrogen-like o helium-like. Non solo: la spaventosa velocità di espulsione fa sì che, quando questi venti sono spinti dall’emissione X dei buchi neri in direzione della Terra, la lunghezza d’onda dell’emissione appaia contratta. Generando così uno «spostamento verso il blu», il blueshift, rispetto al più comune redshift osservabile nelle sorgenti che si allontanano da noi.

Un fenomeno peculiare, dunque, ma anche di estremo interesse scientifico, spiega Tombesi: «L’esistenza degli Ufo ci permette di spiegare il cosiddetto feedback, cioè l’interazione fra il buco nero supermassiccio e la galassia ospite. La grande massa di materia e la loro altissima velocità, infatti, fanno sì che gli Ufo riescano a interagire con l’intera galassia ospite, e perfino a uscirne fuori».

Il lavoro di ricerca di Tombesi sugli Ufo, culminato in questi due articoli, è iniziato durante il suo dottorato, svolto in Italia presso l’INAF-IASF Bologna e il Dipartimento d’astronomia dell’Università di Bologna sotto la supervisione, rispettivamente, di Massimo Cappi e Giorgio Palumbo, e terminato lo scorso aprile. Poi, il trasferimento a Greenbelt (Maryland, Usa), presso il Goddard Space Flight Center della Nasa, dove Tombesi ha una borsa postdoc.
I due articoli scientifici sul web:

“Discovery of ultra-fast outflows in a sample of Broad Line Radio Galaxies observed with Suzaku”; Tombesi, F., Sambruna, R.M., Reeves, J.N., Braito, V., Ballo, L., Gofford, J., Cappi, M., & Mushotzky, R.F. 2010, arXiv:1006.3536 .

“Evidence for ultra-fast outflows in radio-quiet AGNs: I – detection and statistical incidence of Fe K-shell absorption lines”; Tombesi, F., Cappi, M., Reeves, J.N., Palumbo, G.G.C., Yaqoob, T., Braito, V. & Dadina, M. 2010, arXiv:1006.2858 .


tratto da: http://centroufologicotaranto.wordpress.com/

lunedì 26 luglio 2010

Un buco nero senza direzione...

L’immagine qui riprodotta mostra gli effetti di un buco nero che ha già sperimentato almeno due imponenti “cambi di direzione”: già, poiché il suo asse di rotazione punta in una direzione diversa rispetto al passato. L’immagine in banda ottica è presa dalla Sloan Digital Sky Survey, ed è centrata su una radio galassia di nome 4C+00.58. A questa sono sovrapposte le immagini acquisite in banda X (in color oro, dalla sonda Chandra) e nel regime delle onde radio (in blu, dal Very Large Array)


La cosa interessante è che al centro di 4C+00.58 si trova un buco nero supermassivo che sta risucchiando a se una grande quantità di gas. Il gas in caduta verso il buco nero forma una struttura a disco, che a sua volta genera delle imponenti forze elettromagnetiche, capaci di convogliare parte del gas in strutture collimate ad alta velocità, i cosiddetti jet radio.

Le immagini in banda X mostrano anche quattro differenti “cavità”, ovvero regioni caratterizzate da una emissione in banda X più bassa della media, che si distribuiscono intorno al buco nero (la foto è stata trattata opportunamente, in modo che le cavità si potessero vedere bene).

Proprio qui viene il bello: secondo lo scenario proposto da un recente studio, l’asse di rotazione del buco nero una volta era diverso, ossia correva su una linea diagonale che partendo dalla regione in alto a destra si prolungava nella zona in basso a sinistra. Dopodichè però successe che la galassia si “scontrò” con un’altra galassia, più piccola (vi sono evidenze di questo dalle informazioni che ci giungono nella banda ottica).

Come conseguenza dell’impatto, si generò un nuovo jet che portava via il gas, a formare appunto le cavità #1 e #2. A seguito di questi notevoli cambiamenti anche l’asse di rotazione del buco nero cambiò direzione, e i jet si spostarono di conseguenza, andando ad estrarre materiale da due diverse zone, le cavità #3 e #4. Ecco il perché di ben quattro cavità, e non due, corrispondenti ai lobi del jet !

La storia non finì qui però, perché si rileva un ulteriore spostamento dell’asse del buco nero, probabilmente dovuto alla fusione con il buco nero nella galassia più piccola, oppure soltanto al materiale in caduta continua sul buco nero stesso.
Insomma, è la tormentata storia di un buco nero senza direzione.. o meglio, con troppe direzioni diverse!

tratto da: http://www.gruppolocale.it/

Stonehenge di legno sbalordisce ed entusiasma gli archeologi

Gli archeologi dell' Università di Birmingham hanno compiuto una scoperta eccezionale: un secondo cerchio nei pressi di Stonehenge, descritto come la scoperta più entusiasmante nel mondo dell'archeologia degli ultimi 50 anni.


E a circa 900 metri in direzione nord-ovest rispetto al celebre complesso di Stonehenge. Utilizzando strumentazioni in grado di penetrare nel terreno come raggi-X, gli archeologi hanno scoperto un cerchio di obelischi di legno, costruito oltre 4200 anni fa.

Vince Gafney, professore dell' Università di Birmingham e leader del progetto, ha definito la scoperta "eccezionale". Le immagini mostrano due entrate da nord-est e nord-ovest, e all'interno del cerchio una collinetta di sepoltura apparsa posteriormente al cerchio.

"Quando lo si vede con gli occhi di un archeologo, quel monumento sembra l'equivalente ligneo di Stonehenge" afferma Gaffney. "Dalla struttura generale, possiamo ipotizzare che risalga al periodo in cui Stonehenge emergeva. Questo è probabilmente il primo monumento cerimoniale maggiore scoperto nei passati 50 anni. E' estremamente interessante ed eccezionale, inizia a darci una differente prospettiva del territorio".

Le ipotesi sul perchè questo cerchio sia stato costruito continueranno per anni, ma diversi esperti ritengono possa essere stato un cimitero per circa 500 anni dal momento della sua costruzione.

Il nuovo complesso circolare è composto da 24 obelischi di legno, ciascuno di 75 centimetri di diametro e alti probabilmente 8 metri. Il cerchio era circondato da un fossato, e contenteva un cumulo al suo interno.

La scoperta è stata possibile grazie a radar in grado di penetrare il terreno, a sistemi di imaging elettrici e resistivi, e alla magnetometria.

"Circa il 90% del territorio di Stonehenge è sconosciuto. La nostra ricerca colmerà le lacune che abbiamo sul sito" spiega Gaffney. "La scoperta cambierà sostanzialmente il modo in cui concepiamo il territorio attorno a Stonehenge".

tratto da: http://www.ditadifulmine.com/

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