Panoramica:

venerdì 31 dicembre 2010

Buon Anno Nuovo!

Posted by GUARDIAMO A 370° 23:00, under , | No comments

Tantissimi Auguri di Buon anno nuovo da tutto lo staff di Guardiamo a 370°!!

'Face in Space': come far viaggiare la propria foto nello spazio

Chi non ha mai sognato di fare un viaggio nello spazio? Di poter volteggiare tra le stelle ed i pianeti senza essere un astronauta? Probabilmente tutti almeno una volta abbiamo guardato il cielo ed immaginato di poterlo toccare. Ma il limite posto a questa speranza non è di poco conto. Intraprendere una gita spaziale ha infatti costi elevatissimi che in pochi, o addirittura in pochissimi, possono permettersi. Per non parlare poi delle condizioni fisiche e psicologiche richieste per poter partecipare ad una missione.

La Nasa sembra però aver trovato una soluzione simpatica e totalmente gratis. Si tratta del progetto 'Face in Space', l’ultima di una serie di iniziative che l'agenzia governativa americana mette in atto con lo scopo di avvicinare le persone comuni al mondo spaziale.

Il programma prevede di proiettare delle foto nello spazio in occasione delle ultime due missioni dello Space Shuttle. Partecipare è molto semplice. Occorre solamente andare sul sito 'Face in Space' e seguire la procedura guidata. Dovranno essere inseriti i propri dati anagrafici e bisognerà caricare una foto personale. Una volta effettuato questo ultimo procedimento il gioco è fatto. Sarà possibile salvare e stampare la pagina di conferma su cui sono riportati i dati del volo.

Infine, a foto lanciata potrete tornare sul sito e stampare il certificato di volo commemorativo firmato dal comandante della missione. Su Twitter e Facebook sarà anche possibile controllare lo stato della missione e le fotografie del volo.

Possono partecipare al progetto persone provenienti da qualsiasi parte del mondo ma che abbiano almeno più di tredici anni di età. Pensateci: 'Face in Space' potrebbe essere una divertente e romantica idea regalo per anniversari e compleanni.

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giovedì 30 dicembre 2010

Plasma freddo, alternativa agli antibiotici?

Il problema della resistenza dei batteri agli antibiotici è di anno in anno più complicato da risolvere. Man mano che introduciamo antibiotici nel nostro corpo, peggio ancora se lo facciamo sconsideratamente, i batteri si evolvono per resistere alle aggressioni da parte dei medicinali. Come superare questo problema?

La soluzione potrebbe essere rappresentata dal plasma freddo. Il plasma, il cosiddetto "quarto stadio della materia", è di solito composto da gas ionizzato ad alta temperatura: generalmente, quando si parla di plasma, si parla anche di temperature di migliaia di gradi. Solo di recente si è riusciti a creare plasma a temperatura ambiente, tra i 35 e i 40°C.

Il plasma caldo viene già utilizzato per la sterilizzazione di strumenti chirurgici, ma fino ad ora non era stata creata alcuna applicazione diretta sul corpo umano per questo stato della materia. Il plasma freddo ha temperature tali da poter essere avvicinato alla pelle o alle ferite senza alcun timore.
Svetlana Ermolaeva, del Gamaleya Institute of Epidemiology and Microbiology di Mosca, ha messo alla prova l'azione del plasma freddo contro due batteri comuni, il Pseudomonas aeruginosa e lo Staphylococcus aureus, resistenti agli antibiotici generici solitamente utilizzati per combattere le infezioni che causano.
Questi batteri crescono racchiusi in biofilm, una sorta di pellicola che ha lo scopo di proteggere i batteri da aggressioni esterne, oltre che di favorire l'interazione tra ogni microrganismo.

Dopo soli cinque minuti, la torcia al plasma freddo utilizzata negli esperimenti della Ermolaeva ha ucciso il 99% dei batteri cresciuti in una capsula di Petri. Sui ratti, invece, dopo 10 minuti i batteri uccisi in una ferita sono stati il 90%. Non solo il plasma distrugge ogni batterio, indiscriminatamente; ma è anche in grado di velocizzare localmente la guarigione.

Il trattamento è localizzato, dato che la torcia al plasma freddo può essere direzionata su una specifica area del corpo. "Il plasma freddo è in grado di uccidere i batteri danneggiando il loro DNA e le strutture superficiali senza essere dannoso per i tessuti umani. Abbiamo mostrato che il plasma è in grado di uccidere i batteri racchiusi in biofilm, anche se biofilm più spessi mostrano qualche resistenza al trattamento" ha affermato Emolaeva.

Il trattamento al plasma freddo potrebbe non solo essere rivoluzionario per curare infezioni batteriche localizzate, ma anche per evitare che i batteri sviluppino resistenze ai farmaci, oltre che eliminare gli spiacevoli effetti collaterali che gli antibiotici causano nell'organismo.

"Un altro enorme vantaggio della terapia al plasma è che non si tratta di una terapia specifica, il che significa che è molto più difficile per i batteri sviluppare resistenze. E' un metodo che non prevede contatto o dolore, e non contribuisce alla contaminazione chimica dell'ambiente" conclude Ermolaeva.



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mercoledì 29 dicembre 2010

I cugini asiatici dei Neanderthal

Lo scorso marzo, il ritrovamento di un piccolo fossile (una falange) nella cava di Denisova, nella Siberia Meridionale, aveva creato una grande aspettativa. Risale a 48-30 mila anni fa, ma non appartiene né ai Neandertal, né a sapiens: è possibile che sia di una terza specie finora sconosciuta.
Svante Paabo, del Max Planck di Lipsia (Germania), aveva sequenziato il Dna mitocondriale e si aspettava con ansia il risultato dell’analisi di quello nucleare. Ora, grazie anche al lavoro di David Reich dell’Harvard Medical School di Boston, quel risultato è arrivato: quella piccola falange fossile prova l’esistenza di un gruppo di ominidi vissuti in Asia tra i 400.000 e i 50.000 anni fa, che sarebbero strettamente imparentati con gli uomini di Neandertal europei.

Secondo quanto Paabo riporta su Nature, il codice genetico del nuovo ominide (soprannominato Denisovan) è simile - ma non identico - a quello dei Neanderthal. L'ipotesi più accreditata è che circa 500.000 anni fa un antenato di H. neanderthalensis e di H. sapiens abbia lasciato l'Africa per spostarsi a Nord; successivamente, Neandertal e Denisovan si sarebbero separati: i primi avrebbero colonizzato l'Europa, i secondi si sarebbero spostati a Est, popolando il continente asiatico.

Confrontando il genoma dei Denisovan con quello delle popolazioni di esseri umani moderni, i ricercatori hanno scoperto che gli attuali abitanti della Papua Nuova Guinea e di altre isole della Melanesia, in Oceania, devono ai Denisovan circa un ventesimo del proprio genoma. Questo dato può essere spiegato ipotizzando uno scambio di geni tra gli Homo sapiens in arrivo dall'Africa e le popolazioni di Denisovan autoctone; quando e dove questo scambio sia avvenuto non è ancora possibile stabilirlo.

Al momento, nella cava è stato anche ritrovato un dente, il cui genoma mitocondriale è molto simile a quello della falange; la morfologia, inoltre, è assai diversa da quella dei denti di entrambe le altre due specie: è una prima prova che il gruppo fosse possa davvero essere evolutivamente distinto dagli altri. Tuttavia, per riscrivere la storia dei primi uomini e dare ai cugini genetici dei Neanderthal il nome di una nuova specie sarà necessario attendere il ritrovamento e l'analisi di altri resti di Denisovan nel continente asiatico. Alcuni fossili in Cina, per esempio, non assomigliano né ai Neanderthal né a sapiens: Paabo intende scoprire, attraverso l'analisi genomica, se possano rappresentare o meno altri casi di Denisovan.

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martedì 28 dicembre 2010

Nanotecnologie: ecco la batteria più piccola e potente del mondo

Le moderne batterie al litio saranno presto superate: così affermano i ricercatori del Center of Integrated Nanotechnologies, centro di ricerca sull’energia che opera presso i laboratori di Sandia e Los Alamos (New Mexico, Usa). Gli studiosi hanno infatti trovato il modo di ottenere una nano batteria super potente, sfruttando le proprietà di alcuni ossidi come materiale di supporto e la tecnologia degli ioni litio. Il lavoro è stato pubblicato su Science.

La batteria incredibilmente piccola è stata ottenuta all’interno di un microscopio a trasmissione elettronica, uno strumento in grado di visualizzare oggetti molto piccoli usando un fascio di elettroni invece che uno di fotoni (componenti della luce). “L’esperimento ci permette di studiare la carica e la scarica di una batteria in tempo reale a risoluzione atomica, in modo da incrementare la nostra comprensione dei meccanismi con i quali le batterie lavorano”, ha dichiarato Jianyu Huang, che ha guidato la ricerca.

La batteria creata da Huang e i suoi collaboratori consiste di un filo super sottile, 100 nanometri di diametro (quindi 50 volte più sottile di un capello umano) e 10 mila di lunghezza. Come primo materiale è stato usato l’ossido di silicio, ma lo studio verrà presto esteso ad altri supporti.

Il lavoro ha chiaramente dimostrato che il processo di migrazione degli ioni litio, che porta alla scarica di questi con produzione di una corrente di elettroni, è possibile anche in un filo così sottile, perché questo non solo non si rompe, ma si allunga fino a due volte le sue dimensioni originali. In questo modo da un lato si ha un supporto più che valido per la creazione di un’efficiente batteria, dall’altro si riduce la probabilità di avere un cortocircuito, che avviene tanto più facilmente quanto più vicini sono i poli della batteria.

I ricercatori hanno anche osservato - con loro grande sorpresa iniziale - che il materiale si deformava sensibilmente senza rompersi, oltre ad allungarsi, e questo è stato spiegato con una penetrazione di ioni litio all’interno del reticolo cristallino dell’ossido, che genera più di una zona ad alta densità ionica.

“Queste osservazioni - continua Huang - dimostrano come il nano filo può sopportare grossi stress, maggiori di 10 Giga Pascal (più di 100 mila di atmosfere, N.d.R.), indotti dal processo di accumulo di litio, senza rompersi, e questo indica che il materiale è un ottimo candidato per gli elettrodi delle batterie”.

L’espansione di volume indotta dal processo di accumulo di litio (detto ‘litiazione’), la plasticità e la polverizzazione dei materiali che costituiscono gli elettrodi sono i principali difetti meccanici che influenzano l’efficienza e la durata delle batterie al litio (in particolare degli anodi, ovvero dei poli dove il litio si scarica rilasciando la corrente elettrica), sottolinea il capo ricerca, che poi precisa: “Per questo le nostre osservazioni sull’amorfizzazione del materiale (il cambiamento da struttura cristallina a disordinata, N.d.R.) hanno importanti implicazioni sul design di batterie ad alta energia”.

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Un pianeta veramente “alieno”

Le ricerche sui pianeti di altre stelle hanno ormai messo nel cassetto circa 500 oggetti. E il loro numero crescerà sempre più, in attesa di una nuova Terra. Finora, comunque, si parlava sempre di stelle della Via Lattea. E invece oggi abbiamo un vero alieno, proveniente da un’altra galassia. Un visitatore che ha viaggiato a lungo per venirci a trovare.

Conoscete l’Helmi stream (la corrente di Helmi)? Essa è formata da un gruppo di stelle che appartenevano a una galassia nana che è stata ingoiata dalla nostra da circa 6 a circa 9 miliardi di anni fa. Lo dimostra la loro velocità anomala e comune a tutte.

Su una di queste stelle (HIP 13044) è stato scoperto un pianeta poco più grande di Giove. L’oggetto non è poi tanto distante da noi, circa 2000 anni luce, ed è stato scoperto con il metodo spettroscopico al 2.2 metri dell’ESO. Il pianeta è particolarmente interessante anche perché è riuscito a passare indenne la fase di gigante rossa della sua stella. Essa, infatti, ha esaurito il combustibile del nucleo centrale, si è espansa come gigante rossa e ora si è nuovamente contratta cercando di bruciare l’elio. In altre parole, ciò che farà il nostro Sole tra circa cinque miliardi di anni.

Il pianeta è oggi molto vicino alla sua stella, circa 0.05 volte la distanza Terra-Sole. La sua orbita si compie in soli 16 giorni. Non stupitevi, però, perché il pianeta era sicuramente più lontano all’inizio, ma si è avvicinato durante la fase di gigante rossa. Sicuramente non sono stati così fortunati i pianeti originariamente più vicini, ingoiati dalla loro madre cannibale. Il nostro pianeta extragalattico potrebbe rappresentare proprio il futuro di Giove. Tuttavia, esso si è salvato ma probabilmente prima o poi sarà ingoiato dalla stella.

Un ulteriore interrogativo legato a HIP 13044 è che essa è estremamente scarsa di elementi più pesanti dell’idrogeno e elio. Come ha fatto allora a formare un pianeta? Le nostre teorie sono in crisi, a meno che non esistano altri metodi di formazione. Abbiamo conosciuto veramente un alieno?

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sabato 25 dicembre 2010

Ma è esistita davvero la stella cometa?

Oggi è Natale, ed in ogni presepe del mondo, sopra la grotta o sulla punta dell’albero addobbato per la festa, trova posto una luminosa stella cometa con tanto di coda.
La tradizione vuole che i re Magi fossero stati guidati nel luogo dove nacque Gesù proprio da una luminosa cometa, messaggero dello straordinario evento. Ma quanto c’è di verificabile, dal punto di vista astronomico, in questa affascinante rappresentazione? La stella dei Magi è esistita davvero?

L’interesse degli astronomi per la stella di Betlemme è sempre stato vivo e non accenna a diminuire: dopo duemila anni si susseguono ancora interpretazioni e studi al riguardo. Vediamo cosa si conosce di preciso
Secondo quanto riportato dal Vangelo di Matteo il fenomeno astronomico osservato dai Magi fu si importante ma non certo eclatante. Da perfetti conoscitori della volta celeste quali erano, i Magi sicuramente si resero conto che ciò che videro, nel loro lungo viaggio da Babilonia a Betlemme, era qualcosa di importante per la propria esperienza di studiosi del cielo, anche se poi, a livello popolare, poteva passare del tutto inosservato.

Ecco dunque perché furono i Magi a vedere “la stella” e non altri: solo loro erano in grado, come esperti osservatori delle stelle, di apprezzarne la particolarità. La loro presenza nel racconto della natività serve anche a mostrare la “scienza” che si inchina ai disegni celesti.

Dunque una stella e non una cometa con la coda.

Si comincia a parlare insistentemente di un astro chiomato solo a partire dal 1300, tanto che Giotto osservò personalmente l’apparizione ai suoi tempi della cometa di Halley e la dipinse sulla scena della natività nella Cappella degli Scrovegni a Padova nel 1301.

L’astro chiomato sul quale maggiore si è posta l’attenzione degli storici è stato proprio la cometa di Halley, non per nulla la più conosciuta. Ma da verifiche delle date si evince come sia poco probabile che la cometa di Halley possa essere stata la “stella di Natale”a causa dell’incongruenza di fondo tra la sua apparizione e la data di nascita di Cristo che non è cronologicamente risolvibile.

Un’altra ipotesi venne formulata dall’astronomo polacco Keplero che nel 1604 osservò l’esplosione di una supernova, ma anche questa ipotesi dovette essere scartata: il fenomeno osservato dai Magi dura molti mesi mentre una supernova è in condizioni di massima luminosità solo poche settimane.

Keplero cercò quindi soluzioni alternative intuendo una possibilità nuova e molto accattivante.

Lui stesso osservò una spettacolare congiunzione tra Giove e Saturno avvenuta nella costellazione dei Pesci alcuni giorni prima del Natale del 1603 e facendo dei conti a ritroso si rese conto che un simile fenomeno era avvenuto anche nel 7 a.C. e poteva benissimo avere avuto un grande significato simbolico per i Magi.

Negli anni ‘70 l’astronomo inglese dell’università di Sheffield, David Hughes, ha ricostruto l’evento con estrema ed anglosassone precisione.

I Magi avrebbero previsto in anticipo le tre date del massimo avvicinamento di Giove e Saturno, cioè il 27 maggio, il 6 ottobre e il 1 dicembre del 7 a.c. Essi avrebbero interpretato la visibilità dei pianeti all’opposizione, cioè a partire dalla sera, come la data di nascita del Messia.

Questo evento si verificava intorno alla metà di settembre: così essi avrebbero intrapreso il viaggio durante l’estate ed avrebbero raggiunto Gerusalemme nel mese di novembre. Una volta giunti nella città furono interrogati da Erode, incuriosito dal loro viaggio. I Magi avrebbero rilevato oltre alla probabile data di nascita di Gesù anche il fatto che i due pianeti erano prospetticamente vicini in cielo già dalla primavera precedente.

Fu per questa notizia che Erode decise, per mettersi al sicuro riguardo alla venuta di un nuovo re che lo avrebbe detronizzato, di mettere a morte tutti i bambini di Betlemme al di sotto dei due anni.
Secondo Fred Grosse, docente di fisica e astronomia alla Susquehanna University di Selinsgrove (USA), una particolare teoria potrebbe svelare l’arcano.

Grosse ipotizza che il forte bagliore colto nei cieli d’oriente possa essere stato causato da una Nova, o da una Supernova: corpi celesti estremamente luminosi che compaiono in cielo per una breve durata di tempo. «Alcuni osservatori delle stelle segnalarono, nel 1006, un corpo celeste luminoso quasi quanto il sole, e visibile ad occhio nudo per almeno un paio d’anni nei cieli notturni». Secondo alcuni documenti recuperati in Cina, una “stella temporanea” apparve nel cielo intorno agli anni della nascita di Gesù, tra il 4 e il 5 prima dell’Era Volgare.

Forse non sapremo mai se ciò che raccontano le Sacre Scritture sia realmente autentico, o il frutto di numerose stratificazioni culturali che hanno trovato la loro sintesi nei Vangeli. È indubbio, però, che un evento nella volta celeste sconvolse in quegli anni la vita di numerose persone. Ciò vale per la Scienza, materiale e razionale, quanto per i percorsi di fede dei credenti che a quel punto luminoso attribuiscono un particolare valore trascendentale.

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venerdì 24 dicembre 2010

Geologi indagano sulla grande nube che oscurò i cieli della Terra nel 536 dopo Cristo

Attorno al 536 dopo Cristo una misteriosa nube oscurò i cieli della Terra per diversi anni, causando siccità, carestie ed epidemie.

Adesso gli scienziati credono di aver individuato la causa di quella che da molti è considerata la più grave catastrofe naturale del primo millennio, con un raffreddamento delle temperature improvviso di tre gradi.

Uno studio presentato da un gruppo di ricercatori al convegno dell'American Geophysycal Union (Agu) di San Francisco avrebbe rivenuto le tracce dell'impatto, violentissimo, di due meteoriti, scrive oggi il settimanale Der Spiegel sul suo sito online.

I calcoli effettuati in precedenza stabilivano che per causare un raffreddamento del clima di quella portata era necessaria un'enorme nuvola di polveri generata dall'impatto di un meteorite dal diametro minimo di 300 metri, che finora non era mai stato individuato sulla superficie terrestre.

I ricercatori hanno individuato un cratere, di 600 metri di diametro, sui fondali marini davanti alla costa australiana del Golfo di Carpentaria. Il secondo nei ghiacci della Groenlandia: le analisi di datazione delle particelle di meteorite confermano la teoria, indicando nel 539 dopo Cristo il momento dell'impatto.

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UNO 'STRANO' ANIMALE, MAI VISTO, SI AGGIRA PER IL PARCO MASAI MARA, IN KENYA

Uno ''strano'' animale pelosissimo si aggira nel parco nazionale del Masai Mara nel sud ovest del Kenya. La creatura, stando a quanto scrive il mensile Oasis, avrebbe ''il pelo marrone scuro, lungo e sfumato di grigio, a coprire gli occhi. Due folti baffoni chiari ed una lunga barbetta ad incorniciarne il muso''.

L'animale sembrerebbe una sorta di gazzella di Thompson, ma la stranezza, secondo il mensile che si occupa di fauna e flora, sarebbe proprio il pelo che la ricopre, ''tanto piu' lungo del normale da renderla pressoche' irriconoscibile. Quasi una criniera leonina sulla testa, ed un vello fitto ed ispido sul resto del corpo''.

Il primo a catturarne le immagini lo scorso agosto nel parco del Msai Mara e' stato un fotografo italiano Paolo Torchio rimasto incuriosito da questo quadrupede con la ''testa che assomiglia a quella di un cagnolino ma ricoperta da pelo fitto''. La notizia della scoperta di questa strana creatura e' stata ripresa anche dal sito che si occupa di news della Tanzania Ippmedia.

Il quotidiano precisa che un animale simile sarebbe stato avvistato anche nel parco nazionale Serengeti della Tanzania. La ''gazzella'' sarebbe cosi' ''strana'' da essere diventata un vero e proprio rompicapo per gli stessi scienziati che stanno cercando di capire di che specie si tratti. Il primo avvistamento di questo quadrupede nel parco Serengeti e' avvenuto lo scorso ottobre da parte di alcuni turisti che hanno provato a fotografarlo senza successo.

Poi un altro turista, Robert Berntsen, e' riuscito a catturane un'immagine dell'animale che e' stato battezzato come l'enigma del Serengeti'. Paschal Shelutete, dell'ufficio comunicazione del parco ha annunciato che un'equipe di zoologi sara' chiamata presto sul posto per investigare.

''Ancora non sappiamo se si tratta di una nuova specie di animale - ha detto - oppure di una mutazione genetica''. ''Mi sembra molto strano che questo animale sia stato avvistato anche nel Serengeti - precisa il fotografo italiano - ma potrebbe anche, visto che il Serengeti e il Masai Mara confinano. Forse avra' migrato oppure ci sono altri esemplari anche in Tanzania''.

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Laboratorio giapponese crea "topi cantanti"

Nel corso degli ultimi anni ne abbiamo viste di tutti i colori: animali modificati geneticamente per brillare nel buio, o salmoni divenuti ipertrofici grazie a cambiamenti effettuati sul loro patrimonio genetico. Alcuni di questi interventi sul DNA animale potrebbero sembrare privi di un'utilità immediata o pratica, come nel caso dei topi modificati geneticamente modificati dall' Università di Osaka, ma sono in realtà molto utili per capire le dinamiche dell'evoluzione.

I topi dell' "Evolved Mouse Project" sono stati geneticamente modificati per studiare l'evoluzione dei cambiamenti genetici nel corso del tempo. "Le mutazioni sono la forza che guida l'evoluzione. Abbiamo incrociato i topi geneticamente modificati per generazioni, per vedere cosa sarebbe successo" spiega Arikuni Uchimura, a capo del team di ricerca di Osaka.

"Abbiamo controllato i topi uno per uno. Un giorno, abbiamo trovato un topo che cantava come un uccello. Ero sorpreso perchè mi aspettavo topi con diversità di tipo fisico" dice Uchimura, riferendosi ad alcuni topi coinvolti nello stesso esperimento che mostravano arti più corti, o code differenti dai topi tradizionali. Ma il topo cantante è stato un risultato del tutto nuovo e inaspettato.

Il laboratorio è ora in possesso di oltre 100 topi cantanti, disponibili per ricerche future. Il team spera di poter ottenere indizi su come il linguaggio umano si sia evoluto nel corso del tempo, un tipo di ricerca che continua ormai da anni sugli uccelli. Come l'essere umano comunica sfruttando diversi suoni, infatti, anche gli uccelli sono in grado di fare lo stesso, e seguono una sorta di regole linguistiche per emettere i loro canti.

Ma i topi sembrano essere meglio degli uccelli, per via della loro somiglianza con gli esseri umani. "I topi sono meglio degli uccelli perchè sono mammiferi, e molto più vicini agli esseri umani per struttura cerebrale e altri aspetti biologici" spiega Uchimura. "Stiamo ora studiando come i topi che emettono suoni abbiano effetti su topi tradizionali dello stesso gruppo sociale...in altre parole, se questo canto ha connotazioni sociali".

Il canto di questi topi, infatti, sembra mutare in intensità in base alla situazione. In presenza di femmine, sembra che i topi cantino più forte, un indizio del fatto che questo comportamento potrebbe esprimere emozioni o condizioni fisiche.
I topi normali cresciuti assieme a quelli cantanti, inoltre, sembrano emettere meno ultrasuoni rispetto al solito, cosa che fa pensare che i metodi di comunicazione si possano diffondere nello stesso gruppo come un dialetto.

"So che le persone potrebbero dire 'è assurdo'" dice Uchimura, "ma sto facendo questo nella speranza di creare un Mickey Mouse, prima o poi".


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martedì 21 dicembre 2010

E' stata Jingle Bells la prima canzone cantata da un umano nello spazio ! Era il 16 dicembre del 1965

Posted by GUARDIAMO A 370° 18:01, under ,,,,, | No comments

I primi astronauti avevano sicuramente molto coraggio, ma non mancavano di senso dell'umorismo: 45 anni fa, il 16 dicembre del 1965, due di loro cantarono quella che e' sicuramente la prima canzone nello spazio, 'Jingle Bells', dopo aver fatto uno scherzo al centro di controllo facendo credere di aver avvistato un Ufo.

I protagonisti dell'esibizione canora, ricorda il sito di Discovery Channel, sono stati "Wally" Schirra Jr. e Thomas P. Stafford, che erano a bordo della navicella Gemini 6. Come racconta Schirra nel suo libro di memorie i due, euforici per aver concluso il primo attracco della storia ad un altra navicella (la Gemini 7), decisero di lanciare uno strano messaggio al centro di controllo: "Abbiamo appena avvistato un oggetto volante in orbita intorno alla Terra, che sembra essere in procinto di rientrare - recita il testo del messaggio - e' formato da un modulo di comando con davanti otto moduli piu' piccoli, e il pilota e' vestito di rosso". Subito dopo il messaggio i due hanno intonato il canto natalizio, lasciando di stucco gli ingegneri a terra, e utilizzando anche quello che e' di sicuro il primo strumento suonato in orbita e che vedete ritratto nella foto in testa all'articolo: un filo con dei campanellini che ora e' esposto allo Smithsonian Air and Space Museum in Virginia.

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Quei dinosauri preferivano le verdure

Il Tyrannosaurus rex possedeva sicuramente le fauci di un predatore spietato, ma molti dei suoi parenti più vicini preferivano il cibo vegetariano. Lo suggerisce uno studio, guidato da Lindsay Zanno e Peter Makovicky del Field Museum (Chicago), pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas).

I ricercatori hanno analizzato la dieta di 90 specie di dinosauri teropodi (ovvero quelli pensati essere dei bipedi carnivori), scoprendo che la maggior parte di questi rettili preistorici, soprattutto quelli più vicini agli antenati degli uccelli (i celurosauri), si nutriva di piante piuttosto che cacciare le prede. Con l’aiuto di dati statistici ricavati dall’analisi di alcuni tratti dei fossili (come i denti e la lunghezza del collo), i ricercatori hanno dimostrato che ben 44 specie di teropodi nel tempo ha perso la predilezione per la carne. Le abitudini carnivore del tirannosauro e di altri celurosauri come il Velociraptor (quello di Jurassic Park, per intenderci) sarebbero dunque viste più come un’eccezione che come regola.

I ricercatori hanno anche analizzato differenti gruppi di celurosauri per capire che tipo di percorso evolutivo avessero seguito. Nel corso del tempo, alcune specie hanno perso i loro denti “strappa carne” sviluppando denti "a piolo" (che permettevano di tagliare la vegetazione) nella parte anteriore delle mascelle; alcuni hanno addirittura perso la maggior parte dei loro denti, sostituendoli con un becco simile a quello di un uccello. Dalla ricerca è anche emerso che diversi celurosauri avevano anche sviluppato un collo più lungo che permetteva loro di una scelta alimentare più ampia.


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sabato 18 dicembre 2010

I calamari possono volare fuori dall'acqua!

So che la domanda potrà sembrare assurda, ma in effetti non lo è. I calamari si spostano grazie a potenti getti d'acqua che spingono l'animale in direzione opposta al getto, consentendo sprint degni di un centometrista. Ma può lo stesso getto d'acqua permettere ai calamari di effettuare sprint fuori dall'acqua?

L'esperienza della biologa marina Silvia Maciá sembra confermare il fatto che alcune specie di calamaro possano proiettarsi fuori dalla superficie: nel 2001, osservò un animale marino uscire dall'acqua per qualche secondo. Inizialmente pensò si trattasse di un pesce volante, ma si rese conto quasi immediatamente che si trattava di un calamaro.

Il calamaro, identificato come appartenente alla specie Sepioteuthis sepioidea, era lungo circa 20 centimetri, e dotato di piccole pinne ondulate, che generalmente servono per controllare i movimenti in acqua. Ma questo calamaro è stato osservato da Maciá mentre eseguiva balzi fuori dall'acqua per oltre 10 metri di lunghezza e due in altezza. Durante il volo, inoltre, il calamaro distendeva pinne e tentacoli, come se stesse cercando di controllare la traiettoria di volo.

"Aveva le pinne estese il più possibile, sembrava come se stesse volando" spiega Maciá. "Non è semplicemente balzato fuori dall'acqua per caso; stava mantenendo la posizione in un certo modo. Faceva qualcosa di attivo".
Da quel momento, Maciá ha iniziato a scambiare dati con altri biologi marini, cercando di ottenere ulteriori informazioni su questo bizzarro comportamento dei calamari.

Si scoprì che almeno sei specie di calamari sono in grado di spingersi fuori dall'acqua. Alcuni lo fanno il solitario, altri in gruppi, a volte con una velocità tale da eguagliare la velocità di una barca e raggiungere i ponti dei pescherecci. Ma fino ad allora, niente foto o filmati che testimoniassero questo comportamento dei calamari.

Tutto cambia di recente, quando il fotografo Bob Hulse, in crociera nei pressi del Brasile, ha catturato con la sua macchina fotografica un calamaro in volo (foto sopra). Ha poi inviato le immagini alla University of Hawaii, che le ha poi girate al Census of Marine Life per ulteriori analisi sull'aerodinamica dei calamari.

"Hulse stava scattando immagini a ripetizione con la sua macchina fotografica, per cui so esattamente l'intervallo tra i fotogrammi e posso calcolare la velocità del calamaro cin volo" spiega Ron O'Dor, del Census of Marine Life. "Pensiamo che ci siano dozzine di specie in grado di farlo. I calamari di solito planano in acqua, per cui la stessa fisiologia consentirebbe loro di manovrare e planare in aria. Quando si osservano alcune delle immagini, sembra che stiano più o meno usando le pinne come ali, e che arriccino i loro tentacoli in una forma che possa essere simile alla superficie di un'ala".

"Dalle nostre osservazioni, sembra che il calamaro attui comportamenti che prolungano il volo" spiega Maciá. "Uno dei co-autori li ha visti sbattere le pinne. Alcune persone li hanno visti schizzare acqua durante il volo. Crediamo che il termine 'volo' sia più appropriato [di 'planata'] perchè implica qualcosa di attivo".

Perchè i calamari si proiettano fuori dalla superficie? Probabilmente per un meccanismo di difesa dai predatori. A quasi 400 chilometri dalla costa di Sydney furono avvistati centinaia di calamari appartenenti alla specie Nototodarus gouldi in fuga da un banco di tonni. I calmari hanno ripetutamente eseguito balzi fuori dall'acqua, raggiungendo un'altezza di tre metri e volando per una distanza di 8-10 metri.

I calamari possono volare, quindi? Pare di si. Se volessimo essere pignoli, si dovrebbe dire che, in realtà, si proiettano fuori dalla superficie e tentano di controllare la traiettoria di volo attraverso pinne e tentacoli.

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Le migliori scoperte del 2010

The best of 2010 per la rivista Science è la prima macchina quantistica: uno strumento in grado di mettere in moto un oggetto visibile a occhio nudo sfruttando le enigmatiche e sfuggevoli leggi della fisica quantistica. Nella tradizionale lista delle migliori scoperte e invenzioni di fine anno della più importante rivista scientifica generalista statunitense, ci sono anche la biologia sintetica di Venter, la profilassi contro la diffusione dell’ Hiv, il genoma svelato dell’ uomo di Neandertal e le tecniche superveloci di sequenziamento del dna.

1 - La macchina quantistica

Se pensate che la fisica dei quanti sia “una roba” che riguarda solo i fenomeni nanoscopici, atomici e molecolari, non visibili a occhio nudo, allora dovrete ricredervi.

Progettata e costruita da Andrew Cleland e John Martinis dell’Università della California di Santa Barbara, con lo scopo di vedere gli effetti della meccanica quantistica, la macchina non obbedisce alle leggi della fisica classica. L’invenzione è stata presentata a marzo sulle pagine di Nature.

I ricercatori sono riusciti a portare la fisica dei quanti nel mondo reale e tangibile, costruendo un dispositivo costituito da un piccola lastra (wafer) di materiale piezoelettrico (capace cioè di variare forma in seguito a stimoli elettrici), collegato a uno speciale “motore quantico”. Questo motore è un piccolo strumento noto come qubit, un termine generalmente utilizzato per i transistor dei computer quantistici, in questo caso rappresentato da un sottile materiale semiconduttore. Se tutto il dispositivo viene raffreddato a temperature prossime allo zero assoluto (ovvero vicine ai 273°C sotto zero, dove il movimento degli atomi è praticamente nullo) e successivamente si “eccita” il qubit con un singolo impulso energetico, allora il pacchetto di energia si trasmette al wafer che comincia a muoversi con “ vibrazioni quantiche”, come le hanno chiamate i ricercatori. Inoltre, data la natura quantistica del fenomeno, nello stesso istante si può vedere l’oggetto muoversi o rimanere fermo. È infatti il tipo di misurazione che si decide di compiere a “forzarlo” in uno dei due stati. La scoperta mette alla prova il nostro senso della realtà. Ma, soprattutto, potrebbe permettere - in un futuro non molto lontano - di usare le strane regole della fisica quantistica per controllare il movimento di oggetti macroscopici.

2 - Il batterio sintetico

Il secondo posto non poteva che spettare alla biologia sintetica, con la prima cellula creata in laboratorio dal pioniere della “vita artificiale” Craig Venter. A maggio, il visionario ricercatore ha scosso la comunità scientifica annunciando su Science di essere riuscito a trasferire in una cellula batterica, privata del proprio Dna, un intero patrimonio genetico sintetizzato completamente in laboratorio (Prove di vita artificiale). Le potenzialità di questa impresa, costata 40 milioni di dollari, sono infinite.

Venter promette di usare la biologia sintetica per creare alghe in grado di produrre biocarburanti a partire dall’anidride carbonica e vaccini antiinfluenzali. Appuntamento ai prossimi anni (Benvenuti nell'era della biologia sintetica).

3 – Il genoma del Neandertal

Si guadagna il podio anche il primo sequenziamento del Dna nucleare di Homo neanderthalensis, ottenuto grazie ai resti ossei di tre fossili (femmine) rinvenuti in Croazia e vissuti circa 40.000 anni fa (Neanderthal, un ritratto in Dna). Il successo, riportato su Science da Svante Pääbo del Planck Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia (nel video e su Saperevedere), ha aperto per la prima volte le porte al confronto del nostro genoma con quello dei nostri cugini estinti. Così oggi sappiamo che chi tra noi ha origini asiatiche o europee condivide con loro dall’1 al 4% del Dna (L'eredità dei Neanderthal).

4 - Genomica next generation

La genetica spopola nella top ten. Il quarto posto va alla genomica di nuova generazione, che permette di abbassare i tempi e i costi delle analisi del dna. Diversi i progetti che hanno portato a importanti risultati. Uno è il 1000 Genomes Project, che si prefigge di trovare tutte le mutazioni a singolo nucleotide (single-nucleotide polymorphisms, SNPs) presenti in almeno l’1% della popolazione mondiale (Dna open access). Quest’anno sono stati portati a termine tre studi pilota, che insieme hanno identificato 15 milioni di variazioni, di cui 8 milioni e mezzo sconosciute. Le informazioni serviranno a individuare le correlazioni tra mutazioni e malattie.

Un altro progetto portato a termine è la catalogazione di tutti gli elementi funzionali nel genoma del famoso (almeno per i biologi) moscerino della frutta (Drosophila melanogaster) e del verme nematode (Caenorhabditis elegans). I risultati dovrebbero essere pubblicati prima che l’anno finisca. Non vanno dimenticati, infine, il sequenziamento completo del genoma di due africani di una tribù di cacciatori-raccoglitori (che conferma la grande diversità che esiste, a livello di Dna, all’interno di questo antichissimo gruppo), e quello di un uomo di 4.000 anni fa.

5 – La riprogrammazione cellulare con Rna

Cambiare il destino delle cellule adulte riportandole indietro nel tempo fino allo stato embrionale usando Rna di sintesi. Questa è la ricerca dell’anno che ha permesso agli scienziati di velocizzare e di rendere più efficiente e sicura la riprogrammazione cellulare. Negli ultimi tempi, infatti, i ricercatori sono riusciti a spostare indietro le lancette delle cellule, fino a farle diventare simili alle staminali pluripotenti (staminali indotte, Ips), attraverso l’inserzione, nel genoma, di alcuni particolari geni (Ritornare staminali). La nuova tecnica si serve invece di Rna costruiti in laboratorio, che riescono ad eludere le difese della cellula. Il metodo è due volte più veloce e 100 volte più efficiente del precedente. Inoltre, poiché L’Rna si degrada velocemente, le staminali indotte sono geneticamente identiche alle adulte di partenza.

6 – I geni delle malattie rare

Ancora genetica.Questa volta si parla del sequenziamento degli esoni (le porzioni del Dna che contengono le informazioni per la sintesi delle proteine, e che rappresentano solo una piccola parte dell’interno genoma). Scopo: identificare le cause delle malattie rare. I risultati raggiunti nel corso dell’anno dimostrano che il Dna difettoso è alla base di almeno una dozzina di misteriose patologie. Sono stati individuati i geni che portano a gravi malformazioni del cervello, a livelli troppo bassi di colesterolo e a deformità facciali. I ricercatori puntano al sequenziamento degli esoni per trovare più della metà delle 7.000 malattie rare che ancora non hanno una spiegazione genetica.

7- Il simulatore quantistico passa il primo test

Una scorciatoia per risolvere un annoso problema matematico della fisica della materia condensata. Questa scorciatoia, però, non è esattamente banale da percorrere. Diversi gruppi di fisici (finora 5) hanno dimostrato che la soluzione può essere trovata usando un simulatore quantistico (tipicamente, un cristallo in cui singoli punti di luce laser svolgono il ruolo degli ioni e gli atomi strappati da questi spot si fingono elettroni). Che ci si fa? Per esempio si rivela come si comporta un dato sistema posto a determinate condizioni.

8 – Così si avvolge una proteina

Una semplice proteina composta da soli 100 aminoacidi si può avvolgere e piegare in 3 alla 198 modi differenti. La “decisione” è presa in pochi millisecondi: molto meno di quanto ci metterebbe un potente computer. Infatti, per studiare questo fenomeno, è servito un potente supercomputer. Due anni fa alcuni ricercatori statunitensi hanno cominciato i calcoli e quest’anno hanno raccolto il frutto di tanta potenza: la loro macchina è stata in grado di tracciare il movimento degli atomi di una proteina 1000 volte più lunga di quella del precedente primato: abbastanza, quindi, da permettere ai ricercatori di vedere come questa trova la sua strada attraverso 15 cicli di avvolgimento e riavvolgimento.

9 – Meglio i ratti dei topi

Modello d’eccellenza negli studi clinici, il ratto è da preferire al topo perché più simile all’essere umano. Il nostro cuore batte circa 70 volte al minuto, quello del ratto 300, quello del topo 700; il pattern di segnali elettrici cardiaci di ratto e essere umano sono molto simili; il ratto è un miglior modello del topo per studi su malattie degenerative come Alzheimer e Parkinson. Inoltre, è più grande, quindi più facile da manipolare.
Se non bastasse, quest’anno diversi gruppi di ricerca hanno riportato importanti risultati usando trasposoni (sequenze di Dna che saltano da un sito a un altro del genoma) per modificare geneticamente i ratti. Dal prossimo anno, quindi, è probabile che i topi vengano rimpiazzati definitivamente.

10 – Contro la diffusione dell’Hiv

Il 2010 è stato un anno notevole anche per la profilassi contro la diffusione dell’Hiv. Due gli studi clinici in cui si è riusciti a bloccare parzialmente il contagio. Il primo, presentato a luglio alla XVIII International AIDS Conference che si è tenuta a Vienna, si è servito di un gel vaginale a base di tenofovir (un antiretrovirale). Il rischio di infezione nelle donne più esposte al virus si è ridotto del 39% per un periodo di 30 mesi. La ricerca è stata condotta su circa 900 sudafricane. L’altro studio è il primo mai condotto su una profilassi orale pre-esposizione, e ha dato risultati anche più incoraggianti. È mix di due diversi principi (lo stesso tenofovir e l’emtricitabina, un inibitore della trascrittasi inversa del virus) ed è stato testato su 2.499 uomini e donne transessuali provenienti da sei paesi. Dopo poco più di un anno, il rischio di contagio si è ridotto del 43,8 per cento.

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Come le api vedono il mondo

Vi siete mai chiesti come le api vedono il mondo? So perfettamente che non si tratta di una domanda che sorge naturalmente quando andate al lavoro o quando gustate un cucchiaio di miele...ma ve lo siete mai chiesto?
Se lo sono chiesto i ricercatori dell'Imperial College London e della University of London, che hanno creato il Floral Reflectance Database (FReD) per scoprire come le api vedono il mondo che le circonda.

Il FReD consente di vedere i colori delle piante attraverso gli occhi delle api e di altri insetti impollinatori. "Questa ricerca mostra come il mondo che noi vediamo non è il mondo fisico, o quello 'reale'. Animali diversi hanno sensi molto diversi, dipendentemente dall'ambiente nel quale operano" spiega Lars Chittka, professore della School of Biological and Chemical Science. "Buona parte del mondo colorato, accessibile alle api e ad altri animali dotati di recettori ultravioletti, è completamente invisibile a noi. Per poter vedere quella parte invisibile del mondo, abbiamo bisogno di uno strumento speciale".

I ricercatori hanno creato un database raccogliendo le misurazioni di riflettanza di petali e foglie di molte varietà differenti di piante. Queste misurazioni mostrano il colore delle piante sia attraverso il tradizionale spettro luminoso (che noi percepiamo), sia attraverso le frequenze luminose a noi invisibili.

In questo modo, ogni ricercatore potrà accedere al database e capire come un determinato insetto vede il mondo. Sappiamo, infatti, che alcuni insetti percepiscono determinate frequenze luminose, frequenze disponibili nelle misurazioni spettroriflettive del FReD.

Questi dati potrebbero fornire un prezioso aiuto per comprendere più a fondo i meccanismi dell'impollinazione, o determinati comportamenti di alcune specie di insetti, che sembrano vedere delle "piste di atterraggio" sui fiori, piste invisibili all'occhio umano.

Queste piste sono una strategia che alcune piante hanno adottato per poter guidare gli insetti al nettare, favorendo la diffusione nell'ambiente di polline. "Spesso si può trovare, in uno schema simmetrico radiale, un'area centrale di colore diverso. In altri fiori, ci sono anche dei puntini al centro per indicare dove si trova un orifizio utile alle api per prelevare nettare con le loro lingue".

"Abbiamo bisogno di capire che tipo di ambiente luminoso dobbiamo generare nelle serre commerciali per facilitare il rilevamento di fiori da parte delle api" dice Chittka. Secondo lui questo database, oltre ad avere lo scopo di comprendere meglio i complessi meccanismi che regolano la vita quotidiana degli insetti impollinatori, potrebbe fornire preziosi strumenti per migliorare le applicazioni commerciali legate a questi insetti.

Oltretutto, la ricerca non si limiterà solo alla comprensione degli insetti, ma anche allo studio dei meccanismi evolutivi che hanno portato le piante moderne ad avere certi colori. "Speriamo che questo lavoro possa aiutare i biologi a capire come le piante si siano evolute in differenti habitat, dalla biodiversità del Sud Africa agli ambienti freddi dell'Europa settentrionale. I record del FReD potrebbero mostrarci come il colore di un fiore sia potuto cambiare nel corso del tempo, e come questo fiore sia collegato ai differenti insetti che lo impollinano, e ad altri fattori del loro ambiente locale".


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giovedì 16 dicembre 2010

Ritrovati i resti fossili di una cicogna gigante che poteva mangiare anche ominidi!

Sull'isola di Flores, in Indonesia, sono stati trovati i resti fossili delle ossa di una cicogna gigante, grande abbastanza da divorarsi un neonato. Il ritrovamento, come rende noto il quotidiano inglese 'The independent', e' avvenuto nella stessa isola dove sono stati trovati i resti dei cosiddetti 'hobbit' o homo floriesiensis, una popolazione di ominidi assai piccoli, che vissero nel luogo oltre 18 mila anni fa.

La gigantesca cicogna, nota come Leptoptilos robustus, dall'alto del suo 1,82 metri e quasi 16 kg di peso, 'torreggiava' sugli hobbit, che erano alti meno di un metro. Anche se non vi sono prove che questi uccelli cacciassero gli uomini, gli scienziati sono convinti che possano essersi nutriti degli hobbit piu' giovani e che avessero perso la loro capacita' di volare.

Le ossa sono state scoperte sul fondo della caverna di Liang Bua, la stessa dove sono stati trovati i resti dell'homo floriensis. ''All'inizio pensavo che si trattassero dell'ossa di un grande rapace - racconta Hanneke Meijer, autore del ritrovamento - ma poi con mia grande sorpresa, ho realizzato che si trattava di una cicogna. Le ossa delle gambe infatti sono molto sottili, il che significa che deve aver vissuto la maggior parte del suo tempo a terra''.

Sull'isola, dove oltre agli hobbit non c'erano grandi mammiferi predatori, come lupi o grandi gatti, molte specie sono cresciute piu' grandi che in altri posti. Sono stati infatti trovati i resti di cicogne e topi giganti che vissero contemporaneamente agli uomini.

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mercoledì 15 dicembre 2010

Nasa-Voyager 1: per la prima volta una sonda oltre il sistema solare

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Oltre il sole, oltre i confini del sistema solare, laggiù, dove finora nessun altra navicella si è mai spinta. A superare le colonne d'Ercole del cielo sarà la sonda Voyager 1 della Nasa, che da 33 anni è in orbita, esattamente dal 5 settembre 1977.

Dopo aver oltrepassato il sole, spingendosi fino a 11 miliardi di miglia di distanza dalla nostra stella, Voyager 1 è pronta per tuffarsi nel 'mitico' spazio interstellare. Come un Ulisse del cielo, la navicella si trova infatti ai confini dell'eliosfera, la bolla di gas ionizzato emessa dal sole e che avvolge interamente il nostro sistema planetario, proteggendolo come uno scudo magnetico dai raggi cosmici.

Proprio oltre l'eliosfera si estende lo spazio interstellare. Secondo gli studiosi del California Institute of Technology di Pasadena, nel 2004 Voyager ha superato una zona un po' particolare e turbolenta, la termination shock. Qui le particelle emesse dal vento solare, che solitamente viaggiano ad una velocità supersonica, subiscono una sorta di rallentamento a causa del vento interstellare, che aleggia nella regione.

Superato questo scoglio, grazie alla strumentazione a bordo della sonda, gli scienziati hanno calcolato che quando le particelle si scontrano con la navicella alla stessa velocità di crociera della sonda, allora il vento solare è fermo. Ed è così anche oggi.

Ma come succede per la maggior parte delle grandi imprese, ci vorrà ancora del tempo. Secondo le stime saranno necessari quattro anni prima che Voyager 1 entri definitivamente nello spazio interstellare. E una volta riuscita, avrà inizio una nuova fase in cui la densità delle particelle calde diminuirà drasticamente e aumenterà la densità di quelle fredde.

Piccola curiosità. Viste le distanze coperte e le ambizioni legate a Voyager 1, la sonda trasporta un disco d’oro per grammofono, il Voyager Golden Record, che contiene informazioni sulla nostra Terra, sulla sua posizione nell'universo, sul codice binario. Inoltre, riporta anche un messaggio registrato dall'allora presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, insieme ad una selezione di suoni e immagini della civiltà umana. Una sorta di testamento della nostra specie, inviato ad ignoti destinatari dell'universo.

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Google Nexsus S va nello spazio

Sette involucri di styrofoam, generalmente utilizzati come contenitori termici per la birra, sono stati utilizzati per mandare ai limiti della nostra atmosfera altrettanti telefoni Nexux S (Samsung GT-i9020), montati in modo tale da riprendere lo spazio con la telecamera in dotazione.

Nexus S è lo smartphone di Google dotato di Android 2.3, che monta un processore Cortex A8 Hummingbird da 1 GHz, ed è fornito di display multi touch da 4 pollici, oltre che di una fotocamera da 5 megapixel.

L'ascesa è stata possibile grazie a palloni aerostatici riempiti d'elio. Non è il primo caso di riprese ad alta quota effettuate con mezzi "fai-da-te", ma quando Google scende in campo (portandosi dietro il tanto atteso Nexus S) è facile capire il perchè se ne chiacchieri.

Il team del progetto Nexus S è composto da ingegneri di Google e studenti provenienti dall'Università della California di Santa Cruz. Lo scopo è principalmente quello di testare i Nexux S in situazioni di quasi-vuoto e temperature estremamente rigide.
A bordo sono stati montati accelerometri, giroscopi e bussole, per calcolare le forze sperimentate dal carico. I Nexus S sono anche dotati di un programma di realtà aumentata, chiamato SkyMaps, che sovrappone una mappa celeste alle riprese della telecamera, per mostrare posizione e orientamento del telefono.

Per seguire i palloni sonda sono stati montati dei GPS, dei trasmettitori radio e un'antenna che invierà dati in tempo reale relativi ad altezza e posizione.

Dopo tre ore dal lancio, i palloni sonda hanno iniziato ad esplodere. Molti di essi sono saliti per oltre 32.000 metri, e la discesa ha richiesto circa 20-30 minuti grazie a piccoli paracadute arancioni, che hanno garantito un atterraggio morbido.

Tutti i telefoni sono stati recuperati, tranne uno, la cui sorte è ancora sconosciuta. Sono risultati funzionanti, nonostante il viaggio e le temperature sperimentate, tanto che si stanno già pianificando lanci futuri.

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Lettere all'antrace: l'FBI ostacola le analisi scientifiche

La verità della National Academy of Science (NAS) sulle lettere all'antrace – il caso che terrorizzò gli Stati Uniti nel 2001 – tarderà ancora ad arrivare. Il motivo, questa volta, è il ritardo con cui l'FBI ha fornito alla commissione incaricata di ricostruire l'accaduto dal punto di vista scientifico delle “nuove rilevanti informazioni”. Come fa notare ScienceInsider, l'entrata in scena del nuovo materiale potrebbe cambiare gli esiti di un rapporto che i cittadini americani aspettano di conoscere dal settembre 2008, quando la NAS ricevette l'incarico dal Federal Bureau of Investigation. L'impressione di alcuni osservatori, a cominciare dal deputato democratico Rush Holt, è che con questo gesto l'FBI abbia voluto sfidare l'indipendenza del panel di esperti, compromettendone di fatto il lavoro.

I fatti risalgono al 2001, quando lettere con tracce di antrace furono recapitate a senatori del partito democratico americano e alle redazioni di alcuni giornali. A causa delle inalazioni morirono cinque persone; altre diciassette si ammalarono. L'uomo indicato dall'FBI come unico responsabile dell'attacco fu Bruce Edwards Ivins, noto esperto di bioterrorismo che a quel tempo lavorava all'Istituto di Ricerca di Malattie Infettive dell'Esercito Americano (USAMRIID). Nel suo laboratorio di Fort Detrick, in Maryland, furono trovate spore di antrace altamente purificate che avevano mutazioni genetiche simili al veleno utilizzato per l'attacco batteriologico. Ivins, che si è sempre proclamato innocente, si è tolto la vita il 29 luglio del 2008, a circa una settimana dalla chiusura delle indagini.

Ufficialmente, l'FBI ha chiuso il caso nel febbraio del 2001, senza aspettare che la NAS consegnasse il suo rapporto. Una prima versione del documento è stata sottoposta allo stesso Federal Bureau of Investigation il 27 ottobre scorso. Poi, però, l'ennesimo colpo di scena: il 3 dicembre l'FBI ricontatta la commissione per fornirle “nuove informazioni”, ritenute così importanti da meritare un riesame. Ora l'FBI ha ammesso di non aver consegnato agli esperti della National Academy of Science alcune informazioni. Il rapporto, dunque, il cui contenuto per ora è stato visionato solo da ufficiali del bureau, potrebbe subire delle modifiche. Tra le voci più critiche spicca quella di Holt: “Non si capisce perché l'FBI abbia aspettato così tanto prima di fornire agli scienziati tutto il materiale”, ha detto il deputato a ScienceInsider. “Molto probabilmente si tratta di un tentativo di contestare e sfidare i risultati del rapporto indipendente stilato dalla NAS”. Holt ha anche scritto una lettera al direttore dell'FBI, Robert Mueller, chiedendogli un incontro per chiarire perché quei documenti siano stati “gettati sul tavolo in grave ritardo” rispetto al corso delle indagini.

Dal canto suo il direttore della National Academy of Science, E. William Colglazier, ha ribadito che il nuovo materiale “è rilevante ai fini del rapporto”, e che quindi non può essere ignorato. La data della consegna, a questo punto, è stata spostata al febbraio del 2011. Più di anno dopo la chiusura del caso da parte della magistratura e ben dieci anni dopo l'attacco che ha fatto conoscere al mondo una nuova paura: quella della guerra batteriologica.

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Un asteroide con la coda: la caccia è aperta!

Un asteroide della fascia principale è stato visto circondato da una nuvoletta di polvere o qualcosa del genere. Le possibilità di spiegazione sono solo due ed entrambe sorprendenti. Gli astrofili più agguerriti hanno pane per i loro denti.

596 Scheila è un oggetto di medio-larghe dimensioni della fascia principale degli asteroidi con i suoi 113 km di diametro. La sua orbita abbastanza eccentrica lo porta al perielio fino a 2.44 UA dal Sole e all’afelio fino a 3.41 UA. Un tipico oggetto scuro della fascia esterna. Tutto normale? Ebbene no. Recenti immagini riprese sia da professionisti che da amatori hanno mostrato una strana struttura a spirale attorno a lui. Nitide immagini sono state ottenute nel Nuovo Messico con un telescopio da 25 cm e con uno da 50. La seconda è frutto del lavoro di Joseph Brimacombe e viene riportata nella figura.


Che cosa può significare quello strano “sbuffo”? Solo due cose: (1) Scheila non è un “vero” asteroide, ma una enorme cometa quiescente che sta dando segni della sua natura interna, mostrando sublimazione del ghiaccio; (2) Scheila è stato impattato da un piccolo compagno e quello che si vede è la nube di polvere sollevata nell’urto. Basterebbe un proiettile di circa un metro per causare ciò che si vede. In entrambi i casi l’oggetto in questione rappresenta un caso interessantissimo ed è estremamente necessario seguire l’evoluzione della nuvoletta col tempo. Cari amici, attrezzati con i giusti telescopi, datevi da fare: c’è bisogno anche del vostro aiuto!

Riporto di seguito le effemeridi giornaliere per una trentina di giorni. Come vedete le magnitudini non sono proibitive (tra la 13 e la 14) e le prime osservazioni ci dicono che forse l’oggetto è anche più luminoso del previsto. Buona fortuna!


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lunedì 13 dicembre 2010

Mostro della Louisiana, è solo Viral Marketing?

Una foto incredibile fa il giro della rete, dopo che la NBC rete di punta americana, manda in onda nella sua edizione del Mattino, uno scatto dove appare una strana figura nella foresta della Lousiana. Ma dopo qualche giorno arriva una notizia ufficiosa, secondo Movieweb, questa immagine è un frame di Super 8 pellicola prodotta da Steven Spielberg e diretta da J.J. Abrams. Nella sua prima apparizione in una pagina di Facebook come tante altre la paternità della foto era stata associata ad un cacciatore di cervi in una riserva a Berwick, vicino a Morgan City, Louisianna. Chiaramente l'immagine aveva avuto un eco impressionante che non si è fermato neanche adesso che fonti vicine alla produzione di Super 8 sembrano confermare la sua natura "artificiosa". Intanto gira in rete un video in cui si vede la creatura in altre circostanze. A seguire il video della NBC.

Come si vede il frame reca la data del 30 Novembre 2010 , quando manca un quarto d'ora alle due di notte.

Sempre più spesso la comunicazione che elude i media tradizionali fa la fortuna di produzioni cinematografiche in cui appaiono misteriose creature. Si lancia una foto, che apparendo reale viene ripresa dalla tv, internet e forum generando una mole di pubblicità gratuita senza costi supplementari. Poi dopo qualche giorno si lasciano filtrare delle voci che associano la foto ad una storia vera, salvo poi fare marcia indietro. Ricordate Paranormal Activity? Vera o non vera la foto ha fatto il suo dovere, far parlare di se.


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Genetica, il primo figlio con due papà (e senza mamma)

Un team di ricercatori Usa ha messo a punto una nuova forma di riproduzione dei mammiferi. Per ora si tratta di topi ma è uno studio destinato a fare storia (e creare polemiche)


“ Una nuova forma di riproduzione dei mammiferi”, così è stata chiamata dagli scienziati che l’hanno messa a punto. È la tecnica che permette di ottenere una progenie di topi a partire da due padri (quella con due madri ormai è storia vecchia). A riuscire per la prima volta nell’impresa, che diventerà una pietra miliare della ricerca genetica , i ricercatori dell’ Anderson Cancer Centerdell’ università del Texas negli Stati Uniti con uno studio pubblicato su Biology of Riproduction.

Per ottenere questo straordinario risultato, gli scienziati hanno manipolato alcune cellule del tessuto connettivo (fibroblasti) di un primo topolino per ottenere una linea di cellule staminali pluripotenti indotte (o iPS). Queste cellule, generate per la prima volta quattro anni fa da Shinya Yamanaka e dal suo gruppo di ricerca dell’ università di Kyoto, possono dare origine a diversi tipi di tessuto.

Ora i ricercatori statunitensi hanno notato che circa l’1 per cento delle cellule prodotte a partire dalle iPS ottenute con i fibroblasti del topo maschio perdono spontaneamente il cromosoma maschile Y, diventando cellule con corredo X0.

Partendo da questa osservazione, gli studiosi hanno messo a punto una tecnica molto complessa. Per prima cosa hanno iniettato le cellule X0 in blastocisti di topi (ovvero in embrioni nelle primissime fasi di sviluppo). Queste blastocisti “modificate” sono state poi impiantate nell’utero di alcune topoline, che hanno così dato alla luce una progenie femminile con cromosomi sessuali X0/XX (in cui l’X singola derivava direttamente dai fibroblasti del primo maschio).

Una volta raggiunta l’età riproduttiva, questa progenie femminile è stata fatta accoppiare normalmente con dei topi. Da questa unione sono nati cuccioli maschi e femmine il cui Dna proviene sia dal loro padre, sia dal primo topo. Usando la fecondazione in vitro, sostengono i ricercatori, si potrebbe eliminare persino la necessità delle madri X0/XX.

Dal punto di vista puramente tecnico si tratta di uno studio destinato a far storia. Tuttavia, le applicazioni pratiche sono ancora abbastanza lontane. La più probabile, secondo gli studiosi, potrebbe essere l’uso della tecnica per la salvaguardia di specie a rischio estinzione.

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Dieta, il pensiero sazia

Forse chi è a dieta ferrea e sta lottando contro una voglia incontrollabile di pastasciutta non sarà d'accordo, mapensare a una carbonara fumante, con sopra una spolverata di parmigiano, può essere d'aiuto. A dirlo è uno studio della Carnegie Mellon University (Stati Uniti) pubblicato su Science, i cui risultati contraddicono uno degli assunti di base che finora hanno guidato dietologi e persone in lite con la bilancia: che fantasticare meno su un determinato cibo riducesse la voglia di concretizzare il pensiero, scongiurando così il peccato di gola. Al contrario, i ricercatori statunitensi sostengono che più si pensa a un alimento, meno se ne consuma. Per dirla in parole povere, è come se ci saziassimo con il pensiero. O almeno così pare.

Il gruppo, guidato da Carey Morewedge, ha condotto una serie di cinque esperimenti, tutti volti a scoprire la relazione tra pensiero ripetuto di un alimento e suo reale consumo. Tra i cibi in esame c'erano caramelle M&M's, cubetti di formaggio ealtri alimenti altamente calorici. L'esperimento base equiparava il pensiero di ingurgitare M&M's all'inserimento di monete all'interno di una lavatrice. I partecipanti erano stati divisi in tre gruppi: uno di controllo, cui era stato chiesto solo di immaginare di inserire 33 monete nella macchina; uno che doveva immaginare di inserire 30 monete e mangiare 3 caramelle; l'altro che doveva pensare di mettere 30 M&M's nello stomaco e 3 gettoni nella lavatrice. Una volta lasciati liberi di affondare le mani nel cesto di caramelle, i partecipanti che ne avevano già mangiate mentalmente una trentina erano molto meno propensi a consumarle davvero. Gli altri quattro esperimenti hanno confermato questa tendenza: più alle persone veniva chiesto di pensare a un alimento, più ne calava il desiderio effettivo.

“ I nostri risultati suggeriscono che cercare di sopprimere il pensiero di qualcosa che si desidera, nella speranza di diminuirne la voglia, potrebbe essere una strategia votata al fallimento”, ha commentato Morewedge. “ Al contrario, lo studio mostra come pensare intensamente a un alimento possa ridurne in pratica il consumo. Si tratta di un aspetto interessante, che potrebbe essere utile nello sviluppo di nuovi tipi di interventi per ridurre gli slanci verso cibi non sani, come anche verso droghe e sigarette, aiutando così le persone a fare scelte di vita più salutari”.

Il meccanismo mentale che determina il calo del desiderio, in particolare, va sotto il nome di abituazione. “ Si tratta di uno dei processi fondamentali che regolano il nostro consumo di un determinato cibo o prodotto, quando fermarci e quando passare a qualcos'altro”, ha spiegato Joachim Vosgerau, altro autore dell’articolo: “ Dalla nostra ricerca emerge che l'abituazione non è governata solo da input sensoriali che coinvolgono la vista, l'olfatto, il suono e il tatto, ma anche dal modo in cui l'esperienza del consumo viene mentalmente rappresentata. Da un certo punto di vista, il solo fatto di immaginare un'esperienza può sostituire l'esperienza stessa”. La differenza tra fatti e pensieri, insomma, potrebbe essere più piccola di quanto ritenuto fino ad ora, almeno in fatto di voglie alimentari.

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giovedì 9 dicembre 2010

Nuovo studio: il periodo dell'anno nel quale nasciamo influenza i ritmi del nostro corpo e anche il nostro umore

Il mese, o meglio la stagione in cui si nasce potrebbe influenzare la personalita' di un individuo, ma il motivo non va ricercato in sibilline congiunzioni astrali, bensi' nell'effetto della quantita' di luce cui si e' esposti nel primo periodo di vita.

Diverse a seconda della stagione, le ore di luce cui siamo esposti alla nascita possono influenzare i nostri ritmi interni (l'orologio interno che regola il nostro corpo) e quindi anche la nostra predisposizione a certe problematiche quali la depressione o la sindrome stagionale dell'umore.

E' quanto speculano Douglas McMahon e Chris Ciarleglio della Vanderbilt University che in uno studio su topolini appena nati hanno visto che nascere in inverno piuttosto che in estate scombussola non poco i ritmi biologici di un organismo.

Secondo quanto riferito sulla rivista Nature Neuroscience, i topolini nati in inverno mostrano di avere un orologio interno un po' piu' ''sballato'' e piu' sensibile ai cambiamenti di luce e di stagione rispetto ai cuccioli nati in estate.

''I nostri orologi biologici misurano la lunghezza del giorno e modificano i nostri comportamenti a seconda delle stagioni - spiega McMahon. Eravamo curiosi di sapere se la quantita' di luce cui si e' esposti subito dopo la nascita potessero in qualche modo modellare, durante le prime fasi cruciali dello sviluppo del cervello, gli orologi biologici''.

Per farlo gli scienziati hanno preso topolini appena nati e, con le loro mamme, li hanno messi in un ambiente invernale (8 ore di luce e 16 di buio) o estivo (16 ore di luce, 8 di buio) per il periodo dello svezzamento; poi li hanno esposti per alcune settimane o alla luce estiva o a quella invernale e infine al buio per studiare il funzionamento di base del loro orologio biologico interno, senza l'influenza della luce esterna.

E' emerso che, mentre i topolini 'nati in estate' non risentono dei successivi cambiamenti di luce cui sono esposti e i loro ritmi rimangono molto regolari anche al buio, non succede altrettanto per i topolini invernali.

''I topi allevati in inverno mostrano una risposta esagerata ai cambiamenti di stagione (e quindi delle ore di luce) che e' sorprendentemente simile alle reazioni delle persone che soffrono di disturbi stagionali dell'umore'', conclude McMahon. Si puo' dunque avanzare l'ipotesi che la stagione di nascita imprima un effetto duraturo e penetrante sulla nostra personalita' e sulla nostra tendenza a certi disturbi dell'umore.


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Il mercurio rende omossessuali gli ibis

L'inquinamento da mercurio minaccia la sopravvivenza dell'ibis bianco. Come? Rendendo omossessuali i maschi di questa specie che non fanno più il loro dovere coniugale.
Il mercurio, anche a dosi contenute, è estremamente pericoloso per i maschi di ibis bianco (Eudocimus albus), non solo perché li avvelena, ma perché cambia le loro preferenze sessuali mettendo a rischio la continuazione della specie. Sì, avete capito bene: il mercurio, o meglio il metilmercurio (CH3Hg+), rende omosessuali i maschi di questo volatile, che iniziano così ad accoppiarsi tra loro trascurando le femmine. È il primo elemento chimico a manifestare questa strana proprietà: altre sostanze, per esempio il cadmio, sono note per rendere poco fertili gli animali oppure per renderne femminili alcune caratteristiche senza però modificare l’orientamento sessuale degli individui.
Le pesanti conseguenze del metallo pesante
Peter Frederick dell’ Università della Florida e Nilmini Jayasena dell'Università di Peradeniya, Sri Lanka, hanno studiato una colonia di ibis bianchi che mangiavano cibo contaminato da basse dosi di mercurio e hanno notato che gran parte dei maschi, più del 55%, si corteggiavano tra loro, costruivano i nidi insieme e si accoppiavano per intere settimane.
Non solo, il mercurio ha danneggiato anche le coppie di uccelli che sono rimaste eterosessuali: ha ridotto il periodo di corteggiamento e sembra aver influito negativamente sulle cure parentali che i genitori riservano ai propri piccoli. Secondo Frederick la combinazione di questi due fattori potrebbe ridurre del 50% la popolazione di ibis di quella colonia in poco tempo.
Ma questi effetti del mercurio si manifestano solo sugli ibis? Secondo i ricercatori ne sono vittime anche altri animali, ma non è chiaro quali. In particolare non ci sono prove, nonostante i numerosi studi, dell’aumentata tendenza all’omosessualità degli uomini in seguito a contaminazione da mercurio.

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Scoperto un sistema planetario enigmatico e sconcertante

Un sistema planetario enigmatico. Anzi, sconcertante, perché mette in crisi i due modelli di formazione di pianeti utilizzati finora dagli astronomi. A spiegarcene il motivo dalle pagine di Nature è un gruppo di ricercatori dell'Herzberg Institute of Astrophysics di Victoria (British Columbia). Coordinati dal ricercatore Christian Marois, gli scienziati canadesi hanno infatti scoperto un quarto pianeta gigante intorno alla stella HR 8799, a circa 118 anni luce da noi, nella costellazione di Pegaso. Si tratta davvero di un curioso “poker” di pianeti, perché al momento non c'è alcuna teoria in grado di spiegarne la nascita. I primi tre sono stati scoperti due anni fa dallo stesso Marois, e il quarto è stato individuato analizzando immagini infrarosse riprese di recente all'Osservatorio Keck II.

La ricerca di pianeti extrasolari è un campo di relativamente giovane ma estremamente promettente: in soli 15 dalla scoperta del primo, oggi ne conosciamo più di 500. La maggior parte di essi viene individuata in maniera indiretta, per esempio misurando le perturbazioni gravitazionali indotte sulla stella principale, oppure osservando la diminuzione di luce della stella quando il pianeta le transita davanti. In pochi casi, come per il sistema di HR 8799, è stato invece possibile osservare direttamente i pianeti. In questo caso, infatti, i corpi sono molto distanti dalla stella, più di 25 volte la distanza media Terra-Sole (da 15 a 70 volte il raggio terrestre). Inoltre si tratta di pianeti giovani, con meno di 100 milioni di anni, e sono quindi ancora molto caldi e brillanti perché stanno irradiando nello Spazio l'energia gravitazionale acquisita durante la loro recente formazione.

Principalmente esistono due meccanismi proposti per la formazione di pianeti. In un primo modello (core accretion), la formazione procede attraverso due fasi, dapprima un accrescimento su un nucleo e poi un successivo deposito di materiale più esterno, principalmente idrogeno e elio. In base a un modello alternativo, la formazione avviene in un singolo passaggio, cioè dalla frammentazione di una nube di gas e polveri (disc instability). Studiando la formazione di questo sistema planetario attraverso simulazioni, i ricercatori hanno scoperto che questi meccanismi di formazione non possono produrre un sistema planetario gravitazionalmente stabile e che riproduca le caratteristiche osservate. Una possibilità è che i pianeti si siano formati grazie ad un sistema “ibrido” o, piuttosto, che siano migrati nella loro posizione attuale.

“Il modello principale, detto core accretion, spiega bene i pianeti che orbitano a una distanza dalla loro stella pari a quella Saturno-Sole”, dice a Galileo Raffaele Gratton, planetologo dell'INAF-Osservatorio Astronomico di Padova: “Già, quindi, facciamo fatica a spiegare la posizione di Urano e Nettuno; a distanze come quelle osservate per il nuovo sistema, il modello non è certamente applicabile. Il secondo meccanismo – sostenuto da una minoranza di astronomi – ammette la formazione di massimo uno, due pianeti a quelle distanze, non certo quattro. Non è la prima vota che ci troviamo di fronte a questa incongruità: evidentemente, qualcosa nei nostri modelli deve essere cambiato. Il difficile, ora, è capire cosa”.

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mercoledì 8 dicembre 2010

Messaggi subliminali nella musica dei Led Zeppelin

Quì di seguito vi proponiamo due pareri riguardo all'argomento dei messaggi subliminali trovati nei dischi dei Led Zeppelin.


Accuse di satanismo
Il brano, acclamato per la sua composizione, è stato anche bersagliato per un presunto contenuto di messaggi subliminali di matrice satanica (contestazioni del genere sono numerose nel rock, ad esempio capitarono anche ai Queen e ai Beatles). Secondo alcune interpretazioni un verso della canzone, ascoltato al contrario, conterrebbe un inno demoniaco.

(EN)
« ...If there's a bustle in your hedgerow, don't be alarmed now it's just a spring clean for the May Queen
Yes, there are two paths you can go by, but in the long run there still time to change the road you're on... »
(IT)
« ...Se c'è trambusto fuori dalla porta, non ti allarmare è solo la pulizia di primavera in onore della Regina di Maggio
Sì, ci sono due strade che puoi percorrere, ma a lungo andare c'è sempre tempo per cambiare strada... »


Ascoltando questa parte al contrario, si può interpretare il seguente messaggio:

(EN)
« Oh here's to my sweet Satan. The one whose little path will make me sad, whose power is Satan. He'll kill you with his 666. And in a little toolshed he'll make us suffer, sad Satan. »
(IT)
« Oh Questo è per il mio dolce Satana, colui il cui piccolo sentiero mi renderà triste, con i suoi poteri è Satana. Lui ti ucciderà con il suo 666 e in un capanno degli attrezzi ci farà soffrire, triste Satana. »


Il testo ascoltato nel senso normale già alluderebbe al bifrontismo delle parole. Dice infatti: "Cause you know sometimes words have two meanings" ("Perché come sai a volte le parole hanno due significati").

In realtà non vi è alcuna prova che i Led Zeppelin abbiano volutamente fatto passare questi messaggi "al contrario" con la tecnica del backmasking, e probabilmente si tratta di uno dei tanti casi di pareidolia acustica della storia del rock e dell'heavy metal, poiché altresì non esiste prova che i messaggi nascosti siano stati inseriti volutamente. Pur senza nascondere di essere un ammiratore di Aleister Crowley, Page negò sempre queste dicerie. Anche il tecnico del suono Eddie Kramer, che curò il disco, confermò le falsità delle accuse, giudicandole ridicole. Robert Plant affermò in una intervista: "To me it's very sad, because Stairway to Heaven was written with every best intention, and as far as reversing tapes and putting messages on the end, that's not my idea of making music" ("Per me è veramente triste, perché Stairway to Heaven fu scritta con le migliori intenzioni, e per quanto riguarda messaggi registrati al contrario, non è la mia idea di fare musica").



Adattamento da parte di Guardiamo a 370° da Wikipedia,Youtube.
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Oltre alla simbologia adottata, lo stesso testo al dritto di Stairway to Heaven contiene almeno due allusioni (chiavi di lettura indirizzate ai soli iniziati) al bifrontismo di certe frasi. La prima di esse, a cui soggiace il messaggio bifronte «Here's my sweet Satan, the one whose little path...», dice: «Sì, ci sono due strade che puoi percorrere (puoi ascoltare in due modi queste parole), ma a lungo andare hai ancora tempo per cambiare strada» (ma se vuoi capire veramente, ascolta al contrario). La seconda allusione alla lettura bifronte, molto più chiara della prima, è situata nel punto in cui si dice: «Cause you know sometimes words have two meanings», e cioè «perché come sai a volte le parole hanno due significati». Anche il punto del testo al dritto di Over the Hills and Far Away, a cui sottosta il backmasking che dice «We're not really rich, it's all for Satan...», sembra alludere ad un secondo significato sottinteso in queste parole: «Molti è una parola\ che ti lascia indivinare\ Indovinare quello che\ Dovresti veramente sapere\ Dovresti veramente sapere». Da notare che la scritta «Houses of the Holy», che appare sulla busta interna che contiene questo LP, è stata stampata all'incontrario... Vi è tuttavia un altro argomento, a nostro avviso apodittico, che fuga ogni residua ombra di dubbio sul coinvolgimento nel satanismo del virtuoso chitarrista degli Zeppelin: la simbologia contenuta nei loro dischi. A riguardo dell'anziano che compare sulla cover del IV ellepì, Page ha affermato: «Il Vecchio raffigurato in copertina è un uomo in armonia con la Natura. Egli porta delle fascine di legna, prendendo dalla Natura ciò che poi restituisce. Il suo è un cerchio naturale, giusto. [...] Il Vecchio è anche l'Eremita dei Tarocchi; simbolo di saggezza mistica e dell'uomo che ha fiducia in sè». L'Eremita dei Tarocchi appare nelle sue vere sembianze anche nell'interno aperto del IV album, in forma di un vegliardo avvolto in un mantello (che serve a nascondere la sua opera e ad impedire che venga scoperta) sulla cima di una montagna che tiene nelle mani un lungo bastone e una lanterna al cui centro campeggia un Esagramma o «Sigillo di Salomone», un simbolo magico-cabalistico, ma anche il simbolo personale di Aiwass in The Book of the Law o Liber Legis (Punto II): «La Stella a Sei Punte è il Mio Simbolo». Questo Tarocco viene riproposto anche nel film-documentario dei Led Zeppelin The Song Remains the Same (Warner Bros. 1976), dove Page stesso, opportunamente truccato, impersona la figura ieratica dell'Eremita. Ma ahimè, la rosea spiegazione a sfondo ecologico di questo Tarocco fornita poc'anzi da Page non collima con quella molto più autorevole data dal grande iniziato Oswald Wirth (1860-1943), 33º del massonico Rito Scozzese Antico, che di questo Tarocco ci dice: «Se l'Eremita incontra sul suo cammino il Serpente (Satana; N.d.R.) dalle brame egoistiche, non cerca di imitare la Donna Alata dell'Apocalisse (la Vergine Maria; N.d.R.) che posa il piede sul rettile [...]. Il Saggio preferisce incantare il Serpente, perché si attorcigli attorno al suo bastone [...]; infatti il Serpente rappresenta correnti vitali (infere; N.d.R.) che il taumaturgo capta per esercitare la medicina degli anziani». Che in un linguaggio comprensibile anche ai non-iniziati significa: se il Mago incontra Satana, non lo allontana, ma fà ricorso ai suoi poteri per realizzare i suoi sordidi scopi.
Facciamo inoltre notare che nel suo libro Magick, Crowley addita la «siringa di Pan con i suoi sette toni, corrispondenti ai sette pianeti», come uno degli strumenti più appropriati per compiere determinate evocazioni. Ora - un'altra coincidenza? - la dolce Stairway to Heaven prende inizio proprio con il suono di questo strumento. Non a caso, il testo a un certo punto dice: «Then the piper will lead us to reason/ And a new day will dawn/ For those who stand long/ And the forests will echo with laughter/ [...] In case you don't know/ The piper's calling you to join him» («Il pifferaio ci guiderà alla ragione/ E un nuovo giorno spunterà per quelli/ Che stavano aspettando da tanto/ E le foreste eccheggeranno di risate/ [...] Nel caso non lo sapessi/ Il pifferaio ti sta chiamando, vuole che tu vada da lui». è lampante che il «pifferaio» le cui risate eccheggiano nelle foreste è il dio Pan, il dio cornuto della Wicca, che la Massoneria identifica con Satana e al quale Crowley ha dedicato un poema (Inno a Pan)! Ma torniamo ai simboli. Anche la copertina di Houses of the Holy presenta immagini di contenuto satanico. Sul davanti (aperto) appaiono una dozzina di bambini nudi dalla bionda chioma in atto di scalare un'altura sulla cui sommità si erge qualcosa di simile ad un'ara sacrificale. L'interno aperto della stessa cover presenta un'immagine inequivocabile e raccapricciante allo stesso tempo: ai piedi dei ruderi di un castello, simile a quelli che sorgono sulle Southern Highlands scozzesi (il cottage di Crowley?), un uomo (nudo) offre in sacrificio un fanciullo ad una «divinità» rappresentata dai raggi di luce (Lucifero?) che svettano dal castello stesso. Anche in questo caso è ipotizzabile un'influenza «crowleyana». Trattando infatti del sacrificio «di sangue» in Magick, Crowley annota: «Un bambino maschio di perfetta innocenza e di alta intelligenza è la vittima più soddisfacente e adatta». Del resto, il sacrificio rituale di bambini era già stato ordinato, a suo tempo, anche dal demone Aiwass, e precisamente nel Liber Legis (III, 12, 24): «Sacrifica animali, piccoli e grandi; dopo un bambino. [...] Il Sangue migliore è della Luna. Inoltre il sangue fresco di un bambino». D'altronde, il titolo stesso di questo album fà pensare; le «case del santo» sono forse la Boleskine House e l'Abbazia Thelema?
I fanciulli sono di scena anche sul retro della copertina di un altro LP degli Zeppelin, Presence (Swansong 1976), dove un'anziana signora (apparentemente un'insegnante) pratica un'operazione tipicamente magica denominata «transfert negativo» imponendo contemporaneamente le mani sulla testa di un malcapitato alunno e su di un sinistro obelisco nero (che appare anche sul davanti della stessa cover). Interrogato sul significato di questo strano oggetto, Page ha risposto che nelle sue intenzioni esso vuole simboleggiare la forza del gruppo nel ottenere un effetto così profondo nel pubblico, un potere che, per semplificare, viene assegnato ad una «presenza». Un'ennesima conferma dell'occulta devozione di Page per Satanasso è rappresentata dall'effigie scelta per la Swansong, l'etichetta discografica personale del gruppo nata nel 1974. In essa figura il «fallen angel», una figura umana alata e asessuata - evidentemente un angelo decaduto - in atto di precipitare. Chi è questo enigmatico personaggio divenuto il simbolo ufficiale degli Zeppelin? Visto che Marzorati tace in proposito, la risposta ce la dà la Sacra Scrittura (che Page deve conoscere abbastanza bene), e precisamente ce la danno due passi biblici in particolare: il primo è estratto dal Libro dell'Apocalisse (Ap 12, 9-12) e dice: «Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e Satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra [...]. Ma guai a voi terra e mare, perché il diavolo è precipitato sopra di voi pieno di grande furore, sapendo che gli resta poco tempo». Il secondo passo è invece tratto dal Vangelo secondo Luca (Lc 10, 17-18): «I settantadue (discepoli) ritornarono tutti gioiosi (da Gesù) dicendo: «Signore, i demoni stessi ci stanno soggetti in nome tuo»! Egli disse loro: «Vedevo Satana precipitare dal cielo come una folgore». La conferma della nostra asserzione viene da una pagina dedicata ai Led Zeppelin, in cui si afferma che l'«uomo alato» della Swansong Records è stato copiato da un dipinto di un pittore americano, un certo William Rimmer (1816-1879), che ha creato quest'opera intorno al 1870, intitolandola Evening («Sera») o Fall of day («Caduta del giorno). «L'uomo alato - dice il curatore del sito - è l'angelo Lucifero o Satana. Satana ha connotazioni negative per molte persone, particolarmente per chi ha una cultura cristiana. Cercando, Lucifero può essere visto sotto un'altra luce, non cattiva da essere temuta». Inutile aggiungere che, intervistato a proposito del suo supposto coinvolgimento nel satanismo, Page abbia risposto: «Io non adoro il diavolo. Ma la magia mi affascina molto».

Dopo questo breve studio sui Led Zeppelin, possiamo dunque concludere che i backmasking bifronti vengono inseriti intenzionalmente e non sono un effetto della combinazione casuale dei suoni roveciati.

Adattamento da parte di Guardiamo a 370° da CCSG

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