Panoramica:

mercoledì 31 marzo 2010

Il Bigfoot rimane una leggenda...per ora

Posted by GUARDIAMO A 370° 19:16, under ,, | No comments

WASHINGTON - Il Bigfoot, la creatura scimmiesca che secondo la leggenda vive nelle foreste del nord America, è destinato a rimanere una figura mitologica. Almeno per ora. Mercoledì due statunitensi, Matthew Whitton e Rick Dyer, avevano dichiarato di aver trovato i resti di un Sasquatch - così i nativi americani chiamano lo scimmione - durante un escursione nel nord della Georgia. Il test del Dna ha però dato esito negativo. «Uno dei campioni esaminati appartiene a un essere umano e l'altro (al 96%) è di un opossum, un tipo di marsupiale grande come un gatto», ha dichiarato Curt Nelson, uno scienziato dell'Università del Minnesota.
«UNA GRANDE BUGIA» - Ovviamente ora i media americani accusano Whitton e Dyer di aver costruito sul «Bigfoot» (letteralmente: grande piede) una «Big lie» (grande bugia) e sottolineano che i due sono co-proprietari di un'azienda che vende cappellini e magliette del Sasquatch. Di più. Contestano loro di aver organizzato perfino una conferenza stampa ufficiale e di aver diffuso immagini dove si intravede la testa di uno scimmione e parti di un corpo, conservati in quello che sembra un congelatore. Nonostante tutto, comunque, Whitton e Dyer hanno raggiunto il loro scopo. La notizia è stata ripresa a livello mondiale, dall'Australia all'Europa. E c'è ancora chi insiste. Tom Biscardi, un presentatore di una radio online che ha organizzato la conferenza stampa di Palo Alto ora contesta i risultati del test scientifico. Secondo lui i campioni potrebbero essere stati prelevati in modo «non corretto» ed essere stati «contaminati», quindi chiede un'autopsia.
Fino a quando durante l'attesa conferenza Matthew Whitton e Rick Dyer, supportati da Tom Biscardi, un illustre cacciatore di Bigfoot, hanno finalmente presentato le loro prove. Oltre alle immagini, le stesse poco credibili circolate nei giorni scorsi online, i tre hanno tirato fuori quello che per loro è una prova inconfutabile. Una mail. Proveniente dall'Università del Minnesota, la lettera certifica i risultati dei test condotti sul dna dell'animale ritrovato. Dei tre esempi di dna inviati agli scienziati uno apparterrebbe ad un umano, l'altro ad un opossum e il terzo, per motivi tecnici, non è stato analizzato. Questo basterebbe ai tre ad affermare che la creatura è autentica ma scienziati e studiosi ribadiscono che è un incredibile falso. Tutto quello che ci vuole insomma per movimentare le cronache estive.

tratto da: http://www.ansa.it/

martedì 30 marzo 2010

Buchi neri nascosti dalle polveri dopo le collisioni

I buchi neri supermassicci trovati al centro di galassie distanti subiscono un enorme incremento delle dimensioni come risultato delle collisioni galattiche, secondo una nuova ricerca degli astronomi Yale University e dell’Università delle Hawaii i cui risultati sono riportati su Science Express, la versione online della rivista Science.

Quando le galassie ricche di gas dell’universo distante collidono, il buco nero al suo centro viene incanalato verso il centro di quella fusione cosmica.

probabile alieno fotografato a Sarego nei pressi di un cantiere edile?

ARTICOLO DI REDAZIONE

secondo noi è un falso di qualche burlone, ma abbiamo voluto pubblicarlo lo stesso...
A voi giudicare

tratto dal nostro canale youtube: http://www.youtube.com/guardiamoA370 

lunedì 29 marzo 2010

Trovato un sistema di due buchi neri in rotazione


Trovare un ago in un pagliaio può anche sembrare semplice, in confronto all’arduo compito di rintracciare due buchi neri molto simili in orbita stretta attorno ad una galassia lontana…
Gli astronomi del National Optical Astronomy Observatory (NOAO) a Tucson hanno trovato quel che appare come un sistema di due buchi neri di grande massa, orbitanti intorno al centro di una galassia: in effetti era già stato ipotizzato che un sistema di tale tipo potese esistere; tuttavia si è reso necessario una tecnica di ricerca innovativa, condotta in maniera sistematica, per riuscire a trovare un esempio di tale rara configurazione.

domenica 28 marzo 2010

Ultime su El Niño


I recenti dati sull’altezza del mare ottenuti dall’European Ocean Surface Topography Mission / Jason-2, il satellite oceanografico della NASA, mostrano un indebolimento degli alisei. Crediti: NASA/JPL Ocean Surface Topography Team.

 Si può giustamente dire che El Niño tra il 2009 e il 2010 ci sta facendo trattenere il respiro. I recenti dati sull’altezza del livello del mare ottenuti dal European Ocean Surface Topography Mission/Jason-2, satellite oceanografico della NASA, mostrano che, su grande scala, un sostanziale indebolimento degli alisei nella parte occidentale e centrale del Pacifico equatoriale a partire dalla fine di gennaio e per tutto il mese di febbraio hanno provocato un altra forte ondata di acqua calda in direzione est, nota come l’onda di Kelvin. Ora nella regione centrale e occidentale del Pacifico equatoriale l’onda calda appare come un’area vasta con un’altezza della superficie del mare maggiore rispetto al normale compresa tra i 150 gradi e i 100 gradi di longitudine ovest e con una temperatura più alta di quelle standard che si registrano sulla superficie del mare.

All’interno della Grande Macchia Rossa di Giove


Due immagini della Grande Macchia Rossa su Giove. Quella di sinistra, la più recente, mostra dettagli mai visti prima. Cortesia: ESO.


Nuove immagini ottenute con il Very Large Telescope dell’ESO (European Sourthern Observatory) e con altri telescopi terrestri estremamente potenti, mostrano dei vortici di aria più calda e regioni più fredde mai viste prima all’interno della Grande Macchia Rosa di Giove, ricavando la prima mappa climatica dettagliata dell’interno del gigantesco sistema temporalesco che permette di legare la temperatura, i venti, la pressione e la composizione con il colore della Macchia.

“Questa è la nostra prima osservazione dettagliata dell’interno del più grande temporale del Sistema Solare” afferma Glenn Orton, che guida il gruppo di astronomi che hanno compiuto lo studio. “Un tempo pensavamo che la Grande Macchia Rossa fosse un banale e vecchio ovale quasi completamente privo di struttura, ma questi nuovi risultati mostrano che è, in effetti, estremamente complicato“.

Un esopianeta temperato


Una immagine che vuole dare l’idea del transito del nuovo esopianeta scoperto, Corot-9b, davanti alla sua stella. Fonte ESO.


Dalla combinazione di immagini prese dal satellite CoRoT e dallo strumento ESO HARPS, gli astronomi hanno scoperto il primo esopianeta “normale” che si può studiare in grande dettaglio. Chiamato Corot-9b, il pianeta passa periodicamente davanti alla sua stella, molto simile al nostro Sole, che si trova ad una distanza di circa 1500 anni luce di distanza da noi nella Costellazione del Serpente.

venerdì 26 marzo 2010

Il telescopio Hubble conferma una importante teoria di Einstein

La relatività generale e l'accelerazione dell'espansione dell'universo previste da Albert Einstein sono state confermate dalla più vasta osservazione mai condotta, nella quale il telescopio spaziale Hubble, di Nasa e Agenzia Spaziale Europea (Esa). La scoperta, pubblicata sulla rivista Astronomy and Astrophysics, si deve allo studio internazionale coordinato dall'astronomo Tim Schrabback, dell'università olandese di Leida.

Confermata una delle teoria di Einstein - "I nostri risultati confermano che nell'universo c'è una fonte di energia sconosciuta che sta provocando l'accelerazione dell'espansione cosmica, spingendo lontano la materia oscura, come aveva previsto la teoria di Einstein"

Grandi stelle e campi magnetici

Da tempo gli astronomi sanno che i campi magnetici sono fondamentali nella formazione delle stelle di piccola massa come il nostro Sole. Il sospetto era che questa azione così importante fosse presente anche per le stelle più massicce, ma mancava la prova. Grazie alle osservazioni radioastronomiche del team di Wouter Vlemmings (Università di Bonn), però, sembra proprio che ora queste prove siano finalmente arrivate.




Per determinare la struttura tridimensionale del campo magnetico di una grande stella in formazione, i ricercatori hanno utilizzato MERLIN (Multi-Linked Radio Interferometer Network), la rete di sette radiotelescopi distribuiti intorno al Regno Unito controllata dall'Osservatorio di Jodrell Bank. La stella presa di mira da Vlemmings e collaboratori è Cepheus A HW2, una massiccia protostella distante 2300 anni luce appartenente alla regione di formazione stellare Cepheus A. Precedenti osservazioni avevano rivelato la presenza di un disco di gas i cui materiali cadevano verso HW2. Le nuove osservazioni hanno permesso di scoprire che, nonostante questo massiccio trasferimento di materia, il campo magnetico è sorprendentemente regolare, chiara indicazione che è proprio il campo magnetico a fare da controllore del processo.

giovedì 25 marzo 2010

Svelato il mistero degli anelli di Saturno: sono di ghiaccio d'acqua !

Gli spettacolari anelli di Saturno sono composti soprattutto da acqua ghiacciata. Lo dimostra uno studio pubblicato su Science al quale ha partecipato anche l'Italia con Gianrico Filacchione dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf).


La ricerca, coordinata dal Centro Ames della Nasa, si basa sui dati inviati dalla sonda Cassini, frutto della collaborazione fra Nasa, Agenzia Spaziale Europea (Esa) e Agenzia Spaziale Italiana (Asi).

Grazie a queste informazioni e' stato possibile ricostruire per la prima volta struttura, composizione, evoluzione e dinamica degli anelli di Saturno. E' emerso, per esempio, che le particelle degli anelli principali (chiamati A e B) sono costituite per il 90%-95% di ghiaccio d'acqua, mentre quelle dell'anello C e della Divisione di Cassini sono contaminate probabilmente da carbonio e silicati di origine meteoritica.
Uno dei principali misteri degli anelli di Saturno, spiegano Asi e Inaf, è che le analisi agli infrarossi indicano che gli anelli sono composti di ghiaccio d'acqua puro, senza tracce di altri componenti, come anidride carbonica, ammoniaca o metano (osservati invece in piccole percentuali sulle lune ghiacciate di Saturno).

Le analisi condotte nella luce visibile, invece, mostrano degli anelli ''arrossati'', diversi dal colore blu-bianco tipico del ghiaccio d'acqua. Dall'analisi condotta da Filacchione risulta che il grado di arrossamento degli anelli e' strettamente legato con l'intensita' delle bande del ghiaccio d'acqua osservate nell'infrarosso.
Poiché entrambi questi parametri aumentano con lo stesso andamento nelle regioni degli anelli piu' dense, si puo' dedurre che la natura del materiale che assorbe la radiazione ultravioletta, e responsabile dell'arrossamento, sia legata al ghiaccio d'acqua presente nelle particelle.
''Questi importanti risultati indicano che anche gli anelli di Saturno possono contenere particelle di elementi contaminanti, spiegando in modo naturale un effetto altrimenti misterioso'', ha osservato Angioletta Coradini, direttrice dell'Istituto di fisica dello Spazio Interplanetario dell'Inaf a Roma e membro del gruppo scientifico dello spettrometro Vims, uno dei principali strumenti a bordo di Cassini realizzato dall'Asi in collaborazione con la Nasa.

Si deve soprattutto al Vims la scoperta pubblicata oggi e lo strumento, ha osservato Enrico Flamini, responsabile per l'Asi della missione Cassini, '' continua a lavorare perfettamente. Questo dimostra sia la qualita' costruttiva degli strumenti che il livello di innovazione dei loro progetti''.

tratto da: http://www.ansa.it/

La scoperta di un nuovo ominide riscrive la storia della razza umana


(ASCA-AFP) – Parigi, 24 mar – Un ominide vissuto nel sud della Siberia circa 40 mila anni fa potrebbe ridisegnare l’albero di famiglia del genere umano, riscrivendo la storia del suo esodo dall’Africa e della sua conquista di tutta la Terra. Gli scienziati hanno analizzato tracce di DNA prelevate dalle ossa di una falange, probabilmente appartenuta ad un bambino, trovata in una caverna dei Monti Altai, la grotta di Denisova. L’ominide aveva caratteristiche genetiche diverse da quelle dell’uomo di Neanderthal e l’Homo Sapiens, che abitavano la zona nello stesso periodo, il che ne farebbe una distinta specie di razza umana. Lo studio, pubblicato sul settimanale Nature, e’ stato condotto dall’Istituto Max Planck in Germania e la scoperta, una volta confermata, potrebbe arricchire di un nuovo capitolo la storia dei nostri antenati. Le recenti convinzioni comuni erano arrivate a stabilire che 40 mila anni fa sulla Terra ci fossero solo Sapiens e Neanderthal. Il nuovo ominide potrebbe rappresentare una terza specie, proveniente sempre dalla migrazione avvenuta dall’est dell’Africa.

Fonte: http://www.asca.it/

Spazio: il 90% delle galassie non si vede


Misteri e domande dal mondo delle galassie. Nelle osservazioni delle isole stellari c’era il dubbio che qualcuna sfuggisse al conto. Il dubbio era legittimo perché ora con il telescopio VLT dell’Eso, in Cile, si è addirittura scoperto che il 90% delle galassie lontane non si riesce a vedere. Nella caccia si cercava di rilevare la luce emessa dall’idrogeno che gli astrofisici chiamano “riga Lyman-alfa”. Adesso si è visto che la radiazione viene intrappolata dalle galassie più remote al 90% e quindi da Terra non si scorgono. Con questa valutazione precisa si dovranno rifare i conti, scrivono gli autori sulla rivista Nature, e il cielo risulterà più affollato.


LUMINOSITA’ 100 VOLTE SUPERIORE ALLA VIA LATTEA – Sempre su Nature si racconta che gli scienziati della Durham University britannica scrutando, sempre con i telescopi in Cile, quattro regioni della galassia “SMM J2135-0102” hanno trovato che ciascuna di esse è cento volte più luminosa della nostra galassia Via Lattea ai confini della quale noi abitiamo. Tuttavia, mentre rimane misterioso il motivo per cui le stelle di queste zone si formino tanto rapidamente, gli studiosi sono d’accordo nel dire che gli astri si formavano in maniera più efficiente quando l’universo era più giovane rispetto ad oggi. Allora, insomma, tutto accadeva più rapidamente. Infine su Science un gruppo di astrofisici di varie università americane, da Harvard a Tucson, indagando l’evoluzione misteriosa dei Quasar (“Quasi stelle” lontanissime che emettono segnali radio) hanno costruito un modello teorico che cerca di dare una risposta. Essi suggeriscono che essi nascano dalla collisione di due gigantesche galassie ricche di gas accendendo quel processo di accrezione al centro dello scontro (dove si ritiene si formi un buco nero) e rilevato grazie all’emissione di radiazione X . Ma la conclusione finisce con un punto di domanda. Sarà questa la vera origine

tratto da: http://centroufologicotaranto.wordpress.com/

sabato 13 marzo 2010

Titano, un mondo di roccia e ghiaccio con i «mattoni» della vita

La superficie della luna di Saturno è collinare e ricca di laghi di metano, che contiene molecole di carbonio
MILANO - Il primo identikit della luna che aiuta a decifrare l’origine della Terra finalmente è completato, grazie anche agli scienziati italiani dell’Università La Sapienza di Roma. La luna in questione è Titano che ruota attorno a Saturno. Più grande della nostra Luna (il suo raggio è infatti di 2.575 chilometri) è anche la seconda come dimensioni del sistema solare dopo Ganimede che accompagna invece Giove. Ma la cosa più importante è che Titano si troverebbe, per certi aspetti, nelle condizioni simili a quelle della Terra nelle sue origini. Quindi è un ambiente che contiene gli elementi dai quali sulla Terra è scaturita la vita. Ecco perché la Nasa e l’Esa europea hanno spedito due sonde unite assieme battezzate Cassini e Huygens e quest’ultima è scena alla superficie di Titano trasmettendoci dati interessanti e anche qualche immagine. Cassini invece è rimasta in orbita saturniana e continua a scandagliare il pianeta inanellato e anche le sue lune, Titano compreso. E ciò grazie ad una radar costruito in Italia da Thales Alenia Space la cui antenna serve anche per trasmettere i dati a Terra. Ora gli scienziati dell’università di Roma La sapienza, Luciano Iess e Paolo Tortora, e dell’Università di Bologna, Paolo Tortora, assieme ai colleghi del Jet Propulsion Laboratory della Nasa, utilizzando un esperimento di radio scienza imbarcato a bordo della sonda Cassini e finanziato dall’agenzia spaziale italiana Asi, sono giunti ad un importante risultato pubblicato sulla rivista americana Science.




ROCCIA E GHIACCIO - «Studiando il comportamento della sonda e la sua velocità con variazioni di soli cinque millesimi di millimetro¬ - spiega Luciano Iess – siamo riusciti a ricostruire il campo di gravità della luna e determinare la sua natura su cui si discuteva da tempo». Così si è giunti a stabilire che la massa di Titano formata da roccia e ghiaccio è distribuita in modo omogeneo dal centro alla superficie. Nella sua storia, inoltre, non ha mai raggiunto una temperatura elevata la quale è rimasta intorno a 1.200 gradi Kelvin, poco più di 800 gradi centigradi. «E questo vuol dire – nota Iess - che si è formata in tempi lunghi, circa un milione di anni o poco più, mentre i pianeti e le altre lune hanno preso forma più rapidamente». Il panorama di Titano è collinare perché vi sono elevazioni in genere di 2-300 metri e le vette più alte raggiungono al massimo gli 800 metri. Niente catene montuose, dunque, perché se vi fosse ad esempio grandi iceberg, data la natura del suolo soffice e plastico finirebbero per sprofondare.



OCEANO LIQUIDO - Ma c’è un mistero. «Forse sotto la crosta c’è un oceano liquido – racconta Iess – come ad esempio sulla luna gioviana Europa. Ora cercheremo di scoprirlo». Intanto in superficie sono distribuiti laghi di metano e la superficie è spazzata da piogge metanifere: l’ambiente dunque è infernale però il metano contiene molecole di carbonio, un elemento necessario alla vita. Ma da dove viene il metano? «Questo è un altro enigma – aggiunge Iess - perché dovrebbe scomparire nell’arco di un milione di anni se non fosse continuamente alimentato. Dunque l’ipotesi è che vi siano delle sorgenti di metano». Il prossimo obiettivo della ricerca? «Effettuare misure per scoprire l’eventuale presenza delle maree». Si aspettano altre scoperte.


tratto da: http://www.corriere.it/

OGGETTI LUMINOSI SU THORNTON HEAT (REGNO UNITO)

Forse esiste una spiegazione plausibile ma certamente qualcosa di strano sorvola in questi giorni Thornton Heat, un piccolo sobborgo situato nei dintorni di Londra. Qui, un’anziana signora di circa sessant’anni afferma di vedere da circa un mese luci misteriose che sorvolano la sua casa: ogni notte vede sfere di luce sfrecciare nel cielo o stazionare per molte ore sopra la sua abitazione. La donna, che ha richiesto l’anonimato, sostiene che questi oggetti volanti sono di forma circolare e posseggono luci lampeggianti molto diverse da quelle di normali aeromobili di linea.


In particolare, la testimone si chiede come mai non vi siano altre testimonianze del fenomeno: “Sono qui quasi ogni notte”, afferma, “e non so cosa siano”.

Questi oggetti volerebbero prevalentemente di notte ad una quota maggiore di quella usata normalmente dagli aerei di linea e non avrebbero lo stesso modo di muoversi. Un portavoce del MoD, il Ministero della Difesa, interpellato sul caso ha affermato che il "dicastero si occupa solamente di stabilire se lo spazio aereo del Regno Unito venga violato da qualcosa di ostile o non autorizzato che potrebbe mettere in pericolo la sicurezza nazionale. A meno che non vi siano prove di una reale minaccia, non vi è alcun tentativo di identificare la natura di ogni avvistamento segnalato”.
 
tratto da: http://koroljov.splinder.com/

Nemesis, la (probabile) compagna del Sole

Un oggetto oscuro potrebbe vagare nelle regioni remote del nostro Sistema Solare, mandandoci di tanto in tanto qualche cometa o sasso spaziale verso la Terra. Definito "Nemesis" o "The Death Star", questo oggetto non ancora rilevato e per ora solo ipotizzato potrebbe essere una nana rossa o bruna, o un oggetto ancora più scuro dalle dimensioni diverse volte superiori a quelle di Giove.






Perchè gli astronomi credono alla presenza di questo corpo? Inizialmente Nemesis era stato ipotizzato come causa principale delle estinzioni di massa sulla Terra.

David Raup e Jack Sepkoski hanno avanzato l'ipotesi che negli ultimi 250 milioni di anni il nostro pianeta abbia sperimentato cicli di estinzione al ritmo di uno ogni 26 milioni di anni circa.

Questo ciclo di estinzioni sarebbe principalmente dovuto all'impatto di corpi cometari, anche se la durata del ciclo stesso e l'ipotesi sull'impatto di comete è ancora molto dibattuta, dato che per ora non c'è alcuna prova concreta che le estinzioni di massa si verifichino con quella regolarità.



Il nostro Sistema Solare è circondato da una vastissima nube di corpi oscuri e ghiacciati, chiamata Nube di Oort. Se il nostro Sole è parte di un sistema binario, come lo sono molti sistemi solari osservati attorno a noi, potrebbe esserci un corpo oscuro che interagisce con la Nube di Oort, scagliando comete verso il centro del nostro sistema planetario grazie alla forza gravitazionale che esercita su di esse. Una sorta di enorme cannone spaziale puntato verso di noi.



I sistemi binari infatti sono molto comuni. Si calcola che almeno 1/3 delle stelle della Via Lattea abbia una compagna, o sia parte di un sistema multiplo di stelle.

Le nane rosse sono molto frequenti nella nostra galassia. Anche le nane brune sembrano esserlo, ma quelle note sono solo qualche centinaio, contro le migliaia di nane rosse conosciute. Queste stelle sono entrambe più oscure rispetto al Sole, oltre che decisamente più fredde, il che renderebbe difficile scoprirle anche se si trovassero nelle regioni oltre la Nube di Oort, a distanza relativamente ravvicinata rispetto alla stella più vicina, Proxima Centauri.



Perchè quindi si è giunti all'ipotesi di Nemesis, nonostante sembra non ci siano prove a supporto?

La chiave è Sedna, un pianetucolo che ha un'orbita definita "senza senso" da Mike Brown, astronomo della Caltech. "Sedna non dovrebbe essere lì. Non c'è modo di posizionare Sedna in quel punto. Non arriva mai così vicino al Sole da esserne attratto, ma non va mai lontano a sufficienza da essere influenzato da altre stelle."



Ecco quindi che spunta Nemesis: la spiegazione della bizzarra orbita di Sedna potrebbe essere quella di un corpo oscuro e di grande massa che ne influenza l'orbita.



John Matese invece, professore emerito di fisica all' Università della Lousiana a Lafayette, sospetta che Nemesis possa esistere per un altro motivo: le comete che entrano nel Sistema Solare sembrano provenire per la maggior parte dalla Nube di Oort, e Matese sostiene che l'influenza gravitazionale di un corpo oscuro stia disturbando la nube, scagliando comete verso l'interno del Sistema Solare.

Secondo i calcoli di Matese, il corpo oscuro dovrebbe essere grande dalle 3 alle 5 volte la massa di Giove, e trovarsi ad una distanza di 25.000 Unità Astronomiche (circa 1/3 di anno luce).



Ma come scoprire se l'ipotesi di Nemesis è reale o si tratta solo di congetture? La speranza è ora riposta in WISE, che sta scansionando l'universo su diverse frequente di infrarosso. Se c'è un corpo più caldo di un pianeta oltre il nostro Sistema Solare, è molto probabile che WISE lo scoprirà nei prossimi 2-3 anni.



Tutto sta nell'aspettare che WISE scatti due fotografie della stessa porzione di spazio in momenti differenti a distanza di uno o più anni l'una dall'altra, in modo tale da consentire agli astronomi di osservarne le differenze per tentare di scoprire se il nostro Sole ha una compagna sulla cui esistenza siamo sempre stati all' oscuro.

Dovremo aspettare fino al 2013, non ci resta che avere pazienza e sperare che Nemesis, ammesso che esista, non ci mandi qualche regalino nei tre anni che rimangono.

tratto da: http://www.ditadifulmine.com/

Un asteroide al centro dell’Africa. Equipe italiana scopre super cratere

Nel centro dell’Africa è stata trovata l’impronta di un grande cratere provocato dalla caduta di un asteroide o una cometa del diametro di circa due chilometri. Il grande anello con un diametro variabile da 36 a 46 chilometri, è stato individuato in Congo grazie, si fa per dire, alla deforestazione selvaggia che distrugge l’ambiente ma che in questo caso ha fatto gioire i ricercatori dell’Università di Padova guidati da Giovanni Monegato autori della scoperta.








CRATERE RECORD – Il risultato è stato presentato in Texas (Usa) nei giorni scorsi durante la Lunar and Planetary Science Conference. Si tratta di un cratere da record fra i circa 150 conosciuti sulla superficie della Terra perché è tra i 25 noti di maggiori dimensioni e uno dei più grandi trovati nell’ultimo decennio. I ricercatori hanno immaginato diverse origini della formazione geologica circondata da un fiume (Unia River) che la esalta, ma alla fine hanno concluso che ogni spiegazione era inadeguata e che l’unica più accettabile era appunto quella dell’impatto cosmico. Al centro dell’anello il terreno è più elevato di una sessantina di metri rispetto al corso d’acqua periferico ma questo rientrerebbe in un effetto conseguente alla caduta stimata in un’epoca successiva al periodo giurassico (iniziato 200 milioni di anni fa). Oggi la più grande e più conosciuta traccia di una cratere è quella di 300 chilometri nella penisola dello Yucatan risalente a 65 milioni di anni fa. Quell’impatto provocò conseguenze talmente catastrofiche nell’atmosfera da essere all’origine della scomparsa dei dinosauri.





ALLA RICERCA DEL QUARZO – Per il cratere in Congo ora gli studiosi padovani andranno alla ricerca di prove definitive per convalidare la loro scoperta e tra queste cercheranno la presenza di quarzi che dovrebbero essere stati generati proprio dallo scontro con il suolo (oppure da un’ improbabile esplosione nucleare).



tratto da: http://www.corriere.it/

mercoledì 10 marzo 2010

Le enormi stelle nei pressi del centro galattico…

La zona molecolare centrale (Central Molecular Zone, CMZ) della nostra Galassia è un complesso gigante di gas molecolare e polveri situato nei più interni 700 anni-luce della Via Lattea. Sebbene la Galassia sia larga più di centomila anni luce, quasi il 10% di tutto il gas molecolare risiede proprio nella piccola CMZ.




Gli astronomi sanno che tale regione di gas denso e polveri tende in continuazione a formare nuove stelle, poichè il materiale si addensa e riscalda sotto l’azione della propria gravità, fino a raggiungere le condizioni di temperatura e densità sufficienti, in alcuni punti, per l’innesco nucleare e dunque per la nascita di una nuova stella. Ci si aspetta dunque una abbondante formazione stellare nella CMZ, ed infatti questa risulta la sorgente di circa il 5-10% di tutta la luce infrarossa e ultravioletta della Galassia, proprio a motivo dell’attività di formazione di nuove stelle. Come si sa, nei luoghi di formazione stellare si trovano facilmente molte stelle di grande massa, quelle a vita più breve, che dominano con la loro “esuberanza” sull’emissione di luce di tali regioni.



Abbiamo – in realtà – già un bel pò di evidenze indirette per la presenza di stelle di grande massa nella CMZ; la loro influenza può infatti essere facilmente recepita in diverse zone dello spettro, dal radio alla banda X. Va considerato però che – proprio a motivo della grande quantità di polvere – questa zona risulta piuttosto opaca alla luce visibile, tanto che è realmente difficile individuare direttamente le stelle massive. In tale situazione, osservazioni spettroscopiche in infrarosso offrono invece una strada percorribile, perchè tale radiazione non è schermata dai gas e polveri come quella ottica.





Di recente un team di una decina di ricercatori, usando il Telescopio Spaziale Spitzer, ha investigato proprio la regione CMZ e le stelle in essa contenute. Come riportano nell’ultimo numero di The Astrophysical Journal Letters, il gruppo è riuscito nell’intento di ottenere la prima conclusiva evidenza di stelle massive giovani nel centro galattico. Sono infatti stati identificati tre oggetti di tale categoria, “traditi” dalla presenza di gas molecolare caldo nella loro fotosfera, caratteristica familiare agli astronomi da studi di altre stelle, assai più vicine alla Terra.



Per quanto siano necessari ulteriori studi per una migliore comprensione della CMZ, i nuovi risultati sono un passo avanti fondamentale nel cammino per una migliore comprensione dei variegati ambienti che possono favorire la nascita di stelle “enormi” (anche centinaia di volte la massa del nostro Sole)…

tratto da: http://www.gruppolocale.it/?p=1508

Ufo, spuntano nuovi documenti dagli archivi inglesi, e appare anche Churchill

Nuovi documenti dagli Archivi nazionali britannici raccontano migliaia di avvistamenti di Ufo (Unidentified flying object, oggetto volante sconosciuto) in Gran Bretagna negli ultimi 20 anni, e rivelano l’interesse di Winston Churchill sulla vicenda dei dischi volanti sin dal 1952. Lo riferisce la Bbc online. Oltre 6.000 pagine di resoconti descrivono le esperienze di numerose persone tra il 1994 ed il 2000. La pubblicazione è stata decisa nell’ambito di un progetto posto in essere dal ministero della Difesa e dagli Archivi nazionali. La documentazione include episodi clamorosi come gli avvistamenti nei pressi dello Stamford Bridge del Chelsea nel 1999 o della casa dell’ex ministro Michael Howard, ed è ricca di disegni realizzati dai testimoni sugli oggetti volanti avvistati.




Sono diversi i testimoni ad aver visto oggetti non identificati aggirarsi vicino alla casa dell'ex ministro inglese e poi sparire in un raggio di luce. Una ragazza racconta di aver osservato per qualche minuto un oggetto triangolare volare a trecento piedi da terra. Altri descrivono l'oggetto grande come una macchina e pieno di luci luminose. In quel giorno, secondo i documenti, "non ci fu nessuna esercitazione militare aerea".



L'incidente, avvenuto l'8 marzo del 1997, è solo uno dei centinaia di avvistamenti che ufficialmente vengono catalogati come "avvistamenti inspiegabili".



Tra i vari episodi che non hanno trovato spiegazioni, anche la segnalazione delle forze dell’ordine nel Lincolnshire, quando gli agenti riuscirono a filmare l’Ufo, ed i resoconti di alcuni ufficiali dell’esercito che raccontano di aver visionato filmati realizzati dai piloti della Raf sin dalla metà degli anni ’50. A quel tempo, rivelano i documenti, gli Ufo avevano già destato l’interesse del premier Winston Churchill, che già nel 1952 aveva chiesto un dossier: «Che cosa è tutta questa roba sui dischi volanti? Qual è la verità?».

Phobos ed il mistero della sua densità

Phobos è stato di recente avvicinato dalla sonda Mars Express, che ha sorvolato il satellite di Marte da un'incredibile distanza di circa 67 km. Perchè tanta attenzione su questo sasso gigante? Perchè Phobos pesa meno di quello che dovrebbe.


Le ipotesi sono moltissime sul perchè della bassa densità di Phobos. C'è chi avanza l'ipotesi che questa luna sia crivellata da vaste caverne, e chi invece avanza l'ipotesi di una base aliena su questo satellite. Una cosa è certa: Phobos, per quanto piccolo, è uno degli oggetti più misteriosi del Sistema Solare.



I dati che il Mars Express sta raccogliendo potrebbero aiutare a risolvere il mistero di questo sasso spazial. Benchè per ora non si stiano scattando foto (le telecamere sono infatti spente) si stanno registrando le influenze gravitazionali che Phobos ha sulla sonda, per poterne capire densità e composizione.



Si calcola che il 25-35% di Phobos debba essere poroso. Questo ha fatto supporre che possa essere composto da frammenti piccoli e grossi uniti assieme che generano dei "vuoti" in grado di togliere densità a Phobos.

Per raccogliere dati sulla sua influenza gravitazionale, sono stati inviati dei segnali radio dalla Terra alla sonda; il viaggio delle onde elettromagnetiche dura oltre 6 minuti e mezzo per raggiungere la posizione del Mars Express.



Tutto sembra essersi svolto nel migliore dei modi. Il segnale radio è stato talmente forte e pulito che alcuni radioamatori sono stati in grado di captarlo, benchè non abbiano potuto verificare le perturbazioni gravitazionali di Phobos per via della scarsa strumentazione.

Il segnale è stato inviato ad una frequenza compresa tra gli 8,4 ed i 2,3 GHz, e studiando le perturbazioni prodotte dal campo gravitazionale di Phobos si sarà in grado di scoprire qualcosa di più su questa enigmatica luna.



Ora che i dati sono stati raccolti, iniziano le analisi. Per prima cosa verrà fatta una stima della densità di Phobos, per capire quanto sia vuoto il suo interno. Ci vorrà qualche settimana per l'analisi completa dei dati, per cui non ci resta che attendere.

"Phobos è probabilmente un oggetto di seconda generazione nel Sistema Solare" afferma Martin Pätzold dell' Università di Koln, Germania. "Seconda generazione" significa che si è formato dopo la creazione di Marte, come altri oggetti del Sistema Solare.



Il destino di Phobos è ormai segnato: tra qualche milione di anni precipiterà sul suolo marziano, e verrà distrutto. Ma nel frattempo, possiamo studiarlo e cercare di carpirne qualche mistero.



Negli ultimi passaggi nei pressi di Phobos della sonda Mars Express verranno attivate le telecamere, per poter scattare delle foto ad alta risoluzione della luna di Marte e della sua superficie. Le immagini serviranno anche per la futura missione russa Phobos-Grunt, che prevede di porre una sonda sulla superficie di Phobos nei prossimi anni.

tratto da: http://www.ditadifulmine.com/

SOTTO IL VIDEO TRATTO DALL'ARTICOLO

Perché le galassie sono meno prolifiche?

I dati raccolti osservando le galassie più vicine - dunque in uno stadio evolutivo comparabile a quello della nostra Via Lattea - indicano che la produzione stellare media è di circa 10 masse solari all'anno. Man mano, però, si considerano galassie più lontane - dunque più giovani della nostra - il tasso di produzione stellare risulta molto più elevato. Di questa curiosa situazione, nota da oltre un decennio, non si sapeva proprio rendere ragione. A dire il vero, sul tappeto c'erano ben due convincenti motivazioni, ma proprio non si riusciva a decidere quale delle due fosse quella corretta.




Il dubbio era se il tasso più elevato di produzione stellare nelle giovani galassie dipendesse da una maggiore disponibilità di materiale oppure se, in qualche modo misterioso, l'evoluzione dei sistemi stellari avesse portato con sé una minore efficienza dei meccanismi fisici che governano la formazione stellare.



Per provare a vederci più chiaro, un team internazionale di ricercatori ha utilizzato le informazioni raccolte in precedenti studi - un'indagine riguardante circa 50 mila galassie - per selezionarne un campione che potesse correttamente rappresentare una popolazione media di galassie.



Successivamente hanno puntato su questo campione numerosi telescopi, non limitandosi al solo dominio visibile ma spingendosi anche nell'infrarosso e oltre. Osservare queste galassie nell'infrarosso e analizzare il loro spettro radio, infatti, era l'unico modo per i ricercatori di riuscire a rendere "visibile" la loro componente gassosa, assolutamente invisibile nel dominio ottico.



Lo studio, pubblicato su Nature in febbraio, ha mostrato che le galassie più antiche della Via Lattea potevano contare su una disponibilità di gas superiore a quella attuale della nostra galassia. Secondo i ricercatori, una tipica galassia nel giovane universo poteva contenere una quantità di gas molecolare da tre a dieci volte maggiore di quanto si osserva nelle galassie attuali.



Non c'è bisogno, dunque, di invocare leggi fisiche diverse per la produzione stellare nelle antiche galassie, più semplicemente c'era una maggiore quantità di materia prima alla quale attingere.
 
 
tratto da: http://www.coelum.com/

lunedì 8 marzo 2010

Il terremoto in Cile ha accorciato la durata del giorno e spostato l'asse terrestre

La Terra gira più velocemente e le giornate si sono

accorciate di 1,26 milionesimi di secondo

L'asse di rotazione si è spostato di 2,7 millisecondi di arco, pari a 8 centimetri

Il terremoto in Cile ha accorciato la durata del giorno e spostato l'asse terrestre

La Terra gira più velocemente e le giornate si sono accorciate di 1,26 milionesimi di secondo


MILANO - Come avviene in tutti i grandi terremoti, anche il sisma di 8,8 gradi della scala Richter di sabato scorso al largo delle coste del Cile ha spostato l'asse terrestre e modificato la durata del giorno. La differenza è stata calcolata tramite un modello matematico complesso da Richard Gross del Jet Propulsion Laboratory (Jpl) di Pasadena, in California.



GIORNI PIÙ CORTI - Secondo Gross la zolla di Nazca, che subduce sotto quella sudamericana e ha generato il terremoto cileno, ha spostato masse verso l'interno della Terra. Come avviene nei pattinatori quando, durante la trottola, portano le braccia al petto e aumentano la velocità di rotazione, così capita al nostro pianeta. Masse più vicine al centro della Terra determinano una maggiore velocità di rotazione e quindi un accorciamento della durata del giorno. Per la precisione, hanno calcolato Gross e i suoi colleghi del Jpl, il giorno si è accorciato di 1,26 microsecondi, ossia 1,26 milionesimi di secondo. Una differenza molto piccola, ma permanente, che è addirittura sotto la soglia dell'osservazione diretta strumentale, che è di 5 microsecondi.



ASSE DI ROTAZIONE - Il terremoto ha avuto conseguenze anche sull'asse di rotazione che, secondo Gross, si è spostato di 2,7 millisecondi di arco, pari a 8 centimetri. Per Enzo Boschi, presidente dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, l'asse terrestre si è spostato di ben 12 centimetri.



DIFFERENZA - Anche il terremoto di Sumatra del 26 dicembre 2004, che è stato più forte (9,1 gradi Richter) determinò importanti cambiamenti: una diminuzione della durata del giorno di 6,8 microsecondi e uno spostamento dell'asse terrestre di 2,32 millisecondi di arco, pari a circa 7 centimetri. La differenza dello spostamento dell'asse terrestre del terremoto cileno rispetto a quello indonesiano è dovuto a due fattori: il terremoto dell'Indonesia avvenne quasi all'equatore, quindi alla maggiore distanza possibile dal centro della Terra (il pianeta non è perfettamente sferico: è schiacciato presso i poli e rigonfio all'equatore) e quindi le masse non si spostarono così tanto verso il centro. Inoltre l'angolo della faglia che subduce sotto il Sudamerica è maggiore rispetto a quella della zolla indo-australiana che subduce sotto l'Asia, quindi anche per questo motivo le masse crostali dell'oceano Indiano sono affondate di meno e hanno prodotto un minore spostamento dell'asse.



EFFETTI - Questi cambiamenti, però, sono troppo piccoli per incidere in alcun modo sulla vita umana né sull'ambiente fisico terrestre. Boschi aggiunge che per ora i dati riportati sono stime e «stiamo aspettando le verifiche sperimentali che saranno effettuate nel centro dell’Agenzia spaziale italiana di Matera».

Paolo Virtuani

Fonte: Corriere.it

Gli scienziati studiano le tragedie del Titanic e del Lusitania: due tempistiche molto diverse.

Posted by GUARDIAMO A 370° 16:07, under ,,, | No comments

Sul Titanic vinse la solidarieta' mentre 'affondo'' l'istinto egoistico di sopravvivenza, ecco perche' dalla tragedia della nave uscirono vivi soprattutto donne e bambini, ovvero i piu' indifesi.




La nave naufrago' lentamente, in modo da dare il tempo ai passeggeri di ragionare e mettere in secondo piano l'istinto di sopravvivenza che rende egoisti. Secondo quanto riferito sulla rivista dell'Accademia Americana delle Scienze 'PNAS', quindi, nel guidare il comportamento umano in situazioni di vita o di morte e' anche la pressione del tempo.



Se c'e' poco tempo per ragionare, hanno desunto ricercatori guidati da Benno Torgler, della Scuola di economia e finanza della Queensland University a Brisbane, vince il 'si salvi chi puo', cioe' prevale l'istinto di autoconservazione. Cosi' e' successo sulla Lusitania, che affondo' in pochi minuti; infatti in questo caso, mossi da istinto di sopravvivenza e incapaci di pensare in modo solidaristico per mancanza di tempo, si salvarono soprattutto maschi e giovani adulti, i piu' abili a cercare una via di salvezza in modo autonomo.



Il Titanic, affondato nell'aprile 1912 dopo aver colpito un iceberg, si porto' in fondo all'oceano 1.517 persone. Tre anni dopo, nel maggio 1915, la Lusitania venne colpita da una nave tedesca, affondando con 1.198 persone.



La tempistica delle due tragedie fu pero' molto diversa, il Titanic impiego' quasi tre ore per essere 'risucchiata' dall'oceano, mentre la Lusitania ando' giu' in pochi muniti lasciando ai suoi passeggeri pochissimo tempo per pensare a cosa fare. Nonostante le molte similitudini, dalle due tragedie uscirono salve tipologie di persone molto diverse: dal Titanic soprattutto donne e bambini e persone che accompagnavano bambini; dalla Lusitania soprattutto maschi e giovani adulti dai 16 ai 35 anni. Gli scienziati hanno ragionato su queste differenze, e compreso che la ragione sta nella durata di ciascuna tragedia.

tratto da: http://www.ansa.it/

Paradosso di fermi: sentenza di morte?

Quante stelle ci sono nella Via Lattea, la nostra splendida galassia? Vi sorprenderà (o forse no) che si stima ce ne siano circa 250 miliardi. Duecentocinquanta miliardi, è già lungo da scrivere e pronunciare, immaginate contarle tutte.




Sono miliardi di sfere roventi di gas e metallo fuso, pulsanti o stabili, super-giganti o nane; e ciascuna di esse ha la probabilità, che di anno in anno cresce statisticamente, di ospitare un sistema planetario.





Molte di queste stelle sono sistemi binari, per cui se ci trovassimo su un ipotetico pianeta che ruota attorno ad una di esse potremmo assistere a due albe, o ad un'alba ed un tramonto con due astri splendenti che si alzano nel cielo.

E' già stupefacente pensare che queste meraviglie possano esistere, una forma di "arte universale"; diviene ancora più incredibile se pensiamo che una frazione di queste stelle, la frazione attorno alla quale orbitano dei pianeti, possano essere ammirate da esseri viventi che si stanno ponendo le stesse nostre domande circa la nascita del cosmo e la bellezza dell'universo. O potrebbero addirittura aver già chiarito molti degli interrogativi che tengono in scacco la nostra scienza.



Se infatti pensiamo all'età del nostro Sistema Solare, circa 5 miliardi di anni, ci rendiamo conto che in un universo vasto oltre 13 miliardi di anni luce siamo tra gli ultimi venuti, dei fanciulletti che muovono i primi passi verso le stelle.



Alcuni, come Milan Cirkovic dell' Osservatorio Astronomico di Belgrado, hanno ipotizzato che potrebbero esistere civiltà extraterrestri che, contrariamente alla nostra, avrebbero alle spalle un'evoluzione di oltre 1,8 miliardi di anni superiore alla nostra. Se paragonata con la storia dell' uomo, ci rendiamo conto che siamo soltanti dei neonati di fronte ad una civiltà che esiste da quando, sulla Terra, si facevano strada negli oceani le prime forme di vita microscopiche.



La vita media di un pianeta della Via Lattea infatti è di circa 1,8 miliardi di anni superiore all'età della Terra e dell' intero Sistema Solare, lasciando pensare che possano esistere civiltà extraterrestri che abbiano un vantaggio evolutivo e tecnologico pari allo scarto di età che il loro pianeta ha nei confronti del nostro.



Ecco che però torna lo spettro del paradosso di Fermi. Come mai queste civiltà extraterrestri, che avrebbero alle spalle un'evoluzione tecnologica superiore alla nostra di oltre un miliardo di anni, non hanno ancora dato modo di farsi trovare? O meglio ancora, perchè non si sono mosse loro stesse per venire ad incontrarci?



Come prima cosa, dovremmo "abbassare le ali" e renderci conto che se davvero esistono creature extraterrestri evolute (senza contare la certezza quasi matematica dell'esistenza di vita extraterrestre in diversi stadi "primitivi"), la vita non è una cosa così rara nell'universo, e pensare che la Terra sia un luogo che valga la pena visitare prima di altri è un po' da presuntuosi.



Superata la presunzione però, il dilemma resiste: perchè non li abbiamo ancora notati, questi extraterrestri?



Le ipotesi avanzate sono principalmente tre, e sono state recentemente riproposte da Mike Treder, del Center for Responsible Nanotechnology:



a) Siamo i primi esseri intelligenti in grado di far rilevare la nostra presenza dallo spazio, e di lasciare il nostro pianeta.

b) Sono esistite, ed esistono tuttora, molte civiltà avanzate, ma si sono evolute in modo tale che rilevarle potrebbe essere impossibile con le strumentazioni in nostro possesso.

c) Sono esistite civiltà extraterrestri, ma per la loro somiglianza con la psicologia autodistruttiva umana e l'impossibilità di valicare certi limiti fisici, si sono annientate da sole prima che potessero raggiungerci.



La prima ipotesi potrebbe essere esclusa. Non c'è niente di speciale nell'essere umano che possa far pensare che sia la creatura più evoluta dell'intero universo, anche solo della nostra galassia. Statisticamente parlando, ci sono di certo altri pianeti capaci si supportare diverse forme di vita intelligenti, ipotizzare il contrario sarebbe andare contro al buon senso.



Per l'ipotesi B invece, sebbene sia stato affermato che possa sfidare ogni logica, personalmente la ritengo più probabile della A. Ci sarebbe da chiedersi perchè migliaia, o forse milioni di civiltà extraterrestri evolute possano aver intrapreso una strada che le ha portate ad essere non rilevabili; ma se pensiamo che solo ora stiamo iniziando a capire alcune meccaniche cosmiche come la materia oscura, e a fare ipotesi sul multiverso, potrebbe (POTREBBE) essere un'idea non così assurda.



Un'altra spiegazione probabile invece, sia per Treder che per me (anche se il mio parere vale ben poco) è la C: se la regola della "sopravvivenza del più performante" vale anche su altri mondi, la nostra natura belligerante ed in costante lotta per la sopravvivenza (o per la supremazia, vedetela come volete) potrebbe aver condotto queste ipotetiche civiltà extraterrestri verso sentieri che non hanno ritorno. Bene o male quello che potrebbe accadere alla Terra nei prossimi 100 anni.



"Forse la cosa più inquietante del Paradosso di Fermi è cosa suggerisce per il futuro della civiltà umana. Principalmente, non abbiamo futuro oltre i confini della Terra, e probabilmente siamo destinati all'estinzione. La nanotecnologia potrebbe giocare un ruolo nel prevenire questa estinzione? O, molto più cupamente, è destinata ad essere uno strumento per eseguire l'inevitabile condanna a morte dell' umanità?" afferma (da vero "gufo") Mike Treder.



E continua "Qualunque civiltà che sia venuta prima di noi non è stata in grado di superare il blocco cosmico. Si sono distrutte, o sono limitate a tal punto che ogni via di espansione nell'universo visibile è preclusa. Se è questo il caso - e sembra che sia la spiegazione più probabile al Paradosso di Fermi - ci sono alcune leggi immutabili che anche noi dobbiamo aspettarci di incontrare prima o poi. Effettivamente siamo condannati a morte, o nella migliore delle ipotesi a vivere una vita da prigionieri in una bolla spaziale. La produzione di micro-macchine può consentire un accentramento di potere così marcato da poter rappresentare sia un'arma terminale che una schiavitù permanente per il genere umano. Sicuro, questo suona terribilmente apocalittico, ma vale la pena di considerare che gli avvertimenti che abbiamo sentito all'inizio della corsa all'atomica, ed il rischio reale durante la Guerra Fredda, non sono stati altro che precursori di una minaccia più grande rappresentata dalle armi nanotecnologiche e dai loro strumenti di sorveglianza e controllo".



Di certo Treder è molto rassicurante con le sue parole, ma prima di bollarle come quelle di una persona fin troppo preoccupata per l'umanità, farei un paio di riflessioni su come la razza umana, nel corso della storia, abbia ampiamente dimostrato di essere capace di tramutare scoperte potenzialmente sconvolgenti per il bene della nostra civiltà in armi letali, costruite per annientare.



E' da millenni che l'essere umano cerca di trovare modi sempre più performanti per uccidere il prossimo. Basti pensare che il governo americano spende nella Difesa 8 volte il budget stanziato per dare un'istruzione alle generazioni future. E che, ancora oggi, negli arsenali di mezzo mondo sono custodite talmente tante armi nucleari da trasformare il pianeta in un'enorme biglia di vetro.



Come afferma anche Michio Kaku, dall'alto della sua esperienza come fisico teorico e dal basso della sua folta chioma grigia, l'umanità è entrata in un momento talmente critico che nei prossimo 100 anni potremmo evolverci in una società completamente nuova, o distruggerci per sempre con un'arma completamente nuova.

tratto da: http://www.ditadifulmine.com/

Le due aurore di Saturno

Ogni 15 anni, per effetto della sua orbita intorno al Sole e dell’inclinazione del suo asse, Saturno si presenta alla nostra osservazione con gli anelli praticamente invisibili offrendoci inoltre la possibilità di scorgere entrambe le sue regioni polari. Una situazione rara e scientificamente ricca di opportunità che gli astronomi non si sono lasciata sfuggire.




Utilizzando il telescopio spaziale Hubble, infatti, hanno catturato una sequenza di immagini che hanno permesso loro di confrontare il comportamento dei due poli di Saturno scoprendo caratteristiche finora sconosciute. Tra gennaio e marzo 2009, dunque, Hubble ha raccolto dati importanti sulle caratteristiche aurore polari del pianeta, dati che ci consegnano informazioni cruciali sulla natura del campo magnetico di Saturno e sui meccanismi che accendono questi spettacoli luminosi.



Neppure per il nostro pianeta possiamo per il momento disporre di una simile copertura osservativa e per questo gli astronomi confidano di poter ottenere dall’analisi della situazione di Saturno preziose informazioni valide anche per la Terra.



Benché in prima analisi le aurore polari di Saturno possano sembrare simmetriche, i dati di Hubble hanno indicato sottili differenze tra i due emisferi. L’ovale dell’aurora settentrionale, infatti, è leggermente più piccolo e più intenso di quello meridionale, una asimmetria che indica un campo magnetico planetario non uniforme, più intenso al nord che al sud. Questa differente intensità fa sì che al nord le particelle cariche vengano accelerate a energie più elevate rispetto a quanto avvenga in corrispondenza del polo meridionale.

ASTRONOMIA: FOTOGRAFATO UN SUPER-VENTO GENERATO DA UN BUCO NERO

Per la prima volta è stato fotografato il vento eccezionale generato dal buco nero che si trova al centro di una galassia e che spazza via il gas interstellare alla velocità di oltre un milione di chilometri orari. L’immagine spettacolare è stata ottenuta combinando le foto catturate da tre telescopi. La struttura a spirale della galassia, con il gas che viene spinto via dal vento, è il risultato delle immagini ai raggi X rilevata dal telescopio spaziale Chandra, delle immagini nell’ottico prese dal telescopio spaziale Hubble e delle immagini dei radiotelescopi del Very Large Array, nel Nuovo Messico. La galassia spazzata dal vento si chiama NGC 1068, è una delle più brillanti e vicine alla Terra, dalla quale dista 50 milioni di anni luce. Al suo centro si trova un buco nero grande il doppio rispetto a quello che è al centro della Via Lattea. E’ proprio il buco nero, secondo gli esperti della Nasa, a generare il vento: quando il gas presente nella galassie viene risucchiato dal buco nero, viene anche accelerato e riscaldato. Tuttavia una parte di esso viene spinta fuori a ritmo incredibile. Si ritiene, per esempio, che processi di questo tipo possano spingere ad almeno 3.000 anni luce dal buco nero una quantità di gas pari a numerose masse del nostro Sole.




Fonte: http://www.ansa.it/

PIANETA TERRA: 3,5 MILIARDI DI ANNI FA C'ERA PIU' ACQUA RISPETTO AD OGGI

Una battaglia titanica è in corso fra Terra e Sole: quest’ultimo cerca di strappare l’atmosfera alla Terra, che combatte per difendere lo scudo protettivo. Lo dimostra lo studio americano pubblicato su Science e coordinato dal geofisico da John Tarduno, dell’università di Rochester. Dalla ricerca emerge che 3,5 miliardi di anni fa il campo magnetico terrestre aveva metà della forza che ha oggi.




Questa debolezza, abbinata alla violenza del vento solare proveniente dal giovane Sole, avrebbe portato via acqua dall’atmosfera della Terra. La misura dell’intensità dell’antico campo magnetico terrestre è stata ottenuta dall’esame delle inclusioni magnetiche contenute nei cristalli imprigionati in alcune rocce africane. “Con una debole magnetosfera e una rapida rotazione del giovane Sole, la Terra probabilmente 3,5 milioni di anni fa riceveva in una giornata la quantità di protoni solari che riceve oggi durante una severa tempesta solare”, ha osservato Tarduno.

“Questo vuol dire – ha proseguito – che all’epoca la la Terra è stata raggiunta da un numero di particelle solari maggiore rispetto a quello calcolato finora. Probabilmente il vento solare ha strappato via dall’atmosfera molte più particelle volatili, come l’idrogeno, di quanto si credesse”. Secondo Tarduno la perdita di idrogeno implica una perdita di acqua. Ciò significa che oggi c’é molta meno acqua sulla Terra rispetto a quella che c’era quando il pianeta era molto giovane.

Sopra la ricostruzione del periodo Archeano (da 3,8 a 2,5 miliardi di anni fa)

Fonte: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/scienza/2010/03/05/visualizza_new.html_1730217354.html

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